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Come siamo arrivate
alla Turchia di Erdoğan

Foto: Unsplash/ A6 Reflex

Zehra F. Kabasakal Arat, docente di Scienze politiche all'Università del Connecticut, ripercorre le ideologie e le politiche che hanno portato alla Turchia di Erdoğan e del suo partito fortemente maschilista, eppure salito al potere proprio grazie al sostegno delle donne

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Le donne in Turchia costituiscono una popolazione molto varia in termini di etnia, religione, lingua, classe sociale e identità politica. I principali partiti politici, tuttavia, non solo hanno ignorato la diversità e specificità della popolazione femminile, ma hanno anche tentato di plasmarla secondo un’immagine specifica che fungesse da simbolo della loro ideologia e concezione della “nazione turca”. Inoltre, per i loro fini politici, i principali partiti mobilitano le donne e prendono in considerazione gli interessi di alcune di loro.

Da quando la Repubblica di Turchia è stata fondata nel 1923, la vita politica del paese è stata dominata da due ideologie principali: il laicismo e l’islamismo. L’approccio e le politiche adottati da due partiti politici – il Partito popolare repubblicano (CHP), di matrice laicista, il quale ha governato come partito unico fino al 1945, e il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), di matrice religiosa, al potere dal 2002 – dimostrano di avere lo stesso approccio populista, utilizzando le donne come obiettivi e simboli della loro concezione politica.

Nel perseguire la modernizzazione in quanto obiettivo, le riforme kemaliste del CHP hanno messo al bando la poligamia, hanno imposto un limite di età minimo per contrarre matrimonio (al fine di combattere la pratica dei matrimoni precoci), hanno riconosciuto l’uguaglianza di donne e uomini dal punto di vista giuridico in alcuni ambiti quali la successione ereditaria, hanno eliminato la possibilità per gli uomini di ripudiare la propria moglie (e, in tal modo, di porre fine al vincolo matrimoniale), e hanno riconosciuto alle donne il diritto di scegliere il proprio sposo, avviare le pratiche per il divorzio, e mantenere alcuni diritti in quanto madri anche dopo la dissoluzione del vincolo matrimoniale. Alle donne è stato inoltre riconosciuto il diritto di voto attivo e passivo. Il CHP ha poi ampliato le opportunità in termini di istruzione aprendo nuovi istituti scolastici e professionali rivolti alle ragazze, garantendo la gratuità dell’istruzione di ogni ordine e grado, dando avvio a programmi di istruzione per la popolazione adulta, e introducendo gradualmente l’istruzione mista. È stato compiuto uno sforzo generale nell’ottica di porre fine alla segregazione di genere e di aumentare la partecipazione delle donne all’economia e alla vita pubblica. Anche incoraggiando le donne ad adottare un look occidentale, ad accompagnare i propri mariti in pubblico, a imparare i balli da sala e a comportarsi da “europee”, il kemalismo puntava a che le “turche moderne” diventassero il simbolo della “Turchia moderna”.

Sebbene tali riforme abbiamo creato nuove opportunità per le donne (con un approccio in ogni caso altamente discriminatorio), il loro impatto è rimasto limitato. Infatti, l’obiettivo delle riforme non era l’uguaglianza di genere; esse avevano come obiettivo l’integrazione delle donne nella vita pubblica senza porre fine al predominio maschile né a livello familiare né a livello sociale. Ad esempio, il Codice civile turco del 1926, spesso ricordato per le sue disposizioni a favore delle donne, identificava nell’uomo il capo e il rappresentante della famiglia, gli riconosceva il diritto di scegliere il luogo di residenza del nucleo familiare, gli conferiva il diritto di pretendere o impedire che la propria moglie svolgesse un impiego retribuito, e presupponeva che la moglie utilizzasse il cognome del marito e si facesse carico dei lavori domestici. L’istruzione delle donne veniva promossa in vista dei suoi vantaggi a livello sociale, nella misura in cui permetteva alle donne di diventare casalinghe e madri migliori.

