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Congedi di paternità,
il record norvegese

Nella Norvegia-modello, il 97% dei padri usufruisce dei congedi parentali. Ma ci si chiede se questa sia la causa o l'effetto di una maggiore parità di genere. Senza un contesto economico e culturale favorevole, il solo congedo ai papà non basta, anzi può avere effetti negativi

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La Norvegia è stato il primo paese al mondo, nel 1993,  a istituire una quota di congedi parentali riservata ai padri: il padre non è obbligato a prendere il congedo, ma se non lo fa la madre non può prenderlo al suo posto.  Il congedo di paternità, di quattro settimane, è stato concesso insieme ad un’estensione del congedo parentale complessivo per la coppia,  che ha raggiunto le 42 settimane retribuite dallo Stato a salario pieno. Negli ultimi anni il congedo di paternità è stato ulteriormente incrementato, e dal primo luglio di quest’anno è arrivato  a 12 delle 47 settimane totali. Inoltre in Norvegia al padre spettano due settimane di  astensione dal lavoro alla nascita del bambino. Quest’ultimo permesso non è retribuito dallo stato, ma nella maggior parte dei casi viene finanziato dal datore di lavoro.

Molti paesi guardano con invidia alla Norvegia e agli altri paesi del Nord,  e la quota di congedo parentale riservata ai padri è considerata da molti il provvedimento strategico più efficace per ottenere la parità di genere basata sul modello di famiglia con  doppio stipendio e condivisione paritaria dei compiti.  Nel rapporto che la lobby delle European Women ha presentato  al Comitato degli Interlocutori della Commissione Europea nei primi mesi di quest’anno,  si sostiene  che  il congedo di paternità  può  dare un importante contributo alla  attuazione di una più equa suddivisione fra uomo e donna del lavoro di cura e del lavoro retribuito,  contribuendo a realizzare la parità di genere.

L’idea  sottostante  questa convinzione è che il congedo di paternità promuova la concezione che l’uomo e la donna possano condividere sia il lavoro di cura che la partecipazione al mercato del lavoro retribuito, e quindi sarebbe parte di una  legislazione coerente e di provvedimenti strategici mirati ad ottenere tale risultato. Inoltre  ci si aspetta che il congedo di paternità  abbia un effetto duraturo sulla divisione del lavoro domestico all’interno della famiglia e  diminuisca il differenziale di genere delle retribuzioni (gender pay gap). Si ritiene infatti che se gli uomini sono considerati coinvolti in modo paritario nell’accudire i figli, anche il datore di lavoro sarà portato a vederli non solo come lavoratori ma anche come genitori, riducendo quindi la discriminazione nei confronti delle madri sul mercato del lavoro. In conclusione, vi sono grandi aspettative sull’impatto che il congedo di paternità potrebbe avere sulla parità di genere.

Quali sono dunque  i risultati dopo quasi vent’anni di quote di congedo riservate ai padri?  Innanzitutto, in Norvegia il congedo di paternità ha avuto un enorme successo; già dopo pochi anni, l’85% dei padri esercitava il proprio diritto di utilizzarlo. Nel 2008, il 97% degli uomini cui spettava un congedo ne ha (almeno in parte) usufruito. Molte indagini si limitano a confrontare i tassi di recepimento, e da questo punto di vista la Norvegia  ha ottenuto ottimi risultati. Tuttavia, per quanto riguarda l’obiettivo dichiarato di favorire la parità di genere fra uomo e donna all’interno della famiglia e sul mercato del lavoro, non ci sono prove convincenti che la quota di congedi riservata ai padri abbia soddisfatto le grandi aspettative iniziali.

