Fra costi elevati, attese infinite e requisiti discriminatori, in Italia l'accesso alla cittadinanza è ancora un percorso a ostacoli e un privilegio da cui restano escluse soprattutto le lavoratrici domestiche, alle prese con contratti inesistenti e una precarietà permanente che le rende invisibili alla burocrazia, e impossibilitate a vedersi riconosciuto quello che dovrebbe essere un diritto
Shkurta ha cinquantadue anni e vive in Italia da oltre trenta. Ha cresciuto tre figlie, oggi tutte cittadine italiane e adulte. Lei, invece, è ancora in attesa: la sua domanda di cittadinanza è ferma da tre anni, bloccata da un requisito che più di ogni altro decide chi può acquisire la cittadinanza e chi no: il reddito.
"Mio marito ha ottenuto la cittadinanza quindici anni fa, quando aveva un lavoro stabile. Le bambine hanno potuto seguire la sua domanda perché erano minorenni. Io invece, proprio in quel periodo, ho perso il lavoro in fabbrica e non ho più potuto chiedere nulla".[1] Da allora Shkurta ha lavorato come donna delle pulizie per privati, senza contratto. Un lavoro continuo e necessario, che però per l’amministrazione non esiste.
La sua storia non è un’eccezione. È uno dei pilastri invisibili su cui si regge il sistema di cura italiano. Secondo il rapporto 2025 dell'Associazione nazionale famiglie datori di lavoro domestico (Domina), il lavoro domestico è il settore con il più alto tasso di irregolarità del paese: il 47,1%, con punte che sfiorano il 50% nelle grandi aree urbane. Oltre 1,5 milioni di lavoratrici svolgono attività essenziali, assistenza a persone anziane, bambini, bambine, famiglie, nell’impossibilità però di produrre i documenti che lo stato richiede per il riconoscimento dei diritti.
Per avviare la procedura di cittadinanza italiana sono necessari dieci anni di residenza regolare, continuativa e ininterrotta e un “reddito adeguato e continuativo” negli ultimi tre anni precedenti alla domanda. Oggi la soglia è fissata a circa 8.263 euro annui per una persona richiedente sola e circa 516 euro in più per ogni altro familiare a carico, secondo i parametri adottati dal Ministero dell’Interno. Il reddito deve essere dimostrato attraverso dichiarazioni fiscali ufficiali come Certificazione unica, Modello 730 o Redditi persone fisiche.
Un criterio che appare neutrale, ma che nella pratica agisce come un dispositivo selettivo. Chi lavora in settori segnati da informalità, contratti discontinui o lavoro nero, in particolare donne migranti impiegate nel lavoro di cura, difficilmente riesce a soddisfare questo requisito. Secondo il rapporto Domina, il 24,3% dei lavoratori e delle lavoratrici domestiche regolari percepisce una retribuzione annua inferiore ai 3.000 euro, al di sotto di qualsiasi soglia utile per la cittadinanza, e solo il 23,1% supera i 12.000 euro annui. Vale la pena sottolineare che queste cifre riguardano esclusivamente le persone che lavorano in maniera regolare, censite dall'Inps: per chi lavora in nero o con contratti "grigi" (poche ore dichiarate), come nel caso delle aiutanti domestiche a ore, questa soglia resta un miraggio non misurabile.
Negli ultimi anni, la cittadinanza è diventata anche più costosa. La legge di Bilancio del 2025 ha introdotto nuovi oneri amministrativi: i Comuni possono chiedere fino a 600 euro per ogni domanda, che si aggiungono al contributo statale, alla marca da bollo, alle traduzioni giurate e ai costi di reperimento dei documenti all’estero.
Per la preparazione della documentazione, Shkurta ha dovuto affrontare ulteriori spese legate all’assenza di sistemi di digitalizzazione del settore pubblico in paesi come la Macedonia del Nord. Racconta di aver percorso per tre volte la tratta Piemonte–Mestre per raggiungere il consolato della Macedonia del Nord, aperto solo poche ore a settimana e irraggiungibile telefonicamente. Ogni viaggio le è costato circa cento euro andata e ritorno in treno. A questo si sono aggiunti i permessi richiesti al lavoro, giornate intere sottratte alla quotidianità e spese sostenute senza alcuna garanzia di ottenere i documenti necessari. Alcuni documenti potevano essere richiesti solo di persona, rendendo necessario un viaggio a Skopje.