Il kemalismo ha identificato nella maternità la funzione principale delle donne; inoltre, nella concezione di questa parte politica, la vita delle donne veniva vista come legata all’ambito domestico, e la loro partecipazione alla vita politica doveva essere mediata attraverso associazioni corporativiste femminili che promuovessero il pudore e controllassero la sessualità delle donne. Inoltre, il kemalismo ha mantenuto in auge le norme di genere tradizionali e la dipendenza delle donne dagli uomini. Questo stesso approccio è stato adottato nell’ambito delle politiche promosse dall’AKP, e nel corso degli anni è stato attuato un numero sempre maggiore di politiche restrittive dal punto di vista di genere man mano che il partito si guadagnava la fiducia della popolazione e il suo leader Recep Tayyip Erdoğan accresceva il suo controllo tanto del partito stesso quanto dell’intero apparato statale.

L’AKP è salito al potere principalmente grazie al sostegno delle donne. Praticamente a ogni tornata elettorale, l’AKP riscuoteva sempre più successo in termini di voti tra l’elettorato femminile, in parte perché in Turchia quest’ultimo tende a essere relativamente più conservatore. Tuttavia, cosa ancora più importante, l’AKP coinvolge un gran numero di donne nelle proprie file e le mobilita con lo scopo di condurre campagne di sensibilizzazione porta a porta rivolte specificatamente alla popolazione femminile. Queste campagne hanno avuto particolare successo tra le donne con basso livello di istruzione provenienti da famiglie a basso reddito e che si identificano nel ruolo di “casalinghe”. La fedeltà di questo segmento della popolazione viene rafforzato attraverso alcune politiche di welfare, come ad esempio i trasferimenti di reddito subordinati alla verifica delle condizioni economiche dei soggetti destinatari, e il riconoscimento dell’equivalente di un salario minimo alle “casalinghe” che si prendono cura dei membri della propria famiglia in età avanzata o con disabilità. Tuttavia, l'elettorato femminile dell’AKP non si limita a questo segmento. Il partito tutela anche gli interessi delle donne appartenenti alle classi sociali più elevate e dotate di forte religiosità e di un alto livello di istruzione, le quali avevano partecipato attivamente alla lotta contro il divieto del velo imposto dal regime militare negli anni Ottanta. L’AKP ha anche tentato di guadagnarsi il voto del segmento laicista della società.

In quanto ala “riformista” staccatasi da un partito religioso chiuso, inizialmente l’AKP ha preso le distanze dal proprio passato islamista radicale e militante, preferendo essere definito come “partito democratico conservatore” e assumendo un approccio basato sul rispetto dei diritti umani e sulla vicinanza all’Unione europea. Il partito ha inoltre fatto leva su un senso di vittimismo, presentandosi – in quanto esponente della popolazione musulmana sunnita di matrice conservatrice – come un gruppo che era stato oggetto di forte repressione a livello politico nonché escluso socialmente dalle politiche laiciste del regime kemalista. L’AKP ha anche adottato una serie di politiche finalizzate a migliorare la propria immagine, ottenere il sostegno dei gruppi laicisti, e tranquillizzare la Nato e gli altri alleati occidentali. Ad esempio, il partito ha collocato esponenti del laicismo, sia uomini che donne (che non si coprono il capo), in posizioni politiche di rilievo, incluse le cariche governative e i seggi parlamentari. Questa strategia accomodante ha aiutato l’AKP a conquistare un maggior numero di voti. Una volta che il partito è riuscito a ottenere il controllo dei vari organismi statali, in particolare il potere giudiziario e l’esercito, un’altra vittoria schiacciante (riportata alle elezioni parlamentari del 2011) ne ha rafforzato la fiducia. Non sentendo più la necessità di corteggiare e rassicurare l’ala liberale laica, il partito ha potuto puntare alla piena attuazione della propria agenda politica. Ha finalmente preso in mano la questione spinosa del velo, rimuovendo il divieto nel 2013.

