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Combattere la tratta in un’ottica di
genere. Intervista a Salvatore Fachile

foto Flickr/Juju_84

A pochi giorni da 'GendeRIS', la confereza internazionale che si terrà a Roma il 12 maggio per parlare di tratta e sfruttamento di esseri umani in un'ottica di genere, abbiamo intervistato Salvatore Fachile, avvocato specializzato in immigrazione, protezione internazionale e diritti dell’infanzia, tra i relatori della conferenza

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Cosa significa combattere la tratta in un’ottica di genere? Ne abbiamo parlato con Salvatore Fachile, avvocato e specializzato in immigrazione, protezione internazionale e diritti dell’infanzia, membro dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) di Roma, che sarà tra i relatori della conferenza GendeRIS il prossimo 12 maggio a Roma.

In che modo le politiche di frontiera riguardano la tratta? Si può dire abbiano un impatto sulla vulnerabilità delle vittime?

Le politiche di frontiera italiane ed europee sono uno dei fattori di maggior rilievo nel determinare gli elementi che facilitano la possibilità di essere sottoposti a tratta di esseri umani. La tratta di esseri umani si basa proprio sull’asimmetria di potere che intercorre tra le persone, qualcosa che è molto facilitato dalle politiche di chiusura, le cosiddette politiche della “fortezza Europa”.  Quanto più viene reso impossibile l’ingresso in Italia e in Europa di flussi legati alla ricerca di lavoro o al ricongiungimento familiare, tanto più sarà facile, per chi ha una posizione di potere poter approfittare, ricattare e soggiogare persone che hanno un progetto migratorio in Europa. Quindi quello che succede è che tanto più sono restrittive le politiche in ingresso, tanto più elevato è il pericolo che una persona possa essere assoggettata da un’altra per poter realizzare il suo progetto migratorio. Uno degli elementi di maggior rilievo in assoluto è la politica di chiusura dell’Europa. C’è uno Stato che non vuole o non riesce a gestire i flussi, e di fatto demanda il potere di regolazione dei flussi a soggetti privati, i cosiddetti trafficanti, che in questo senso acquistano un potere di controllo enorme e ne approfittano sul piano imprenditoriale. Come accade in altri ambiti, anche in questo caso, lo Stato si rifugia dietro un divieto che sa di non poter far rispettare.

Cosa significa sviluppare “un approccio di genere alla tratta”?

Ci sono tanti punti di vista, e vanno fatte alcune premesse. Va detto, per esempio, che la tratta a scopo sessuale è un fenomeno di grandissimo rilievo, non solo in termini quantitativi di rilevanza numerica, ma anche perché, rispetto alle altre forme di tratta, gode di maggiore considerazione da parte del discorso pubblico. Le altre forme, infatti, vengono prese meno in considerazione. Lo sfruttamento lavorativo o delle attività illecite, ad esempio, sono questioni più scomode in un certo senso dal punto di vista politico e sono rari i programmi di emersione attivati per contrastarle. Quindi, se è vero che lo Stato poco si interessa della tratta a scopo sessuale, per niente si interessa degli altri tipi di sfruttamento. Detto questo, un approccio di genere è fondamentale, perché, nei casi di tratta sessuale, molto spesso l’incapacità dello Stato di agire in fase di prevenzione, identificazione e supporto, dipende soprattutto dalla scelta di non voler affrontare in termini di genere la questione. Quindi, per esempio, l’accoglienza dei richiedenti asilo, così come portata avanti dallo Stato in questo momento rappresenta uno dei principali fattori di agevolazione dello sfruttamento a scopo sessuale delle persone. L’incapacità dello stato di considerare la tratta in una prospettiva di genere, di considerare la possibilità che l’accoglienza di persone richiedenti asilo o in situazioni d’emergenza possa essere un bacino dove viene coltivata la tratta, dev’essere sicuramente superata. Ragazze che hanno origine in determinate regioni del mondo, hanno specifiche caratteristiche di etnia ed età, non possono essere accolte senza alcun tipo di precauzione di genere negli stessi luoghi in cui vengono accolti uomini che hanno le caratteristiche tipiche dello sfruttatore, all’interno di strutture gestite da operatori insufficienti in quantità e formazione. Lo stesso si può dire rispetto ai CIE, il personale di polizia non può continuare a non assumere nessuna forma di identificazione basata anche sul genere nel trattenimento di ragazze, soprattutto di origine nigeriana, nei centri di identificazione ed espulsione, perché rinchiudere soggetti già vittime di tratta in un CIE e organizzarne il rimpatrio andrà a causare una rivittimizzazione delle stesse persone a scopi sessuali. È un fenomeno notissimo a tutti gli attori coinvolti, a cui però non corrisponde ancora di fatto un approccio di genere tra le forze dell’ordine, né nella fase di individuazione, né in quella di trasporto e trattenimento nei centri.

