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Dietro un bravo papà
c'è una grande donna

Gli uomini italiani, si sa, collaborano poco al lavoro di cura. Eppure qualcosa sta cambiando, uno studio dell'Isfol traccia le coordinate della cura dei figli: come sono i nuovi papà, qual è l'identikit dei padri "high care", chi sono le loro compagne e, soprattutto, come fanno

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Da alcuni anni in ambito internazionale, da meno tempo in Italia, si registra un crescente interesse nei confronti della paternità e delle maggiori cure che le nuove generazioni di padri riservano ai propri figli.

Alcuni studi hanno, infatti, evidenziato che l’investimento emotivo dei padri e il coinvolgimento nella cura dei figli si legano allo sviluppo cognitivo e alle competenze relazionali dei figli e, in generale, al benessere reciproco. E’ stato inoltre mostrato, in diverse analisi, che il cambiamento degli atteggiamenti maschili sarebbe già in corso, anche se spesso i comportamenti rimangono ancorati a un modello tradizionale di organizzazione familiare.

In Italia, ad esempio, alla crescente partecipazione femminile al lavoro retribuito non si è accompagnata una crescente partecipazione maschile al lavoro familiare; al contrario, in alcuni casi si è creata una vera e propria frattura tra l’emergere di modelli di equità di genere nelle istituzioni e nella società e la permanenza di modelli asimmetrici nella famiglia.

Nell’ultimo rapporto realizzato sullo stato del paese l’Istat, utilizzando i dati raccolti nel corso degli ultimi venti anni sull’uso del tempo, ha documentato la forte asimmetria di genere nell’attribuzione dei ruoli nella coppia e nell’organizzazione dei tempi delle persone, e ha sottolineato come i problemi relativi all’organizzazione dei tempi non siano mutati nel corso degli anni e che gli insufficienti cambiamenti in atto riguardano più i comportamenti delle donne che quelli degli uomini. Ma cosa favorisce la cura paterna? E’ possibile identificare delle caratteristiche (età, titolo di studio, tipo di occupazione) che incoraggiano la condivisione nella cura familiare?

In uno studio dell’Isfol è stata condotta un’analisi, utilizzando i dati provenienti da un’indagine sui fattori determinanti l’inattività femminile in Italia, con l’intento di verificare l’ipotesi più diffusa e accreditata in letteratura, ovvero che il modello delle dual-earner families incoraggi la condivisione della cura tra i partner (1). Il campione dell’indagine si componeva di 6.000 donne di età compresa tra i 25 e i 45 anni, di cui 4.000 inattive e 2.000 attive.I dati a disposizione erano particolarmente interessanti poiché, oltre a offrire le classiche indicazioni sul profilo occupazionale delle donne occupate ed ex-occupate, consentivano di ricostruire il profilo della famiglia attuale e di origine delle intervistate; il tessuto socio-culturale del territorio di residenza; le caratteristiche e le opinioni del coniuge/convivente (2).

 Lo studio restituisce sia un’immagine che una geografia della condivisione. Evidenzia ad esempio che la maggior parte dei padri collaborativi, definiti padri high care, vive nelle regioni del Nord e del Centro. Rileva inoltre, in linea con quanto mostrato anche da altre indagini, come il livello di condivisione vari soprattutto in funzione delle attività da svolgere. Alcune attività, come cucinare e pulire, sono considerate ancora di competenza femminile, a differenza ad esempio delle attività di cura dei figli nelle quali i partner delle intervistate sembrano molto coinvolti. Altre attività invece, come quelle legate alla gestione amministrativa e finanziaria, sembrano caratterizzarsi come compiti di tradizionale competenza maschile.

Ma l’aspetto più interessante, evidenziato dallo studio, riguarda i fattori che influenzano la propensione alla cura da parte dei padri. Tenendo conto delle principali ipotesi ed evidenze presenti in letteratura è stato, infatti, costruito un modello logistico per studiare la probabilità, tenute presenti alcune caratteristiche dei padri e delle madri, che il proprio partner sia un padre collaborativo, partecipativo. La popolazione oggetto di studio, ossia le donne in coppia con figli, è stata analizzata secondo caratteristiche individuali, familiari, territoriali e valoriali, evidenziando come il variare di alcune di queste (ad esempio il titolo di studio, la condizione occupazionale, l’area geografica di appartenenza, etc.) impatti sulla probabilità che il partner contribuisca attivamente al ménage familiare e possa quindi essere definito padre high care.

L’analisi mostra, innanzitutto, che la probabilità di avere come partner un padre high care è più alta se la donna è occupata. Anche la condizione lavorativa e il tipo di occupazione dell’uomo incidono sulla condivisione. Influiscono positivamente nel caso in cui l’uomo sia disoccupato o inattivo, il che è comprensibile poiché verosimilmente avrà più tempo a disposizione. Incidono, invece, negativamente nel caso in cui l’uomo sia occupato come lavoratore autonomo. Ciò conferma quanto emerso in numerosi studi che evidenziano che il tipo di lavoro svolto incide sulla partecipazione dei padri al lavoro familiare e, in particolare, che essere lavoratori autonomi riduce la probabilità di dedicare tempo alle attività di cura familiare.

