Articolodemografia - diseguaglianza - empowerment - generazioni - istruzione - pari opportunità - povertà - salute - violenza

Come stanno le bambine,
come staranno le donne

Foto: Unfpa

Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) si chiede come stanno le bambine e si impegna a monitorare la realizzazione degli obiettivi dell'agenda 2030 per un altro modello di sviluppo. Ne parliamo con la responsabile partnership strategiche del fondo, Mariarosa Cutillo

Articoli correlati

Dopo la sentenza della Cassazione sul post-divorzio apriamo il dibattito sull'economia di coppia. Chiara racconta la storia patrimoniale dei suoi trent'anni di matrimonio con Salvatore

La riforma della giustizia in discussione al Senato prevede l'accorpamento dei tribunali per i minori agli altri già esistenti. Un disegno che ha sollevato molte critiche. Intervista all'avvocata Barbara Felici

Aumentare del 25% l'occupazione femminile, per un'economia globale che metta al centro le donne. Il report dal W20 di Berlino

In Europa le donne sono meno ricche degli uomini, e il divario aumenta con l'avanzare dell'età. Ma i motivi della diversa distribuzione della ricchezza cambiano da paese a paese

Mariarosa, il modello di sviluppo che abbiamo avuto finora non ha funzionato. Verso quale modello si muove l'agenda 2030 e che posto occupa la gender equality in questo programma?

L’agenda 2030, adottata lo scorso anno da 193 paesi, ci dice prima di tutto qualcosa di molto importante: che non possiamo più sbagliare. Il dato nuovo, in termini di politiche, è che si tratta di un'agenda globale, che chiama tutti i paesi a un atto di responsabilità condivisa e collettiva. Lo ha ribadito anche il rappresentante speciale del segretario delle nazioni unite per gli obiettivi di sviluppo sostenibile, che "è un’agenda di tutti, tutti hanno una responsabilità nel metterla in campo". Insomma, non ci sarà un piano b, qui ci giochiamo il futuro del mondo in termini di diritti umani, ambiente, sviluppo, appunto. In questo piano l'uguaglianza di genere è non solo centrale ma trasversale, l'empowerment delle donne è un filo rosso che attraversa tutti gli obiettivi dell'agenda. Non è possibile raggiungere questi obiettivi senza combattere la violenza di genere, e garantire l'accesso all'istruzione e il diritto alla salute, inclusa quella sessuale e riproduttiva. Anche qui, tutti sono chiamati a intervenire. L’obiettivo 17 dell'agenda parla chiaramente di "partnership allo sviluppo".

Quest'anno il rapporto Unfpa fa una scelta precisa per diffondere i dati sullo stato della popolazione del mondo, e sceglie le bambine di dieci anni come punto d'osservazione. Perché, e soprattutto come stanno queste bambine.

Hai usato un termine interessante, punto di osservazione. Le bambine a un'età di dieci anni sono la faccia del nostro futuro. Stiamo parlando di una popolazione di circa 60 milioni, che nel 2030 avranno 24-25 anni, saranno delle donne a tutti gli effetti. Ora stanno entrando nell'età dell'adolescenza, per loro inizia un viaggio. Un viaggio che potrebbe andare in almeno due direzioni. Questo rapporto è soprattutto un esercizio di immaginazione e prospettiva. A partire dai dati che abbiamo a disposizione ci siamo chiesti che donne diventeranno domani le bambine di oggi. E dal rapporto si vede chiaramente che se non agiamo subito la prospettiva sarà quella dello sfruttamento e della negazione dei diritti ancora per generazioni. Agire significa muoversi verso un'altra prospettiva, quella dell'opportunità, dell'empowerment, della crescita. D'altra parte dai dati che abbiamo a disposizione è difficile sfuggire. Ogni giorno 47.700 ragazze al disotto dei 18 anni vengono costrette a matrimoni precoci, significa negazione del diritto all'istruzione, al progresso, spesso gravidanze pericolose che portano alla morte. Si parla di circa 16milioni di bambine tra i 6 e gli 11 anni che non cominciano nemmeno ad andare a scuola, che significa sfuttamento, violenze subite, cause queste preponderanti di morti e suicidi giovanili. 

Ecco, volevo commentare con te un dato, in particolare, quello sul suicidio. Il rapporto di quest'anno riporta che a livello globale è diventato la seconda causa di morte per le adolescenti tra i 10 e i 19 anni, e la prima tra i 15 e i 19. Mi sembra un dato nuovo e sicuramente preoccupante (penso anche ai suicidi da bullismo e cyberbullismo nel "mondo industrializzato"). Cosa ne sappiamo? 

