Dati

Gli ultimi dati Istat sulla violenza subita da bambine e ragazze prima dei 16 anni mostrano chiaramente come pressioni e molestie non si trasmettano per caso, ma perché nelle famiglie in cui sono già presenti diventano parte di un sistema di valori, iniziando da quelli che la cultura tradizionale attribuisce all'autorità dei padri. La scuola, nel rompere questa tendenza, può avere un ruolo fondamentale

Dalla parte
delle bambine

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Dalla parte delle bambine
Credits Unsplash/Rodrigo Araya

La terza Indagine Istat sulla sicurezza delle donne, condotta tra marzo 2025 e gennaio 2026 su un campione di 17.500 donne italiane e 3.100 straniere ha permesso di stimare la violenza subita prima dei 16 anni.[1]

Rispetto al 2014, questa rilevazione include per la prima volta le violenze fisiche da parte di qualsiasi autore e alcune forme di violenza psicologica, come le umiliazioni dei genitori. I risultati confermano quanto già emerso nel 2006 e nel 2014: la violenza contro le donne si radica nell'infanzia, in famiglia, e si trasmette da una generazione all'altra.

Il 15,3% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni, circa 3 milioni, dichiara di aver subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni; tra le straniere il valore è dell'11,4%, con punte del 22,4% tra le rifugiate. Isolando la sola violenza sessuale, la quota scende all'8,2% tra le italiane e al 3,4% tra le straniere: quasi una ragazzina italiana su dieci, quasi una bambina per ogni classe delle scuole medie.

Il confronto con l'Europa colloca l'Italia in posizione intermedia: la media Ue per la violenza sessuale prima dei 16 anni è del 7%, mentre supera il 10% in Svezia, Lussemburgo, Finlandia, Danimarca, Olanda e Francia: proprio i paesi con i più alti indici di parità di genere. Non è un paradosso: dove la parità è maggiore, le donne riconoscono e dichiarano più spesso la violenza subita. La stessa logica spiega perché le italiane con un titolo post-secondario dichiarino violenza sessuale nel 10,3% dei casi contro il 4,4% di chi ha al più la licenza elementare, e perché il dato sia più alto nel Nord-Est (10,4%) che nelle Isole (5,7%): non necessariamente più violenza, ma più capacità, culturale, sociale, di riconoscerla e nominarla.

Gli autori della violenza restano quasi sempre persone conosciute: la maggioranza delle bambine ha subito violenza da qualcuno che conosceva. Se parliamo di violenza sessuale, gli autori sono esclusivamente uomini: un potere maschile che si esercita dentro le relazioni di fiducia e di autorità. Padri e patrigni sono la figura più frequentemente indicata, seguiti da altri familiari. La vicinanza dell'autore è correlata alla gravità, e non è un caso: quando è il padre o il patrigno, la figura che nel sistema di valori della famiglia tradizionale detiene l'autorità, il 61% delle bambine che ha subito violenza racconta episodi ripetuti nel tempo, e l'80,1% definisce la violenza "molto grave". Questo dato ci parla del fatto che gli uomini violenti interpretino la paternità come dominio: un potere esercitato attraverso la violenza, che trova nella ripetizione la propria conferma.

Più della metà delle bambine coinvolte in episodi di violenza non ne ha parlato con nessuno quando si sono verificati. Chi rompe il silenzio lo fa quasi sempre in famiglia, raramente con amici o compagni di scuola, e il ricorso a insegnanti o forze dell'ordine resta marginale.

La maggior parte degli episodi di violenza sessuale si colloca nella pubertà: il 54% delle intervistate italiane che li ha subiti li colloca in un'età compresa tra gli 11 e i 16 anni, dato che aumenta ancora per le bambine straniere. Un dato che racconta come le violenze si concentrino nel passaggio dall’essere bambina all’adolescenza. Un dato che non deve oscurare il fatto che ben il 45,4% riferisce che la violenza è iniziata prima degli undici anni, e l'8,2% prima dei sei.

Uno dei dati più interessanti dell'indagine – e anche il più politico – riguarda la trasmissione intergenerazionale: la violenza non si trasmette per caso, ma perché nelle famiglie in cui è già presente diventa parte del sistema di valori, normalizzata come modalità con cui si esercita l'autorità e si tengono insieme le relazioni. Dove non c’è violenza fisica tra i genitori, non c’è nemmeno violenza contro le bambine; dove c’è violenza tra genitori, c’è violenza anche su figlie e figli. La violenza, infatti, si estende a tutti i figli. Quella dei padri contro le madri è un indicatore di violenza contro le figlie, mentre per i figli maschi aver subito violenza in famiglia aumenta le possibilità di agirla nelle proprie relazioni affettive: crescere in una famiglia dove il potere maschile si esercita con la violenza insegna, a figlie e figli, a considerarla normale.

L'esposizione precoce alla violenza, infatti, pesa anche sulla vita adulta. Tra le italiane che hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni, il 57,2% ha sperimentato violenza fisica o sessuale anche da adulta, e la quota sale al 68,2% tra chi l'ha subita dal padre. L'associazione emerge anche dai partner: chi da bambino ha assistito alla violenza del padre sulla madre ha una compagna che dichiara violenza nel 14,8% dei casi, contro un valore medio del 2,8%.

Le donne che dichiarano di subire violenza, nella maggioranza dei casi affermano che i loro figli ne sono stati testimoni, che spesso sono ansiosi e hanno paure eccessive.

L’indagine rileva anche come i fattori di vulnerabilità aggravino le violenze. Il dato per le bambine rifugiate è più alto: la violenza fisica le riguarda nel 19,6% dei casi, più del doppio delle italiane (e ad agire le violenze, a differenza che negli altri casi, le madri giocano un ruolo significativo).

Sono dati che confermano la famiglia come principale luogo di rischio per bambine e ragazze, non come eccezione ma come struttura: il luogo in cui il potere maschile si esercita con più continuità, protetto dal valore che la cultura tradizionale attribuisce all'autorità dei padri.

In questo quadro, la scuola potrebbe giocare un ruolo determinante, sia di emersione, creando un contesto in grado di nominare e far emergere le violenze, ma soprattutto diventando il luogo in cui un’altra autorità, quella dell’istituzione scolastica, rompe con la presunzione di normalità della violenza, nominandola per quello che è. 

Per questo, la legge voluta dal ministro Valditara sul consenso informato dei genitori per l'educazione sessuo-affettiva a scuola è particolarmente critica, dal momento che affida proprio a quelle famiglie – spesso il luogo dove la violenza si consuma, si normalizza e si tace – di decidere se figlie e figli possano accedere agli strumenti che permettono di riconoscere e nominare ciò che stanno vivendo.

Note

[1] L'indagine è stata condotta con metodologia armonizzata all'Indagine europea sulla violenza di genere 2021-2024 di Eurostat, Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (European Union Agency for Fundamental Rights, Fra) e Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (European Institute for Gender Equality, Eige).

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