"Il certificato di nascita internazionale mi è costato circa 40 euro, ovvero 2.400 dinari macedoni. Il certificato del tribunale è arrivato a costare 140 euro, includendo la traduzione e il timbro dell’ambasciata italiana a Skopje. Poi ci sono stati i voli di andata e ritorno, almeno 300 euro. E infine i certificati di verifica dell’identità, necessari perché nei passaporti macedoni i nomi sono scritti in tre lingue e spesso quelli albanesi vengono trascritti in modo errato. Il mio nome, Shkurta, è stato scritto senza la 'h'. Anche questo documento è costato circa 50 euro". L’errore non è una semplice svista, ma una pratica ricorrente nei documenti di chi è una persona straniera che produce effetti materiali. Nomi trascritti in modo errato, documenti da rifare, verifiche aggiuntive diventano ostacoli ordinari che rallentano, complicano e rendono più costoso l’accesso ai diritti. È in questi passaggi apparentemente tecnici che la burocrazia esercita il suo potere escludente, senza bisogno di intenzionalità discriminatoria.
Nel complesso, l’accesso alla cittadinanza si configura come un percorso selettivo fatto di costi frammentati ma cumulativi, di tempi lunghi e di incertezza costante. Attraverso questi filtri, lo stato esercita il controllo sull’accesso alla cittadinanza non tramite esclusioni esplicite, ma attraverso requisiti, tempi e oneri che selezionano chi può permettersi di restare nel processo e chi ne resta fuori a priori.
Tabella 1. Il "bilancio" della cittadinanza
Tipologia di spesa | Descrizione del costo | Importo stimato (euro) |
|---|---|---|
Contributo statale | Versamento obbligatorio al Ministero dell'Interno | € 250,00 |
Contributo comunale | Nuovo onere introdotto dalla L. Bilancio 2025 | fino a € 600,00 |
Marca da bollo | Imposta fissa sulla domanda cartacea/telematica | € 16,00 |
Certificato di nascita | Richiesta internazionale e legalizzazione | ~ € 40,00 |
Certificati penali | Documenti del tribunale, traduzioni e timbri | ~ € 140,00 |
Correzione anagrafica | Verifica identità per errori di traslitterazione | ~ € 50,00 |
Trasporti e logistica | Viaggi verso consolati e voli per documenti in loco | ~ € 600,00 |
Totale stimato | Costo complessivo per una singola domanda | ~ € 1.696,00 |
Nota: in questa tabella non è calcolato il costo emotivo della pratica e il costo in termini di ore perse per la ricerca di informazioni e la preparazione della documentazione.
Gli effetti di questo sistema non ricadono solo sui genitori, ma modellano anche le traiettorie delle seconde generazioni. Fioralba Duma, attivista del movimento Italiani senza cittadinanza (Isc), racconta una vita segnata dall’ansia amministrativa: "A diciotto anni non capivo nulla di documenti, e onestamente non ne capisco nulla nemmeno oggi".
La precarietà del permesso di soggiorno diventa così un vincolo sulle scelte che per molti e molte coetanee sono scontate. Per Fioralba, partire per un Erasmus avrebbe significato rischiare l’interruzione della residenza continuativa e ininterrotta, requisito fondamentale per accedere alla cittadinanza. Le pratiche in sospeso le hanno fatto perdere anni di università, mentre opportunità di tirocinio prive di un reddito tracciabile apparivano troppo rischiose. L’incertezza amministrativa si insinua così nelle traiettorie formative, imponendo rinunce e alimentando la sensazione di essere sempre “quasi” cittadini o cittadine: presenti, ma mai pienamente riconosciute, anche quando l’intero percorso educativo si è svolto in Italia.
Nel 2025, il referendum sulla cittadinanza ha riportato temporaneamente il tema nel dibattito pubblico, senza però produrre un cambiamento sostanziale.[2] Per Fioralba, questo non è un fallimento, ma la conferma della natura strutturale del problema. “Il sistema è discriminatorio, e il razzismo istituzionale non è un incidente, fa parte integrante della macchina burocratica. Non stiamo parlando solo di dieci anni di residenza: sono molti di più. Sono anni di lavoro invisibile, anni di precarietà documentale, anni di attese. C'è un intero paese da cambiare!” ha dichiarato.