Anche se l’istituzione del congedo obbligatorio per i padri ha definitivamente modificato le norme culturali che definiscono il comportamento virile nei paesi del Nord, e la figura del padre coinvolto nella cura dei figli, e che prende il congedo di paternità, è diventata parte del modello prevalente di maschio [1], tutto ciò non ha generalmente determinato una maggiore parità fra uomo e donna. In ambito internazionale, i paesi del Nord risultano i più egualitari del mondo, ma lo sono già da molto tempo. Non ci sono prove  che il congedo di paternità  abbia portato a un maggiore coinvolgimento degli uomini nelle semplici faccende domestiche. Sebbene gli uomini abbiano aderito all’ideale di padre coinvolto nella cura dei bambini, e accettino di buon grado di fare la loro parte nell’accudire i figli, sembra che essi siano molto più restii all’equa divisione delle ordinarie  mansioni domestiche. Nei paesi scandinavi le colf non sono così diffuse come altrove, sebbene si stia rilevando un cambiamento e siano in aumento il numero dei collaboratori domestici e di  giovani che lavorano nelle famiglie alla pari.  È ampiamente riconosciuto che la correlazione riscontrata fra congedo di paternità e livello di parità di genere all’interno della famiglia sia dovuta essenzialmente a effetti selettivi più che denotare un rapporto di causalità. Nelle famiglie  della classe media in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno e condividono valori di parità di genere, accudire i figli e adempiere alle faccende domestiche sono tendenzialmente compiti equamente divisi sin dall’inizio, e i padri  della classe media prendono congedi di paternità più lunghi, ma la prima circostanza non è l’effetto della seconda. Il congedo di paternità non ha nemmeno determinato una maggiore uguaglianza nei salari, come era invece nelle previsioni. Una recente indagine norvegese ha rilevato che invece di ridurre il divario salariale correlato al genere, il congedo di paternità ha avuto un effetto negativo sui salari e sull’occupazione delle madri[2], oltre a ridurre leggermente il reddito futuro dei padri.  Un rapporto svedese ha inoltre mostrato che quando il padre usufruisce del congedo, non sempre la madre torna al lavoro prima di quello che avrebbe fatto ugualmente [3]. Nel 2009 la metà delle madri norvegesi è rimasta comunque a casa durante il congedo di paternità del partner [4]. Indagini  sulle reazioni dei genitori hanno evidenziato che la ripartizione obbligatoria del congedo fra madre e padre  contrasta con il modello genitoriale della famiglia operaia [5]. Non disponiamo di dati più recenti sui meccanismi di adattamento delle famiglie al rilevante incremento della quota di congedi riservata ai padri dal 2009. Indagini commissionate da un consorzio di  asili privati hanno comunque rilevato che un numero sempre crescente di padri manda i figli all’asilo durante il proprio congedo di paternità [6], sollevando il problema dell’abuso di questo diritto, che viene sfruttato come un’indennità pagata dallo Stato,  mentre si continuano ad utilizzare gli asili pubblici. Progetti di ristrutturazione o costruzione della casa e l’hobby della caccia sono alcune delle motivazioni addotte dai padri che hanno mandato i figli all’asilo nido durante il loro congedo di paternità. Non è inoltre infrequente che le famiglie utilizzino il congedo obbligatorio per una lunga vacanza in località esotiche.

Dall’ultimo incremento della quota di congedi riservata ai padri,  la polemica politica sulla ripartizione dei congedi parentali è aumentata. I due maggiori partiti conservatori vogliono ora abolire del tutto la quota  per i padri, mentre la sinistra sta valutando una ripartizione obbligatoria ancora più estrema,  ed alcuni propongono di assegnare un terzo, o addirittura la metà del congedo parentale al padre. Fra i cittadini norvegesi si è rapidamente diffusa un’avversione alla quota di congedi per i padri, e secondo un’inchiesta realizzata nell’autunno del 2010 per conto di uno dei quotidiani più importanti, il 66% degli intervistati ha dichiarato di essere favorevole alla sua abolizione[7]. Da allora, l’attuale coalizione rosso-verde di governo ha votato l’attuazione, entro l’estate, dell’ultimo incremento della quota da dieci a dodici settimane, che potrebbe esacerbare l’ostilità di coloro che non riescono ad accettare questo modello. Dunque, è difficile prevedere cosa accadrà in futuro.

