Quando dispone delle condizioni necessarie per funzionare davvero, il consultorio è il luogo in cui una donna può essere vista nella sua interezza. Non soltanto come corpo da monitorare clinicamente, ma come persona attraversata da cambiamenti, paure, bisogni. Sostenere questi presidi con politiche e investimenti adeguati significa riconoscere che la salute delle donne è una responsabilità collettiva che riguarda non solo le famiglie ma intere comunità
I consultori sono il luogo in cui la salute mentale delle donne diventa finalmente una questione pubblica. Rafforzarli significa difendere la cura, la prevenzione e la libertà delle donne.
C’è qualcosa di profondamente politico nella discussione sulla salute mentale delle donne che diventano madri. Un senso di rimprovero o di negazione, uno stigma che ancora ritarda l'accesso alla richiesta di aiuto.
Ma dove sono le madri? Qual è il luogo in cui una donna che decide di diventare madre può trovare ascolto e supporto?
Dal 1975 dovrebbero essere i consultori, luoghi di prossimità, di facile accesso e facilmente identificabili, capaci di rappresentare punti di riferimento stabili per la salute delle donne.
L'altra domanda che sorge spontanea, quindi, è: dove sono i consultori? Che fine hanno fatto quelli che c'erano?
Alcune Regioni che hanno deciso di investire sulla rete delle attività consultoriali hanno prodotto delibere e programmazioni innovative sulla base dei nuovi bisogni di salute, potenziando l'attrazione verso i consultori delle nuove generazioni e rendendoli parte attiva nelle comunità.
Ma anche laddove questo accade, intercettare una donna che sperimenta una sofferenza psicologica o sociale perinatale è sempre complesso, e occorre ancora di più migliorare la visibilità dei consultori e la loro capacità di essere riconosciuti come luoghi della cura e non del giudizio.
Per anni, il disagio psicologico materno è rimasto confinato dentro il privato, quasi dissolto nella retorica della maternità felice. La sofferenza veniva individualizzata, resa silenziosa, trasformata in una difficoltà personale da gestire da sole. Ed è forse proprio questo che rende così importante la petizione lanciata da thePeriod e rilanciata da inGenere: aver riportato al centro una domanda essenziale. Chi si prende cura della salute mentale delle donne nel momento in cui diventano madri? E soprattutto: perché questa cura continua a essere considerata marginale nelle priorità del welfare?
La questione della salute mentale perinatale riguarda una parte enorme della vita delle donne e delle famiglie, eppure continua a occupare uno spazio ridotto nel dibattito pubblico. I dati scientifici, invece, sono chiarissimi da anni: depressione e disturbi d’ansia colpiscono tra il 10% e il 20% delle donne durante la gravidanza e nel primo anno dopo il parto. Dietro questi numeri ci sono storie di isolamento, precarietà economica, violenza, fragilità relazionali, assenza di reti. Ci sono donne che attraversano trasformazioni profonde del corpo e dell’identità senza aver intorno un contesto capace di sostenerle davvero.
Eppure, la maternità continua a essere raccontata come un’esperienza naturalmente appagante, quasi immune dal dolore psichico. Una rappresentazione che pesa enormemente sulle donne. Perché rende più difficile nominare la sofferenza, chiedere aiuto, sentirsi legittimate a dire che la fatica esiste. In questa narrazione patriarcale, la madre deve reggere tutto: la cura, il lavoro, il carico mentale, la trasformazione della relazione di coppia, la solitudine. E quando qualcosa si incrina, la responsabilità ricade, ancora una volta, sulla singola donna.
È qui che i consultori mostrano tutta la loro importanza.
I consultori nascono nel 1975, con la legge 405, da un’idea di salute radicalmente diversa da quella puramente prestazionale. Nascono come spazi pubblici gratuiti, territoriali, accessibili, costruiti sulla prevenzione e sulla relazione. Una legge straordinariamente moderna, quella con cui sono stati istituiti i consultori, che già allora anticipava una visione biopsicosociale della salute: il benessere delle persone come intreccio di dimensione fisica, psicologica, relazionale e sociale.