L’elevato titolo di studio della donna aumenta la propensione all’aiuto da parte dei partner. Il livello d’istruzione maschile, a differenza di quanto evidenziato in altre analisi, non è invece risultato significativo in questo studio. Anche il contesto territoriale in cui si vive influenza il livello di coinvolgimento dei padri nel lavoro domestico e nella cura dei figli. Il modello mostra, infatti, che vivere al Nord aumenta la probabilità di avere un coniuge che collabori significativamente al lavoro familiare ovvero un partner padre high care. Si conferma quindi quanto rilevato anche da altri studi, ossia che nelle famiglie del Nord, a differenza del resto d’Italia, vi è una divisione dei ruoli di genere più simmetrica e meno tradizionale.

Un ultimo aspetto importante riguarda le variabili utilizzate per rappresentare gli aspetti valoriali, culturali dei partner. Le intervistate che da piccole erano in contatto con donne che lavoravano, hanno più probabilità di avere un partner padre high care. Quest’esito sottolinea il legame tra le scelte e i comportamenti dell’età adulta, e il modello culturale e sociale di riferimento. In sintesi, la probabilità per le donne considerate in questo studio di avere come partner un padre high care è alta, se la donna è occupata, se il suo titolo di studio è di tipo universitario, se da piccola era in contatto con donne che lavoravano, all’aumentare del numero di figli con meno di tre anni e, infine, se risiede nell’area geografica del Nord.

Complessivamente, l’aspetto più interessante, è che la propensione alla cura è influenzata più dalle caratteristiche della donna che da quelle dell’uomo e in particolare dalla sua condizione lavorativa, dai modelli femminili di riferimento e dal tessuto socio-culturale del territorio di residenza. L’influenza della dimensione valoriale e culturale della donna sui comportamenti del partner è una dimensione del fenomeno che offre nuovi spunti di riflessione sul tema della condivisione, e che andrebbe approfondito con ulteriori studi e analisi.

 Infine, rimane da dire che i risultati di questo studio possono fornire alcuni spunti di riflessione in termini di policy. In primo luogo, sul senso e sulle opportunità che gli strumenti legislativi, come il congedo di paternità obbligatorio, possano concretamente offrire alle famiglie. Un congedo obbligatorio può essere un segnale, oltre che uno strumento, per abbattere quella cultura della disuguaglianza che concepisce ancora, in molte aree del nostro paese, una divisione dei ruoli di genere asimmetrica e tradizionale. Inoltre può offrire un’occasione, soprattutto in Italia, per affrontare il delicato tema della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, poiché l’aumento dei (bassi) livelli di attività femminile può diventare un obiettivo attraverso il quale si potrebbe perseguire anche l’aumento dei livelli di condivisione familiare da parte dei padri.

 

NOTE

(1) Smith A., Who cares? Fathers and the time they spend looking after children, Paper presentato alla seconda conferenza internazionale EPUNET, Berlino, 24-26 giugno 2004.

Bruzzese D., Romano M.C., La partecipazione dei padri al lavoro familiare nel contesto della quotidianità, in ISTAT, Rosina A., Sabbadini L. L. (a cura di), Diventare padri in Italia, Argomenti n. 31, Roma, 2006.

(2) ISFOL, Pistagni R. (a cura di), Perchè non lavori? I risultati di una indagine Isfol sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro, Rubettino, Soveria Mannelli, 2011b (I libri del Fondo Sociale Europeo).

* per un approfondimento di veda Canal T., Paternità e cura familiare, “Osservatorio Isfol” (2012), n.1, pp. 95-111.

Commenti

Inviato da Anonymous (utente non registrato) il

Interessante lo studio della Canal. Emerge che la condizione occupazionale del padre, quando disoccupato o precario, favorisce l'high care... Conclusioni simili anche in uno studio di una sociologa dell'University of Wisconsin-Milwaukee, N. Chelsey, dal titolo Stay-at-Home Fathers and Breadwinning Mothers : Gender, Couple, e pubblicata da Sage ( http://www.sagepublications.com). La crisi nel mercato del lavoro porterebbe dunque a ridurre il disequilibrio nella distribuzione dei compiti domestici...
non sono riuscita a trovare il riferimento sull O.Isfol 2012. Attendo o posso già trovarlo sul sito? grazie e saluti
mirella

Inviato da tiziana canal (utente non registrato) il

Grazie per la segnalazione sullo studio dell'Università del Wisconsin-Milwaukee.
L'articolo completo "paternità e cura familiare" sarà disponibile a breve sul sito dell'Isfol
Tiziana

Inviato da Anonymous (utente non registrato) il

le donne che lavorano e con elevato grado di istruzione una cosa di certo hanno imparato: non mettono al mondo il secondo figlio se si accorgono che il padre non si occupa nemmeno del primo!

Inviato da elisa gori il

dovremmo diffondere il più possibile questo studio e questa conclusione perchè è importante per le donne avere la coscienza di determinare l'equilibrio tra cura femminile e maschile (anche se molto legata alla cura dei figli) in casa. Certo dovremmo approfondire alcune dinamiche, da un punto di vista di ricerca: per esempio, mi viene in mente il capire come le donne interpretino e percepiscano il ruolo dell'uomo in questo e come gli uomini la interpretino la cura. spesso si dà per scontato un senso generale alla cura che invece forse potrebbe essere differenziata per stili (femminile e maschile) in un'ottica di genere appunto proprio come si fa per altri ambiti in cui l'essere uomo o donna fa la differenza (il potere per esempio).
Attendo lo studio completo
grazie

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