Come il lavoro delle straniere cambia quello delle italiane

Nonostante sia aumentata negli ultimi anni, la partecipazione al lavoro delle donne italiane rimane molto bassa nel confronto internazionale. Nel 2008, il tasso di attività era del 51,6 per cento (59,7 al Centro-Nord, 37,2 nel Mezzogiorno), oltre 12 punti percentuali in meno rispetto alla UE a 25 e superiore solo a quello di Malta tra i paesi dell’area. Ma l’anomalia italiana non finisce qui. Anche tra le donne che lavorano il tempo che dedicano alle attività domestiche (cucinare, pulire casa, seguire i figli, ecc.) è di quasi 4 ore al giorno, decisamente superiore a quello degli altri principali paesi europei (fig. 1). Diverse sono le ragioni che legano le italiane così tanto alla casa e così poco al mercato del lavoro. Conta senz’altro un modello culturale in base al quale è la donna a farsi maggiormente carico delle responsabilità familiari. Gioca un ruolo importante anche l’inadeguatezza delle politiche pubbliche per la famiglia: la carenza di servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani e/o il loro eccessivo costo (specie se offerti da privati) fanno sì che la famiglia italiana tenda a produrre al proprio interno tali servizi con conseguente pregiudizio delle possibilità occupazionali della donna (1).

È tuttavia possibile che i recenti flussi migratori dall’estero abbiano cambiato i termini del complesso equilibrio tra casa e lavoro per le donne italiane. Come noto, la presenza straniera è cresciuta significativamente e all’inizio del 2009 era di quasi 4 milioni di persone (pari al 6,5 per cento della popolazione residente). Negli ultimi anni è aumentata soprattutto la componente femminile che ora supera quella maschile. Nel confronto internazionale, gli immigrati residenti in Italia sono maggiormente occupati nella fornitura dei lavori domestici: la quota dei lavoratori stranieri occupati nelle famiglie è 2 volte e mezzo quella media nella Ue a 25, oltre 10 volte superiore a quella dei paesi del Nord Europa (fig. 2). Inoltre la stragrande maggioranza degli immigrati che lavora per le famiglie è di sesso femminile ed è concentrata in alcune nazionalità. In Italia, circa il 70 per cento delle occupate di nazionalità ucraina, ecuadoriana o peruviana lavora nei servizi sociali e alle famiglie; la percentuale supera l’80 per cento per le cingalesi e le filippine.

Queste evidenze sono compatibili con la maggiore domanda di servizi domestici esistente in Italia (e in altri paesi mediterranei) legata all’invecchiamento della popolazione e alle insufficienti politiche di welfare per la famiglia. È altresì possibile che al contempo la maggiore presenza straniera abbia influito sulle scelte lavorative delle italiane, proprio attraverso la sostituzione delle native nella fornitura di lavoro domestico. In un recente lavoro di ricerca abbiamo tentato di identificare questo secondo effetto. (2) Abbiamo considerato le prime 10 nazionalità specializzate nella fornitura di lavoro domestico e abbiamo stimato l’effetto della loro incidenza a livello locale sull’offerta di lavoro delle italiane; in particolare ci siamo concentrati sulla scelta di partecipare al mercato del lavoro (il cosiddetto margine estensivo) e, per quelle occupate, sulle ore lavorate (margine intensivo). I nostri risultati indicano che l’impatto sulla probabilità di partecipare al mercato del lavoro è sostanzialmente nullo mentre è positivo e statisticamente significativo quello sulle ore lavorate. Tale effetto riguarda solo le italiane con un più alto titolo di studio (e che quindi hanno un maggiore costo opportunità nell’uso del loro tempo) mentre si annulla per le altre. Cercando di quantificare l’entità dell’impatto, si stima che l’aumento di un punto percentuale delle immigrate specializzate sul totale della popolazione femminile (negli ultimi 5 anni è cresciuto di 2 punti percentuali) comporti una crescita dell’offerta di lavoro delle italiane in possesso di una laurea di circa mezz’ora alla settimana (pari all’1,6 per cento dell’orario settimanale medio).

La nostra interpretazione è che l’immigrazione, tramite l’aumento dell’offerta di mercato di servizi sostitutivi del lavoro domestico e/o l’abbassamento del prezzo di tali servizi, abbia modificato l’offerta di lavoro delle donne italiane con elevato livello d’istruzione (3). A parziale conferma di questa tesi, troviamo anche che le straniere specializzate nei lavori domestici sostituiscono le politiche pubbliche. In altri termini, l’effetto delle donne straniere sulle ore lavorate delle italiane è tanto più forte quanto più bassa è la spesa dei comuni per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani. Il fatto che l’effetto riguardi l’intensità del lavoro e non la scelta di lavorare, potrebbe essere legato alla natura stessa di tali servizi che sono comprati “a ore” e che garantiscono una maggiore flessibilità sull’uso del tempo.

In conclusione, sebbene l’immigrazione dall’estero abbia rappresentato una parziale soluzione agli squilibri tra impegni domestici e lavorativi per le donne italiane più istruite, alcune questioni rimangono aperte. Di fatto, il welfare all’italiana rimane fortemente incentrato sulla famiglia mentre continua a essere ridotto il ruolo delle politiche pubbliche. La novità rispetto al passato è che alla donna italiana, all’interno della famiglia, si è sostituita (altre volte solo affiancata) una donna immigrata. È questo un sistema equo? Di fatto si tratta di una privatizzazione delle politiche di conciliazione e non è detto che il prezzo di questi servizi, che dipende dall’incontro tra domanda e offerta, sia ancora accessibile a tutti. E, inoltre, è questo un sistema sostenibile? La scelta dell’Italia come meta del progetto migratorio è, appunto, una scelta. E non è detto che sia la stessa delle prossime generazioni di migranti e/o che quelle attuali non decidano di tornare un giorno nel paese d’origine.

* Le opinioni espresse sono quelle degli autori e non impegnano l'Istituto di appartenenza

 

 

Note e riferimenti bibliografici

1) Si vedano, tra gli altri, Del Boca e Vuri (The mismatch between employment and child care in Italy: the impact of rationing, Journal of Population Economics, 2007) e Bettio e Plantenga (Comparing care regimes in Europe, Feminist Economics, 2004).

2) Barone e Mocetti (With a little help from an immigrant: the effects of low-skilled immigration on female labour supply, Banca d’Italia, mimeo, 2010). 

3) Altre interpretazioni potrebbero, a priori, giustificare l’effetto osservato, per esempio un aumento dei salari connesso alle potenziali complementarietà nel settore produttivo. Tuttavia nel lavoro si mostra che l’impatto passa soprattutto attraverso la sostituzione del lavoro domestico e non attraverso l’interazione nel settore produttivo. In primo luogo, l’immigrazione dall’estero ha effettivamente ridotto i prezzi e aumentato l’offerta dei servizi domestici. Inoltre, un simile effetto sulle ore lavorate non si trova se al posto delle nazionalità specializzate nella fornitura di servizi domestici si considerano altri paesi i cui immigrati sono maggiormente concentrati in altri settori produttivi; parimenti, l’effetto delle nazionalità specializzate non è significativo se si considera l’offerta di lavoro degli uomini (che lavorano decisamente molto meno all’interno delle mura domestiche) invece che quella delle donne. Infine, l’effetto delle nazionalità specializzate è più forte per le donne con maggiori carichi di responsabilità (con figli con meno di 3 anni e/o con persone permanentemente inabili al lavoro in casa).