Dentro questa idea, la salute mentale perinatale trova il suo luogo naturale, che ritroviamo all'interno dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) del 2017 sull'assistenza consultoriale.
Quando dispone delle condizioni necessarie per funzionare davvero, il consultorio è il luogo in cui una donna può essere vista nella sua interezza. Non soltanto come corpo da monitorare clinicamente, ma come persona attraversata da cambiamenti profondi, da paure, da fragilità, da bisogni di sostegno. È il luogo in cui il disagio può emergere prima che diventi crisi conclamata. Prima che la sofferenza si trasformi in isolamento. Prima che il legame con il bambino o con la bambina venga compromesso.
Ed è proprio questa capacità di intercettare precocemente la vulnerabilità a rendere il lavoro consultoriale così prezioso.
La ricerca ci dice infatti che, se non trattata, la depressione materna può produrre effetti importanti sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale dei figli e delle figlie. Intervenire nel periodo perinatale significa allora agire sulla salute mentale di una generazione intera. Significa fare prevenzione nel senso più profondo del termine.
Tutto questo, però, richiede tempo, continuità, presenza stabile delle professioniste, lavoro di équipe.
L’équipe consultoriale di base, composta da ostetriche, psicologhe, assistenti sociali, ginecologhe, rappresenta uno dei pochi modelli realmente multidisciplinari rimasti nella sanità pubblica italiana. Le quattro figure professionali che compongono l'equipe di base rappresentano il vulnus dell'intervento multidimensionale.
L’ostetrica accompagna la donna fin dai primi momenti della gravidanza, nel puerperio, nell’allattamento, nella salute sessuale e riproduttiva. Costruisce fiducia, intercetta il disagio precoce, lavora sulla continuità della relazione. La psicologa sostiene la salute mentale perinatale, il legame tra la madre e il bambino o la bambina, le fragilità identitarie e relazionali che la maternità può far emergere. L’assistente sociale tiene insieme le condizioni materiali della vita: la precarietà, l’isolamento, le fragilità familiari, i contesti di violenza. La ginecologa accompagna la salute clinica dentro una pratica che, nel consultorio, resta anche ascolto, counseling, sostegno alle scelte.
Questo modello di cura integrata continua però a essere progressivamente impoverito.
L’ultima indagine nazionale dell’Istituto superiore di sanità sui consultori familiari, riferita agli anni 2018-2019, mostra una rete già profondamente fragile: solo circa la metà dei consultori dispone di un’équipe completa e nel 75% dei casi le professioniste lavorano su più sedi. Lo standard previsto dalla normativa è di un consultorio ogni 20.000 abitanti; la media reale è di circa uno ogni 32.000.
Dopo quella rilevazione, non è stata più prodotta una nuova fotografia nazionale complessiva della rete consultoriale. Anche questo silenzio racconta qualcosa. Racconta la progressiva perdita di centralità politica di un presidio che continua invece a svolgere un lavoro fondamentale nei territori, un impoverimento che è lento e spesso vede "alternative" locali, progettualità estemporanee e altri modi di occuparsi di quello che spetta al consultorio. E che il consultorio pubblico garantisce con equità, universalità e formazione.
Nel frattempo cresce il disagio psicologico nell'infanzia, nell'adolescenza e nelle giovani generazioni, aumentano la fatica delle famiglie, la solitudine sociale, le richieste di sostegno legate alla salute mentale e alla violenza di genere. I consultori lavorano esattamente dentro questo spazio fragile: nella prevenzione, nell’educazione affettiva, nel sostegno alla genitorialità, nella possibilità di costruire relazioni meno violente e più consapevoli.
La questione è molto più grande del destino di un singolo servizio sanitario. In gioco c'è il valore politico della cura, mettere al centro il tema della salute mentale delle donne significa riportarne all'attenzione la responsabilità collettiva e non la fatica privata.
Per questo è necessario investire nei luoghi che costruiscono prevenzione e prossimità prima che il disagio esploda. Rafforzare i consultori significa scegliere una sanità che accompagna, invece di limitarsi a intervenire quando è troppo tardi. Significa riconoscere che la salute mentale materna riguarda l’intera comunità, e che le donne non devono più essere lasciate sole a sostenere il peso invisibile della cura.