Tornando al quesito iniziale: il congedo di paternità favorisce la parità di genere? Nonostante le speranze e le aspettative  sulle meraviglie che questo provvedimento potrebbe portare, la risposta è francamente: non lo sappiamo, e peraltro ci sono prove  di alcune conseguenze indesiderate e dannose che potrebbero ridurne e vanificarne gli effetti positivi. Dunque, gli altri paesi dovrebbero smettere di considerare i paesi del Nord come modelli per la parità di genere? Credo che ci sia un altro importante insegnamento che dobbiamo cogliere. Più che la quota riservata ai padri, sia pur rilevante e simbolica, sono i generosi e prolungati congedi parentali finanziati dallo stato, nonché gli ampi diritti di cui godono i genitori lavoratori e i servizi pubblici per l’infanzia a determinare maggiormente i successi dei paesi del Nord. La coesistenza di una  elevata presenza femminile sul mercato del lavoro e di un  alto tasso di nascite è il risultato di un sistema di welfare quasi universale che permette alle donne di lavorare e avere figli. Tra i numerosi diritti concessi ai genitori, c’è quello di avere  giornate di congedo pagato in caso di malattia dei bambini fino a 12 anni. Il numero dei giorni varia, ma può anche essere 20 giorni all’anno per i genitori singoli. Gli effetti della ripartizione dei congedi fra i genitori potrebbero risultare  modesti rispetto a questo  livello generale di agevolazioni e servizi garantiti alle madri lavoratrici. Infine, spesso si trascura il fatto che l’istituzione della quota di congedi riservata ai padri nei paesi del Nord è il risultato di un lungo percorso, passo dopo passo,  mirato allo sviluppo di regole e consuetudini per l’equità di genere, a partire dalla legislazione paritaria  sul matrimonio che risale ai primi decenni del 1900, più di mezzo secolo in anticipo rispetto al resto del mondo. Nei paesi ove il congedo parentale è breve e/o le norme più tradizionali, la riserva di una quota di congedo ai padri potrebbe avere conseguenze più imprevedibili e negative che la caccia all’alce dei padri norvegesi durante il loro congedo parentale.


[1] Gíslason, I. V. (2008). "You are regarded as weird if you don't use the paternity leave". In G. B. Eydal & I. V. Gíslason (Eds.), Equal rights to earn and care. Parental leave in Iceland    Reykjavik      Félagsvísindastofnun Háskola Íslands.

 

[2] Einarsdóttir, T., & Pétursdóttir, G. M. 2009. Iceland: from reluctance to fast-track engineering            In S. B. Kamerman & P. Moss (Eds.), The politics of parental leave policies. Bristol: The Policy Press.

Cools, Sara, Fiva, Jon H and Mads Kirkebøen. 2010. The effects of paternity leave on parents and children. ESOP working papers 15 dec 2010

[3] Duvander, A.-Z. (2006). När är det dags för dagis? En studie om vid vilken ålder barn börjar förskula og föräldrars åsikt om detta Arbetsrapport (Vol. 2): Institutet för Framtidsstudier.

[4] NAV-rapport 2 2009

[5] Stefansen, K., & Farstad, G. R. 2010. Classed parental practices in a modern welfare state: Caring for the under threes in Norway. Critical Social Policy, 30 (1)(120)

[6] Iris Lyngmo og Fredrik Sørensen Misbruker pappapermisjon. (Abuso del congedo di paternità) Barnehage.no 16.12.2010, Iris Lyngmo. Pappapermisjon i Syden? (Papà prende il congedo al Sud?) Barnehage.no 13.10.2010

[7] http://www.aftenposten.no/nyheter/iriks/article3860173.ece