Articolopari opportunità

Cambiamo la Costituzione,
è sessista

Non tutti lo sanno, ma nella nostra Carta fondamanentale sopravvivono norme arcaiche. Come l'articolo 29, che stabilisce l'uguaglianza dei coniugi, ma "nei limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare". E il 37, che attribuisce un ruolo "essenziale" solo alla donna nella cura della famiglia. Una proposta di modifica costituzionale

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In Italia il bassissimo numero di nascite è dovuto anche al fatto che le donne sono troppo spesso costrette a scegliere tra figli e lavoro, limitando i loro progetti di vita e la loro stessa libertà. Ma osserviamo la realtà: come sono distribuiti i ruoli all’interno del nucleo familiare? Quali persone si occupano concretamente del lavoro di cura? I dati di un’inchiesta dell’Unione europea segnala per le italiane il più alto carico di ore lavorative settimanali. Il ruolo sociale attribuito alle donne è un fatto di costume e difficilmente si può cambiare la mentalità per decreto.

Quello che però distingue il caso italiano dalle altre nazioni europee è che il ruolo famigliare della donna viene a priori definito “essenziale” dall’articolo 37 della nostra costituzione, che lo attribuisce quindi in toto alla componente femminile e ne esonera di fatto quella maschile.

 

Art. 37.

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.

Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.

La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

 

 

L’articolo 37, allora frutto di un compromesso tra i costituenti di parte socialista e clericale, se anche aveva un senso nella realtà del 1948, non ce l’ha più oggi, con l’accesso femminile al mercato del lavoro. Lavorare è necessario per le donne, per ovvii motivi economici, e per la società, che ha bisogno di contribuenti e non può permettersi di finanziare una preparazione scolastica e professionale – nettamente migliore rispetto a quella dei coetanei maschi, ci dicono i dati Istat - per poi gettarla via, relegando le donne al lavoro domestico non pagato.

Il tema demografico è quasi del tutto ignorato in Italia, mentre altrove sono stati messi in campo vari interventi. Prendiamo l’esempio della Germania, dove non mancano le contraddizioni, a cominciare la discussa ipotesi di introdurre il cosiddetto "betreuungsgeld", una specie di “premio per la mamma che sta a casa”, come lo definiscono i critici, circa 100 € per le famiglie che non mandano il figlio al nido. Tuttavia, in generale, dopo decenni nei quali si è trascurato di considerare le conseguenze del basso tasso di natalità, la politica dell’attuale governo tedesco mira ad un suo rialzo ed ad una maggiore percentuale di donne attive, per attutire i problemi presentati da una piramide demografica rovesciata, sia per quanto riguarda la crescita economica che per un più equilibrato rapporto tra contribuenti e pensionati. 

In Italia pochissimi si occupano di questa situazione, anche più grave di quella tedesca, dato che il tasso di natalità è più basso e la percentuale di anziani la più alta in Europa. Inoltre bisogna chiedersi perché si parla astrattamente di “famiglia” in difficoltà, senza voler vedere che le rinunce nelle scelte procreative sono collegate all’impossibilità da parte delle donne di reggere tutto il peso della cura ai minori e degli anziani.

Per questo è necessario cambiare gli articoli della costituzione che descrivono i ruoli maschili e femminili all’interno della famiglia (non meglio precisata) in modo squilibrato a danno delle donne, chiaramente discriminate nelle aspettative di lavoro retribuito, o perché in età a rischio di gravidanza, o perché già madri. Non è solo una questione simbolica. Una costituzione che prevede le stesse responsabilità nel lavoro di cura per uomini e donne è la premessa necessaria per impostare finalmente il dibattito in maniera corretta e arrivare a una legislazione di parità. Non basta invocare quote nella politica o nei consigli di amministrazione, cioè a livello avanzato, senza contemporaneamente avviare misure che favoriscano una condizione di partenza di effettiva parità, nella quale la partecipazione politica femminile sia resa possibile da criteri e regole del gioco non solo maschili e le opportunità di lavoro corrispondano ai meriti e non al sesso.

 

Proposta di modifiche alla Costituzione

Art. 29

“Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”, si legge nell’articolo 29 della costituzione italiana (il corsivo è mio). La “limitazione” è da cancellare, non avendo più senso.

Nel 1948 erano ancora in vigore disposizioni di legge del codice Rocco che attribuivano al marito la facoltà di vietare alla moglie di lavorare, di controllarne amicizie e corrispondenze etc. L’adulterio era perseguibile legalmente con conseguenze penali diverse a seconda del sesso, e più gravi per la donna, ovviamente. Tutte queste limitazioni sono da tempo abrogate e l’impostazione generale è data nella riforma del  diritto di famiglia del 1975.


Art.37

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentirne l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione” (anche questo corsivo è mio).

Si propone di abolire la seconda frase e di sostituirla con:

“La Repubblica si propone di rimuovere tutti gli ostacoli, da cui derivino svantaggi formativi e professionali della donna a causa delle sue scelte procreative e si impegna a garantirle la piena libertà dei suoi progetti di vita, fermo restando la speciale protezione assicurata alla madre e al bambino”.