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Conciliazione. Un questionario
per imprenditrici e professioniste

Foto: Flickr/Funkyah

Gli ultimi dati confermano che l'imprenditoria femminile è in crescita nel nostro paese. Ma come si realizza in questo settore la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro? Un gruppo di ricercatrici lancia un questionario rivolto a imprenditrici, manager e professioniste 

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Il ricco filone di studi sull’imprenditoria ha spesso considerato la propensione delle donne ad aprire un’impresa come prevalentemente dovuta alla necessità di aggirare le barriere e gli ostacoli di ingresso nel mercato del lavoro, e in seconda battuta come tentativo, attraverso la scelta di un lavoro che consentisse di gestire in autonomia e con maggiore elasticità i propri orari, di conciliare la vita professionale con quella familiare. Molta letteratura ha quindi attribuito la vocazione imprenditoriale femminile a una scelta obbligata - di necessità - e meno a una spinta legata, invece, alla possibilità di realizzare una propria idea imprenditoriale o di raggiungere una maggiore realizzazione personale. 

Queste analisi, valide in generale per spiegare la crescente partecipazione femminile al mondo imprenditoriale, sono ovviamente ancora più convincenti nel contesto italiano, in cui ai forti squilibri in termini di partecipazione al mercato del lavoro e progressione di carriera si sommano le forti asimmetrie nella divisione dei ruoli domestici e familiari e le storiche carenze del welfare, soprattutto per quel che riguarda la cura dell’infanzia e degli anziani non autosufficienti. Anche le statistiche sulle imprese femminili hanno per lungo tempo sostenuto queste spiegazioni; se da un punto di vista teorico si dimostrava che le imprese avviate per necessità spingevano le donne ad essere meno legate alla propria impresa, a optare per settori più femminilizzati e ad avere una minore propensione al rischio, i dati statistici dimostravano come le imprese femminili fossero per lo più di piccole dimensioni, collocate in settori tradizionali prevalentemente legati ai servizi alla persona e con poche possibilità di espansione o di sviluppo. 

Cosa dicono i dati sull'imprenditoria femminile

I dati più recenti sembrano però delineare importanti cambiamenti nell’universo delle imprese femminili italiane suggerendo la necessità di ripensare le acquisizioni consolidate e di porre al centro dell’analisi una serie di nodi critici spesso trascurati sia nelle ricerche scientifiche che nelle azioni di policy.

L’ultimo rapporto di Unioncamere evidenzia in primo luogo una costante crescita delle imprese femminili. Tra il 2010 e il 2015 sono infatti nate 35 mila nuove imprese femminili, il 65% delle 53 mila nuove nate in totale, con un tasso di crescita del 3,1% a fronte dello 0,5% di quelle maschili. Alla fine del 2015 le imprese femminili in Italia rappresentano il 21,7% del totale delle imprese e impiegano complessivamente circa 3 milioni di persone.

Il dato più interessate riguarda però la diversificazione dei settori industriali. Se è ancora confermata una forte concentrazione delle imprese guidate da donne nel settore terziario e dei servizi alla persona, nei trend degli ultimi 5 anni si registra anche un netto aumento nei settori dell’ICT (Information and Communication Technology), +9,5%, e delle start-up innovative, passate dal 9% del 2010 al 15, 4% del 2015.

A cambiare sono anche le caratteristiche anagrafiche delle imprenditrici. Si tratta prevalentemente di donne con un livello d’istruzione medio-alto e con un’età media decisamente bassa. Il 14% delle imprese femminili sono guidate da donne che hanno meno di 35 anni, contro il 10% di quelle maschili. Come dimostrato anche da altre ricerche sulle imprenditrici italiane si tratta prevalentemente di donne giovani e istruite che hanno quindi aspirazioni e motivazioni sempre più sbilanciate sul versante della realizzazione personale e professionale e meno della necessità. 

Queste trasformazioni già in atto da alcuni anni anche in altri paesi stanno dunque segnalando la necessità di occuparsi di questioni, spesso ritenute risolte, attraverso la scelta imprenditoriale. Prima tra tutte quella della conciliazione. 

Tutte le facce della conciliazione

I problemi legati al bilanciamento tra i carichi domestici e la vita professionale, ampiamente indagati e approfonditi rispetto al lavoro dipendente, assumono delle caratteristiche del tutto peculiari per le imprenditrici. Per le imprenditrici si incrociano infatti sia le dimensioni legate all’immagine “dell’imprenditore” che al lavoro vero e proprio.

Rispetto all’immagine, soprattutto in Italia l’imprenditoria continua a non essere paritaria rispetto al genere e a collocarsi nell’universo simbolico del maschile. L’ancoraggio alle dimensioni collegate all’iniziativa, alla titolarità dell’azione, al rischio si misurano poi nella performance, nel successo, nel coinvolgimento lavorativo che richiedono un’attenzione esclusiva e totalizzante all’impresa. A questo si associano le caratteristiche del lavoro proprie della gestione d’impresa: gli orari prolungati, l’impossibilità di assentarsi per lunghi periodi, il dover essere sempre presenti per mantenere la competitività, la necessità di affrontare molto spesso trasferte e/o viaggi, ecc. Queste peculiarità, oltre ad essere assolutamente in contrasto con l’idea di un lavoro family friendly richiedono anche delle soluzioni di policy del tutto differenti rispetto a quelle messe in campo per le lavoratrici dipendenti. 