È qualcosa che in un certo senso sapevamo ma che si sta fotografando man mano, qualcosa che ha un'estensione globale. Come fotografia è un un fenomeno abbastanza nuovo, probabilmente c’è sempre stato ma non con queste dimensioni, e ora si va configurando anche affiancato dalla diffusione di pratiche di autolesionismo. Dal rapporto parte una prima denuncia, sicuramente da raffinare in termini di dati, assolutamente da tenere sotto controllo.

A proposito di controllo, l'Unfpa si impegna a monitorare gli obiettivi dell'agenda 2030 seguendo la vita di dieci bambine che oggi hanno dieci anni d'età, per i prossimi quindici. Sembra una buona idea per verificare che non si tratti solo di chiacchiere...

Esattamente. Il lancio di questo rapporto è solo l'inizio di un percorso di monitoraggio serrato. Non vogliamo trovarci tra cinque anni ad avere la stessa situazione. L'impegno e la missione del fondo aono proprio di monitorare il progresso verso questo viaggio di opportunità... Per riportare un altro dato: un’adolescente ogni dieci minuti che muore per violenze è qualcosa di assai drammatico ed evidente. Bastano i numeri che abbiamo elencato per condurci ragionevolmente a scegliere una prospettiva piuttosto che l'altra. Ed è importante ribadire che in questo percorso la responsabilità è collettiva e tutti gli stakeholder sono chiamati in causa per condividerla. Vuol dire investire per garantire prima di tutto l'istruzione. Il rapporto traccia degli scenari possibili, e le proiezioni mostrano bene come un livello di istruzione adeguato non solo permetterebbe a una donna di triplicare le proprie entrate economiche, ma inciderebbe sulla crescita stessa del paese in cui vive. Poi proteggere le ragazze da una serie di pratiche che ne ostacolano la qualità della vita e ne mettono a rischio la sopravvivenza, come matrimoni precoci e mutilazioni genitali. E ancora garantire il diritto alla salute, a quella sessuale e riproduttiva, l’educazione sessuale. Coinvolgere anche i maschi nel processo di cambiamento. 

Da presidente e responsabile della sostenibilità di Benetton a gennaio sei passata all'Unfpa come chief of strategic partnerships, in cosa consiste il tuo ruolo, qual è la tua funzione specifica all'interno dell'organizzazione e perché hai deciso di lasciare il settore privato.

Il mio ruolo è quello di dirigere l’ufficio partnership strategiche, un ufficio nato da una scelta precisa del fondo, quella di rendere ancora più strutturato il suo lavoro con partner che si affianchino ai partner tradizionali nel raggiungimento degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile. Quindi è un lavoro che ha strettamente a che fare con l'obiettivo 17 dell'agenda 2030: creare partnership coinvolgendo tutti gli attori sociali sulle missioni del fondo (salute materna, diritti sessuali e riproduttivi, giovani e adolescenti). Questo permette di rendere più forte la presenza del fondo, aumentare le risorse, creare alleanze per migliorare la condizione della popolazione del mondo a partire dalle donne. A fare da ponte con l'esperienza precedente sicuramente è stato il linguaggio. In Benetton lavoravo per la responsabilità sociale d'impresa, e in quella veste ho gestito anche delle partnership con le Nazioni Unite. Il canale è stato proprio quello di imparare a parlare due linguaggi diversi e in interazione. È un passaggio che sicuramente comporta delle sfide, ma è entusiasmante e lo vivo come un momento di grande crescita.

Oggi si parla molto dell'importanza della leadership femminile, nascono anche iniziative per promuoverla nelle organizzazioni, come si dovrebbe comportare secondo te una leader perché il suo successo non rappresenti un caso isolato ma faccia da apripista per le altre? 

La mia personale idea di leadership, quella che ho sperimentato, con un 70% di successi e un 30 d'insuccessi, è che una leader dev’essere entusiasta, appassionata, cercare di trasmettere questa passione, cosa che non è mai scontata, avere una disciplina, essere preparata, mettersi in discussione. Essere, insomma, prima di tutto una persona, capace anche di dedicare del tempo ad ascoltare e a gestire i rapporti con le altre. Elemento importantissimo, la curiosità. E avere una visione senza sottrarsi alla concretezza. Mi sembra fondamentale che una leader si giochi il suo ruolo come una possibilità non solo per se stessa ma anche per le altre.

Come stanno le bambine del mondo? Leggi la sintesi di inGenere sul nuovo rapporto Unfpa