Mentre la maggior parte dell’ala laicista ha ravvisato nel velo una deviazione rispetto al percorso di modernizzazione intrapreso dal kemalismo, alcuni gruppi femministi di matrice laicista hanno appoggiato il diritto delle donne a indossare il velo come uno strumento di rivendicazione della propria libertà di scelta. I gruppi islamisti si sono opposti al divieto del velo in quanto esso violerebbe la libertà religiosa e lo hanno utilizzato per mobilitare le donne. Tuttavia, nell’opinione delle donne islamiste, il divieto non implicava semplicemente una violazione della libertà religiosa ma anche una discriminazione di genere e una violazione del diritto delle donne ad accedere all’istruzione e al mondo del lavoro. Quindi, nello sfidare lo stato laicista chiedendo pari diritti, le donne islamiste hanno anche messo in discussione le interpretazioni tradizionali della religione, essenzialmente di stampo maschilista. Quest’ultimo punto, tuttavia, non è stato più preso in considerazione dalla leadership dell’AKP: man mano che il partito e il suo leader diventavano sempre più autoritari, il loro approccio alle questioni di genere rivelava una matrice fortemente tradizionalista.

Il ritorno al tradizionalismo ha preso varie forme ed è avvenuto per gradi. Un esempio è costituito dalla riorganizzazione del Ministero per le donne e la famiglia, creato nel 1990 per soddisfare i requisiti della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, rinominato nel 2011 “Ministero per la famiglia e la politica sociale” (pertanto, con l’eliminazione del termine “donne” dalla denominazione di questa istituzione). Perfino prima del 2011, le amministrazioni comunali guidate dall’AKP e la Direzione per gli affari religiosi erano solite organizzare workshop sul matrimonio o promuovere la diffusione di opuscoli informativi che incoraggiavano a relegare le donne all’ambito domestico e a mantenerle in una condizione di dipendenza dagli uomini. Erdoğan si è sempre opposto all’introduzione delle quote di genere a livello elettorale. Pertanto, il posizionamento globale della Turchia rispetto ai vari indici delle Nazioni Unite che misurano l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile è peggiorato significativamente durante il governo dell’AKP.

Difendere la maternità è stato sempre uno degli aspetti preminenti dell’ideologia di genere del partito; tuttavia, la retorica e le politiche a favore della natalità sono ora diventate assolutamente esplicite. Nel 2008, Erdoğan ha iniziato a incoraggiare le donne a portare a termine tre gravidanze, evidenziando l’importanza dell’aumento demografico per lo sviluppo economico. Successivamente, ha aumentato il numero di parti a cinque nell’ambito di una retorica sfacciatamente essenzialista. A più riprese, si riferisce agli uomini e alle donne come a soggetti “non uguali”, e considera l’orientamento delle donne alla carriera come innaturale e come un qualcosa che le renderebbe incapaci di comprendere e apprezzare l’importanza della maternità nell’ambito della religione islamica. Inoltre, si oppone al controllo delle nascite, alla pianificazione familiare e all’allattamento artificiale in quanto sarebbero contrari ai precetti islamici, e considera l’aborto un “omicidio”. Se alcuni progetti di legge parlamentari che si prefiggevano di mettere fuori legge l’aborto, di restringere il ventaglio dei casi in cui è possibile praticare il parto cesareo, nonché di legittimare i matrimoni precoci sono stati accantonati a seguito di proteste massicce da parte di vari gruppi di donne, l’AKP continua a prendere in considerazione una serie di politiche che vanno a svantaggio delle donne, incluso un progetto di legge che, se approvato, restringerebbe i diritti delle donne divorziate in materia di alimenti.

Non sorprende che la promozione, da parte del governo, delle norme di matrice patriarcale vada di pari passo con un sostegno sempre più forte al nazionalismo e al militarismo turchi, i quali hanno entrambi effetti più devastanti sulle donne di etnia curda. Se vari gruppi di donne combattono tale tendenza, l’onere spetta al movimento femminista islamista. Le politiche di genere del paese nel prossimo futuro dipendono largamente dalla capacità di tale movimento di collaborare con altri gruppi analoghi, come è avvenuto in passato, nonché dalla sua capacità di influenzare e portare dalla propria parte le donne “conservatrici” che hanno militato nell’AKP e hanno votato per tale partito. 

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