Se il legislatore è recentemente intervenuto in materia di congedi di maternità eliminando l’obbligo ad assentarsi dal lavoro[1], fortissime rimangono le criticità collegate all’assenza di servizi sia pubblici che privati. Il tasso di copertura degli asili nido nella fascia 0-3 anni rimane ancora bassissimo soprattutto nelle regioni del sud. Rispetto ai servizi per la terza età a fronte di un’offerta soprattutto privata ma anche molto onerosa, non sono previsti particolari servizi integrativi o di assistenza per le famiglie che ne hanno necessità. Il lavoro di cura dei familiari continua dunque ad affidarsi o alle reti informali, soprattutto parentali o a ricadere, in un sistema che rimane fortemente asimmetrico, sulle donne lavoratrici. 

In questo scenario l’approfondimento specifico dell’influenza che la vita familiare ha sul lavoro e viceversa appare fondamentale non solo per analizzare le performance delle imprese femminili ma anche per rendere conto della complessità del problema, dell’intreccio delle soluzioni adottate e dell’influenza sui livelli di soddisfazione lavorativa e personale.

Molte sono quindi le questioni da approfondire. Verificare l’esistenza del conflitto tra la sfera lavorativa e quella familiare anche per capire in che modo si influenzano. Analizzare lo scollamento tra la maternità realizzata e quella desiderata e di come questa sia influenzata dal lavoro imprenditoriale. Approfondire il ruolo del partner e in che modo la necessità di dover lavorare a ritmi elevati comporta una ridefinizione interna anche dei ruoli all’interno della coppia. Confrontare generazioni diverse di donne per analizzare in che modo cambiano le esigenze di conciliazione lungo l’arco della vita, se l’impatto della famiglia sul lavoro e viceversa si mantiene costante, se variano le strategie e i livelli di soddisfazione.

Un questionario per imprenditrici, manager e professioniste

Per provare a rispondere almeno in parte ad alcune di queste questioni abbiamo elaborato[2], in collaborazione con CNA Impresa Donna, un progetto di ricerca che attraverso un questionario rivolto a imprenditrici, professioniste e manager[3], vuole rimettere al centro la questione della conciliazione per queste lavoratrici. Il modello impiegato è quello del work-family conflict per rilevare l’impatto bidirezionale dei carichi familiari sulle performance lavorative e lo scollamento tra la maternità realizzata e quella desiderata. La ricerca assume inoltre un'idea composita del problema della conciliazione, con l'intento di superare l'idea che le problematiche connesse alla vita familiare interessino un periodo molto breve, limitato all’accudimento dei figli piccoli e che tralascia la cura degli anziani fragili. E anche lo stereotipo che le sfere di vita siano sono soltanto due: il lavoro e famiglia. Una sfera di autonomia, autosufficienza, autorealizzazione al di là della famiglia spesso non è contemplata con il risultato di lasciare completamente inesplorate le altre dimensioni connesse ad esempio alla socialità, al tempo libero, ecc. 

Per le imprenditrici, professioniste e manager che volessero partecipare all'indagine, è sufficiente collegarsi al sito conciliazione.impresefemminili.it e dedicare 4 minuti alla compilazione.

 

Note

[1] In realtà per le autonome iscritte solo alla gestione separata la non astensione dal lavoro fa decadere l’indennità. 

[2] Il progetto di ricerca è frutto della collaborazione tra Luisa De Vita, Università di Roma “La Sapienza”, Michela Mari e Sara Poggesi Università di Roma “Tor Vergata” 

[3] L’indagine pur rimanendo concentrata sulle imprenditrici è estesa anche alle libere professioniste alle manager che sono assimilabili sia in termini di immagine che di caratteristiche del lavoro alle imprenditrici.

 

Riferimenti bibliografici

Bertolini, S., & Goglio, V. (2011). L’imprenditoria femminile come strumento di innovazione per lo sviluppo locale, Sociologia del lavoro.

Bruni, A., Gherardi, S., & Poggio, B. (2004). Gender and entrepreneurship: An ethnographic approach, Routledge

De Vita, L. Mari, M., & Poggesi, S., (2016). Family embeddedness and business performance: evidences from women-owned firms, Management Decision, 54(2), 476-500.

De Vita, L., Mari, M., & Poggesi, S. (2014). Le imprese femminili in Italia: i risultati di un’indagine esplorativa, Impresa Progetto-Electronic Journal of Management, (2)

Manolova, T., Carter, N., Manev, I., & Gyoshev, B. (2007). The differential effect of men and women entrepreneurs’ human capital and networking on growth expectancies in Bulgaria, Entrepreneurship:Theory and Practice, 31(3), 407–426.

Roomi, M. (2009). Impact of social capital development and use in the growth process of women-owned firms, Journal of Enterprising Culture, 17(4), 473–495.