Il problema, come emerge dalla dichiarazione dell'attivista, non è solo la durata della residenza, ma l’insieme di requisiti e pratiche che rendono l’accesso alla cittadinanza disuguale. Come ampiamente discusso in letteratura, il razzismo istituzionale non si manifesta esclusivamente attraverso intenzionalità discriminatorie esplicite, ma tramite l’effetto cumulativo di norme e pratiche amministrative formalmente neutrali.
La cittadinanza non è solo un atto burocratico, ma una forma di riconoscimento sociale, economico e politico. È il segno che il lavoro, la cura, gli anni trascorsi in un paese hanno un valore. In questo senso, la cittadinanza non misura l’appartenenza, ma la posizione sociale: non riconosce chi vive, lavora e fa lavori di cura ma chi riesce a conformarsi a criteri costruiti su un modello di stabilità che esclude sistematicamente le persone più precarizzate. Ed è forse proprio da qui che bisogna iniziare a cambiare questo paese, da quel confine invisibile in cui la precarietà economica si trasforma in precarietà dei diritti di chi ci vive accanto.
Mentre la cittadinanza italiana resta formalmente un diritto, nella pratica resta un privilegio per pochi. È costruita su un’idea di lavoro stabile che non corrisponde più alla realtà del mercato contemporaneo e penalizza sistematicamente donne, giovani, lavoratori e lavoratrici migranti e chi vive la precarietà come condizione permanente. La cittadinanza non dovrebbe essere il premio per chi ce l'ha fatta economicamente, ma lo strumento per permettere a chi vive e lavora qui di non essere più invisibile. Finché il reddito sarà un filtro di accesso ai diritti, l'Italia continuerà a confondere l'integrazione con il censo, lasciando ai margini proprio chi, con il lavoro di cura e il sacrificio, questo paese lo sta già costruendo ogni giorno.
Note
[1] Ai fini della cittadinanza, ogni richiedente maggiorenne deve presentare una domanda individuale. All'interno di un nucleo familiare straniero, ciò significa che un genitore può includere nel proprio computo reddituale i figli o le figlie minorenni (fiscalmente a carico), ma non può "condividere" il requisito economico con la/il partner. Questo obbliga entrambi i coniugi a possedere un reddito autonomo e regolare, penalizzando le donne impegnate in lavori di cura non contrattualizzati o nel lavoro sommerso.
[2] Il referendum sulla cittadinanza, svoltosi l'8 e 9 giugno, 2025 ha riportato il tema nel dibattito pubblico senza però produrre effetti giuridici: l'affluenza si è fermata al 30,6%, ben al di sotto del quorum del 50%+1 richiesto dalla Costituzione. Il quesito chiedeva di ridurre da dieci a cinque anni il periodo minimo di residenza legale necessario per fare domanda. Tra chi si è recato alle urne, il 65% ha votato sì e il 35% no, con una percentuale di voti contrari significativamente più alta rispetto agli altri quattro quesiti referendari sul lavoro, dove il no non superava il 12-15%.
Riferimenti
B. Anderson, Us and Them? The Dangerous Politics of Immigration Control, Oxford, Oxford University Press, 2013.
S. Ahmed, On Being Included: Racism and Diversity in Institutional Life, Durham, Duke University Press, 2012.
S. Carmichael, C.V. Hamilton, Black Power: The Politics of Liberation, New York, Vintage, 1967.
N. De Genova, Spectacles of migrant “illegality”, in Ethnic and Racial Studies, 36, 7, 2013, pp. 1180-1198.
Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2014-2020, Guida alla cittadinanza italiana. Residenza, matrimonio e giovani, Prefettura di Verona - Ufficio Territoriale del Governo, redazione a cura del CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati Onlus, gennaio 2023, p. 23.
D.T. Goldberg, The Racial State, Oxford, Blackwell, 2002.
V. Guiraudon, G. Lahav, A reappraisal of the state sovereignty debate: The case of migration control, in Comparative Political Studies, 33, 2, 2000, pp. 163-195.
S. Galieno (a cura di), Italiani senza cittadinanza. C’è un Paese da cambiare. Riflessioni sui risultati di un referendum da parte di chi non intende fermarsi, Roma, LEFT, 2025.