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Mai più
dimissioni in bianco

Lunga è stata la strada che ha portato la legge 188 in parlamento: in tante e tanti si sono mobilitati per portarla all'opinione del pubblico e delle istituzioni. Il 25 marzo la 188 viene finalmente approvata alla camera ma il 16 aprile viene affossata al senato. La cronaca e il punto di vista della relatrice alla camera della legge.

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Martedì 25 marzo la Camera  aveva  approvato una nuova legge contro le dimissioni in bianco a 7 anni dalla sua abrogazione: il primo tratto di strada era  concluso positivamente e la legge passava al Senato per il varo definitivo. Ma al Senato, con un colpo di mano, la maggioranza della Commissione lavoro ha votato l’inserimento della proposta di legge nel binario morto della  legge delega sul lavoro: quasi una archiviazione a futura memoria. 

Intanto è bene ricordare di che cosa si tratta. Capita spesso che insieme al contratto di assunzione venga fatta firmare una lettera di dimissioni, le cosiddette dimissioni in bianco, in bianco perché non viene riportata la data. Quella lettera verrà compilata con la data dall’impresa. Quando quella persona, quasi sempre una ragazza ma non solo, non sarà più desiderabile per l’azienda, magari perché è incinta, perché si sta per sposare, a causa di una lunga malattia o perché ha delle opinioni non gradite. Purtroppo, i dati ci dicono che, a dispetto della retorica sull’importanza della maternità, nel nostro paese questo capita spesso, soprattutto in tempi di crisi. Dunque le dimissioni in bianco sono il ricatto che pende sulla testa delle persone e le condiziona mentre lavorano, non solo al momento dell’assunzione.  

Nel 2007 durante il governo Prodi venne approvata la legge 188/2007  che eliminava l’abuso con una modalità molto semplice: per dimettersi diventava necessario compilare un modulo con una numerazione progressiva e con scadenza quindicinale. Quindi il trucco della lettera fatta firmare insieme all’assunzione veniva automaticamente meno. A tre mesi dalla sua approvazione la legge venne abrogata dal nuovo governo Berlusconi appena insediato:, ministro del lavoro era Maurizio Sacconi, oggi Presidente della Commissione lavoro del Senato.

Da allora abbiamo lavorato per riconquistarla. L’abbiamo fatto costruendo reti di donne e uomini , dentro e fuori dal Parlamento, costituendo il Comitato per la 188  nel 2012, incontrando movimenti, sindacati, imprese, associazioni, Ministri dei diversi Governi, Presidenti di Camera e Senato, organizzando il 23 febbraio 2012 una giornata di mobilitazione nazionale e più volte presidi davanti a tutte le Prefetture d’Italia.

Un primo risultato di questa mobilitazione si è avuto con la riforma Fornero del mercato del lavoro, al cui interno è stata inserita una norma per contrastare le dimissioni in bianco: norma a nostro avviso inefficace e limitata (per i motivi che diremo in seguito; si vedano anche gli articoli di Ballestrero e  Di Salvo su ingenere). Per questo, sin dal primo giorno della nuova legislatura, il 15 marzo 2013, è stata depositata  la proposta  di legge di Sinistra ecologia e libertà (e successivamente una del Pd) per ripristinare la legge 188. Il resto è la cronaca faticosa di oggi.

Nel procedere tortuoso della nuova legge si sono mescolati interessi, opinioni, e conflitti. La proposta di legge, che aveva ottenuto la procedura d’urgenza alla Camera, era stata portata in aula tra le proposte che i gruppi parlamentari di opposizione hanno diritto di far esaminare e votare. In questo caso Sel aveva utilizzato questa possibilità ed è per questo che ciò che è successo al Senato - seppur possibile dal punto di vista procedurale - dal punto di vista politico è una grave lesione.

Le avvisaglie di quanto sarebbe successo si erano viste nei pronunciamenti di alcune forze politiche. Il gruppo di Scelta civica ha votato contro, confondendo “lacci e lacciuoli” per le imprese con rigore e legalità; mentre il  NCD, e particolarmente l’attuale Presidente della Commissione lavoro al Senato, ha messo in opera molte iniziative per impedire l’approvazione della legge, in nome della rappresentanza degli interessi delle imprese (come se un ricatto illegale fosse nell’interesse delle imprese sane), in coerenza del resto con la linea da lui stesso a suo tempo voluta, dell’abrogazione della L.188. Il M5stelle ha sostenuto il suo voto contrario oscillando tra diverse motivazioni fino a sostenere che con la nuova legge  si cancellerebbe una norma molto importante, quella della convalida, prevista dalla  legge vigente:  per le donne incinte o madri che si dimettono dal lavoro, questa prevede un controllo ex post sull’autenticità della loro volontà, affidata alla compilazione di un  questionario presso l’ispettorato dal lavoro. Una posizione che ignora tutto il dibattito e i dati di fatto emersi dal 2001 (anno  in cui il meccanismo della convalida è stato introdotto, per poi essere riproposto, in forma aggiornata, dalla legge Fornero) in poi: ossia la necessità di meccanismi di prevenzione ex ante, e non di interventi ex post – per  di più, con l’onere della prova a carico della persona ricattata -. Basta uno sguardo ai dati  per dimostrare che il meccanismo della convalida delle dimissioni era ed è inefficace, se si vuole davvero contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco.

L’ex ministra Elsa Fornero in una lettera al Corriere della Sera ha lamentato che le novità introdotte sull’argomento dalla sua legge siano state ignorate nel nuovo dibattito pubblico.  Peraltro la ministra, durante l’incontro con il Comitato per la 188/2007 a Febbraio del 2012, ci disse chiaramente che lo stesso Parlamento che aveva abrogato quella legge non avrebbe potuto restituircela e che quindi una nuova normativa avrebbe dovuto tener conto delle opinioni contrarie. L’esito fu appunto una normativa basata sull’accertamento “ex post” e non sulla prevenzione dell’abuso delle dimissioni volontarie, con l’introduzione di una procedura farraginosa e dunque inefficace per tutti, basata di nuovo sul  meccanismo della convalida per le lavoratrici madri, di cui  si è detto.

Qualcuno poi ha detto che la fine dell’abuso delle dimissioni in bianco varrebbe  poco di fronte al Jobs act. Naturalmente le nuove regole non farebbero da diga alla visione del lavoro privo di diritti come condizione necessaria alle imprese per competere. Ma tradurrebbero in norma l’inaccettabilità della contrapposizione diritti/lavoro e maternità/lavoro, in tutti i rapporti di lavoro. Aiuterebbe  i ragazzi e le  ragazze  a sottrarsi dal ricatto che li accompagna per tutta la durata del rapporto di lavoro, aiuterebbe le imprese sane che non fanno concorrenza  sleale con l’abuso di una lettera finta.

Dunque dopo 7 anni bisognerà di nuovo rimettersi in cammino per affermare il diritto a lavorare senza rinunciare alla libertà di essere madri e alla dignità. In un tempo in cui capita che le giovani ragazze vadano al lavoro fasciate per nascondere la maternità.