Donne al parlamento, cosa succede in Europa
16/12/2010
Funzionano meglio col proporzionale, meno nei sistemi maggioritari. E hanno avuto tempi e forme assai diversi in Europa. Da uno studio comparativo, gli effetti delle quote nei paesi in cui sono già una realtà
Uno studio del settembre 2008 voluto dalla commissione FEMM del parlamento europeo è dedicato all’analisi dei “sistemi elettorali che prevedono quote riservate alle donne e loro applicazione in Europa” .
E’ una ricca fonte di dati e di analisi. A mio avviso, dovrebbe costituire la base delle scelte elettorali o, quanto meno, la base delle indicazioni provenienti da chi ha a cuore la rappresentanza democratica di donne e di uomini nelle assemblee elettive.
Lo studio rileva che le quote elettorali per incrementare la rappresentanza politica delle donne sono ormai presenti in quasi la metà dei paesi del mondo, ma che su questo tema l’Europa non è all’avanguardia. Passa poi ad esaminare il processo di adozione delle quote di genere, la loro applicazione e le relative conseguenze e effettua otto studi di casi concreti, che riguardano Belgio, Francia, Germania, Polonia, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito.
La mappatura rileva le principali variabili, distinguendo, in particolare, le quote nei sistemi di rappresentanza proporzionale e quelle nei sistemi elettorali maggioritari/uninominali a un turno e misti, così come la differenza tra i percorsi accelerati rispetto ai percorsi realizzati per gradi.
Per quanto riguarda i tempi, lo studio ricorda come i paesi nordici abbiano scelto un percorso per gradi, dato che ci sono voluti circa 60 anni perché Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia raggiungessero la soglia del 20% e 70 anni perché gli stessi paesi raggiungessero il 30%; mentre Argentina, Ruanda e Belgio hanno scelto il percorso accelerato, introducendo le quote obbligatorie in situazioni in cui le donne erano soltanto una piccola minoranza in parlamento e aumentando la percentuale di donne molto rapidamente. Il Belgio, ad esempio, è passato dal 9,4 al 36,7% nell’arco di poche elezioni.
L’altra grande tematica affrontata è quella della scelta tra quote volontarie all’interno dei partiti e quote obbligatorie per legge, compresa la valutazione sull’efficacia del sistema sanzionatorio in caso di non conformità, particolarmente scarso o di difficile applicazione soprattutto nella prima ipotesi.
Per quanto riguarda i sistemi elettorali al cui interno si inseriscono quote imposte per legge, non sembra esservi dubbio che il contesto più favorevole sia quello dei sistemi a rappresentanza proporzionale. Lo studio ricorda come sia molto più complicato configurare quote riservate alle donne che vadano bene per sistemi elettorali con circoscrizioni uninominali. Nel mondo soltanto un terzo di paesi con sistemi elettorali maggioritari/uninominali a un turno hanno introdotto una qualche sorta di quote riservate alle donne, mentre tra i paesi che adottano il sistema proporzionale sono quattro quinti. E’ evidente, infatti, la difficoltà di prevedere meccanismi di garanzia di rappresentanza di genere laddove il sistema elettorale preveda candidatura singola di collegio e si possa, quindi, contare ‘solo’ su uno schema che preveda una equilibrata ripartizione dei collegi sulla base dell’andamento storico della loro attribuzione.
Mi pare interessante riportare qui alcuni degli esempi proposti, quasi tutti peraltro riferiti a meccanismi interni ai partiti e non imposti per legge. Il primo è quello introdotto dal partito laburista inglese e denominato all women’s shorlists (AWS) La shortlist è una lista di potenziali candidati da cui il partito sceglie chi candidare. Nello specifico, la lista è composta solo da potenziali candidate, da destinare alla metà dei seggi ‘sicuri’ da cui un deputato si è ritirato e alla metà dei seggi ottenuti con uno scarto minimo di voti. Il sistema è stato molto contestato. Portato in giudizio, è stato dichiarato illegittimo nel 1996. Quando il partito laburista tornò al potere nel 1997, il dibattito si è riacceso, ma le proposte non furono accolte, per timore di contrasto con la normativa
Sempre nel Regno unito, un altro esempio è il twinning system, il meccanismo di gemellaggio applicato dal partito laburista scozzese, efficace quando attuato, ma attualmente non applicato. Questo meccanismo ha alla base un sistema elettorale con un membro supplementare, che porta ad avere eletti in circoscrizioni uninominali ed eletti con liste di partito. Si lascia ai partiti di scegliere se utilizzare questo sistema come azione positiva. Il partito laburista decise di abbinare (twinning) i collegi in base alla posizione geografica e alla ‘conquistabilità’, selezionando poi una donna per una circoscrizione e un uomo per l’altra. Decise, altresì, di adottare questa politica per una sola volta, riconoscendo che il risultato prodotto avrebbe comportato l’impossibilità di applicare l’abbinamento alle successive tornate elettorali. La sua efficacia è stata determinante: nel 1999 le donne guadagnarono oltre il 37% dei seggi al Parlamento scozzese nel 1999 e il partito laburista arrivò al 50% di donne elette. Le resistenze in ambito conservatore sembravano essere state superate con il cambio di leadership nel 2006 e la proposta di stilare una ‘lista-A’ di 150 candidati che includeva le donne quasi al 60%. Sei mesi dopo questa proposta fu ritirata, passando ad una più generica richiesta di attenzione alla rappresentanza equilibrata tra donne e uomini nella fase della liste di preselezione. Il terzo esempio è quello francese, introdotto per legge e cui viene dedicato uno specifico approfondimento nello studio di caso, con analisi dei diversi sistemi a seconda della tipologia di elezioni, da quelle per il parlamento europeo fino a quelle dei consigli comunali. Mi limito qui a riportare le conclusioni dei ricercatori, che individuano alcuni punti di auspicato perfezionamento dei meccanismi legislativi. Tra questi, compare l’auspicio alla riduzione nell’uso di sistemi con collegi elettorali uninominali, considerato un sistema ‘conservatore’, che tende a perpetuare lo status quo e non si presta bene all’applicazione della parità. Il consiglio è che, per le elezioni legislative, venga introdotta una dose massiccia di rappresentanza proporzionale.
Interessanti sono alcune valutazioni sugli effetti del sistema elettorale. Una prima variabile da considerare sembra essere quella delle dimensioni dei collegi e dei partiti; la seconda quella dell’importanza delle liste chiuse e delle liste aperte. Non ci sono risultati univoci: i risultati del voto di preferenza per le candidate sembrano variare di volta in volta, da un paese all’altro e addirittura da un partito all’altro nello stesso paese.
Un dato appare però consolidato: la difficoltà di applicare le quote nei sistemi elettorali basati su collegi uninominali, al punto che i ricercatori concludono che la tendenza crescente a introdurre quote tenderà ad aumentare il divario in materia di rappresentanza femminile tra paesi con sistemi maggioritari/uninominali e paesi con sistemi di rappresentanza proporzionale.
Resta l’amarezza, a questo punto, per aver ‘sprecato’ (e continuare a ‘sprecare’) nel nostro paese la possibilità che le attuali liste chiuse per l’elezione al parlamento nazionale fossero almeno occasione – mediante l’alternanza di candidati e di candidate e di capilista donne e uomini – per il riequilibrio della rappresentanza.
E resta l’amarezza per un dibattito sulla modifica del sistema elettorale che si appassiona ai diversi modelli presenti nei paesi europei, ma senza attenzione alle modalità mediante le quali ottenere una rappresentanza paritaria di donne e di uomini.
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