Cosa possiamo imparare di utile per la programmazione delle politiche dalle azioni di contrasto?

Le politiche di contrasto devono essere associate a un’idea diversa delle migrazioni. Non è possibile pensare di contrastare un fenomeno così complesso e antico semplicemente con lo strumento penale. Nessuno immagina realmente di poter contrastare questo fenomeno inasprendo le sanzioni penali, o aumentando le pattuglie per strada. Il fenomeno va contrastato alla base, vale a dire andando ad agire sull’asimmetria di potere tra una persona e l’altra. E uno dei fattori fondamentali che determinano questa asimmetria, come dicevo all’inizio, è proprio la chiusura delle frontiere, la difficoltà a ottenere un permesso di soggiorno, l’impossibilità di avere un’accoglienza reale per i richiedenti asilo, che sia legata alla promozione delle capacità della persona e non una mera accoglienza materiale mirata alla sopravvivenza (che facilita il reiterarsi delle dinamiche di sfruttamento). Quello che serve è da un lato un approccio diverso rispetto agli ingressi e al maltrattamento delle persone straniere, e dall’altro un differente approccio nell’accoglienza e nei servizi offerti ai migranti, così da eliminare i fattori di asimmetria tra le persone piuttosto che reprimere comportamenti illeciti. Pensare di contrastare trafficanti, scafisti, sfruttatori con la repressione non è una prospettiva credibile.

In che modo un approccio di genere potrebbe facilitare il processo di identificazione e sostegno delle vittime?

Un approccio di genere è tra gli elementi indispensabili per riuscire a comunicare e supportare meglio le persone che sono vittime anche di violenze di genere. Non si può dimenticare tutto quello che noi già sappiamo sulle violenze di genere. Non si può fare delle vittime di tratta a scopo sessuale un’eccezione. Noi sappiamo che una donna che è vittima di una violenza di genere ha delle necessità, un certo modo di comunicare, di avvertire, un certo tipo di esigenze, tutto questo non si può cancellare quando parliamo di donne straniere che sono vittime di sfruttamento a scopo sessuale. Tutto quello che già conosciamo va applicato anche in questo campo. Cosa che di fatto non avviene quasi mai, soprattutto nelle forze dell’ordine, nello Stato, nel terzo settore. La stessa questione della formazione, di forze dell’ordine e operatori, rischia di diventare un grande mito se non è supportata da una volontà statale, da un processo al contempo politico, normativo ed economico. Ci vuole una volontà politica, insomma, tradotta in quelli che sono gli strumenti propri della politica. La formazione obbligatoria in sé, non ha mai risolto niente.

Come si possono informare e rendere più consapevoli gli uomini e i clienti?

Da un punto di vista normativo posso dire che le scelte che sono state adottate in altri paesi, come il proibizionismo in Svezia o la assoluta liberalizzazione in Germania, si sono rivelate a mio parere entrambe fallimentari. Né l’una né l’altra di fatto hanno contribuito a ridimensionare il fenomeno della prostituzione. Inoltre, sarebbe impensabile applicare politiche di questo tipo in un paese come l’Italia, dove il controllo delle forze dell’ordine sul territorio è più basso. Quello di cui c’è bisogno è un’operazione culturale e legislativa che tenda da una parte a migliorare la nostra disciplina - tra l’altro, a mio parere, la più accettabile tra quelle esistenti in Europa in questo momento storico - e dall’altra a sensibilizzare il cliente verso una sessualità più intelligente. Informazioni di cui si parla da cinquant’anni. Tra cui la capacità di riconoscere, davanti a certe caratteristiche, la possibilità che la donna sia costretta a prostituirsi. È chiaro che fare una campagna rivolta ai clienti serve a poco se poi i messaggi che continuano ad arrivarci dai media del circuito mainstream vanno in tutt’altra direzione.