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194, una legge
applicata male

Foto: Unsplash/ Luis Melendez

Gli ultimi dati ministeriali confermano che più del 40 per cento delle strutture ospedaliere presenti sul territorio nazionale non effettua interruzioni volontarie di gravidanza, in aperta violazione della legge

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Il Ministero della Salute ha presentato il 7 dicembre 2017, in incognito e in ritardo di dieci mesi, la relazione 2016 sull’attuazione della legge 194 del 78 relativa alle “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Doveva essere presentata nel mese di febbraio, secondo quanto dispone l’art. 16 della stessa legge.

I numeri delle interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg)

Nel 2016 il numero di Ivg in Italia è stato di 84.926, con una riduzione del 3,1% rispetto al 2015. Per il terzo anno consecutivo siamo al di sotto delle 100.000 Ivg all'anno. È interessante notare come la relazione attribuisca, “almeno in parte”, questo fenomeno alla eliminazione dell’obbligo di prescrizione medica per la contraccezione di emergenza ormonale (pillola del giorno dopo e pillola dei cinque giorni dopo). I dati dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) riportati dalla relazione mostrano un incremento significativo delle vendite del contraccettivo UPA (più che decuplicate dal 2014 al 2016). Se realmente così fosse, la ministra dovrebbe trarre le ovvie conseguenze, eliminando l’obbligo di prescrizione per le ragazze minorenni, e permettendone la distribuzione gratuita nei consultori e nei poliambulatori.

Abortività clandestina

I modelli matematici utilizzati per la stima sono ormai obsoleti e non tengono in conto che l’aborto al di fuori della legge ha cambiato volto da quando si utilizzano farmaci sicuri e facilmente reperibili. Oggi dunque si tratta di pratiche relativamente sicure, che raramente danno complicazioni che richiedono il ricorso alla struttura ospedaliera; costituiscono tuttavia una sfida e, al momento, una sconfitta per la sanità pubblica. Quando si afferma che in alcune regioni un maggior numero di ginecologi obiettori di coscienza si associa ad una diminuzione dei tempi di attesa, ci si dovrebbe chiedere se questo dato non sia correlabile al ricorso a metodiche fai da te in ambienti nei quali l’accesso alla procedura è ostacolato dall’elevato numero di obiettori di coscienza.

Metodica farmacologica

Si rileva una stabilità nella percentuale di Ivg farmacologiche rispetto al totale delle Ivg (15,7% nel 2016; 15,2% nel 2015). I dati confermano (“sembrano confermare”, afferma la ministra) la sicurezza della metodica, analogamente a quanto rilevato dall’esperienza ormai più che trentennale degli altri paesi: con la differenza, però, che negli altri paesi la procedura viene eseguita a casa o in regime ambulatoriale, mentre in Italia si impone il ricovero ordinario, con un inutile e irresponsabile spreco di risorse preziose per il Sistema sanitario nazionale. Anche qui, dunque, la relazione dovrebbe portare la ministra (non solo lei, anche gli assessorati alla salute delle regioni) a trarre le ovvie conclusioni: rendere possibile l’accesso alla metodica farmacologica anche in regime ambulatoriale per le gravidanze fino a 7 settimane e allargare il limite per il farmacologico a 9 settimane, come negli altri paesi europei, in accordo con la correttezza della procedura del mutuo riconoscimento, che è stata disattesa nel nostro paese.

Obiezione di coscienza

Si conferma il dato scandaloso della grande percentuale di strutture che non effettuano Ivg in aperta violazione dell’articolo 9 della legge 194. Solo il 59,4% delle strutture con reparto di ostetricia, infatti, pratica Ivg. Per quanto attiene al numero degli obiettori di coscienza, permangono le perplessità sulla rilevazione delle percentuali di obiettori e sul carico di lavoro loro spettante. Forse tali incongruenze potrebbero essere superate o meglio affrontate se venissero invitati a partecipare ai “tavoli tecnici” convocati dal ministero i “tecnici”, ossia gli operatori, che ben conoscono le criticità di questo lavoro.

Consultori

Come sempre, con un banale “copia-incolla” dalle relazioni precedenti la ministra ci ricorda la centralità del ruolo del consultorio familiare e l’impegno del ministero nel rafforzamento della rete dei consultori. La relazione ci dice che i consultori sono 0,6 ogni 20.000 abitanti (il POMI del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti), rilevando, però, che “molte sedi di consultorio familiare sono servizi per l’età evolutiva o dedicati agli screening dei tumori e pertanto NON svolgono attività connessa al servizio Ivg”. Dunque i consultori di fatto sono sempre meno, con équipe incomplete, mortificati e ridotti all’osso, impossibilitati a svolgere quel ruolo specifico definito dalla legge 405 del 75 e fondamentale per una reale azione di prevenzione del ricorso alla Ivg.

Questo articolo è stato pubblicato anche sulla versione cartacea de L'Ateo, bimestrale dell'Uaar