Donne e fisco: perché il quoziente è perdente

di Redazione
20/10/2010

Il comune di Roma si accoda alla grande moda del quoziente familiare. Un sistema che penalizza il lavoro delle donne fuori casa, e che finisce per svalutare anche quello dentro casa, considerato solo come un "carico". Ci sono altri modi per aiutare le famiglie più povere e allo stesso tempo incentivare il lavoro femminile

Pochi giorni fa il sindaco di Roma Alemanno ha premiato le trenta madri di Roma che hanno avuto più figli. Quasi contemporaneamente il consiglio comunale ha approvato una delibera a favore dell’introduzione del quoziente familiare nell’applicazione di alcune tariffe (con modalità ancora da definire).

Mentre la celebrazione delle madri prolifiche richiama alla memoria i tempi in cui si voleva la donna esclusivamente votata alla riproduzione della stirpe, la delibera comunale, approvata all’unanimità, nasconde il proprio carattere restauratore dietro l’apparente neutralità di interventi a sostegno della famiglia. Abbiamo imparato a diffidare di interventi genericamente a favore della famiglia se non si chiarisce che tipo di famiglia si vuole sostenere. Nel caso del quoziente familiare, come altri interventi hanno sottolineato (nota 1) , si rafforza una famiglia in cui prevale la divisione tradizionale dei ruoli – lei a casa o con un lavoretto di poco conto, lui fuori sul mercato a procurare i soldi per tutti. Si penalizzano invece famiglie più paritarie, con una divisione del lavoro pagato e non pagato più equa tra i partner.

La casalinga come "carico"

Come è stato ben spiegato da D’Ippoliti, i veri beneficiari del quoziente familiare sarebbero le famiglie benestanti monoreddito con diversi figli che in questo modo si sottrarrebbero ai rigori dell’imposta progressiva. Sono le famiglie tanto care ai partiti cattolici in Italia e in generale ai conservatori in tutti i paesi. (Se ne è recentemente accorto il primo ministro inglese Cameron che aveva proposto la politica opposta di togliere le detrazioni per i figli alle famiglie nelle quali uno dei coniugi guadagnasse più di 51.000 euro: è stato sommerso da un’ondata di proteste dall’interno del suo stesso partito). Ma non solo il quoziente familiare è iniquo sul piano della giustizia sociale, è anche un chiaro disconoscimento del contributo al benessere della famiglia fornito dal lavoro di cura erogato dalle donne. Mette infatti sullo stesso piano famiglie che hanno lo stesso reddito monetario ma non la stessa – e più rilevante – “capacità di pagamento”. (2) La “moglie a carico” lo è solo dal punto di vista del reddito monetario; nella maggioranza dei casi invece non è un fardello inattivo, bensì lavora senza retribuzione per un numero di ore pari o superiori a quelle del coniuge migliorando la qualità della vita dei suoi familiari. Una famiglia dove uno solo guadagni 40.000 euro o dove i due coniugi guadagnino 20.000 euro ciascuno non hanno la stessa “capacità di pagamento”: questa sarà maggiore per quella famiglia che non deve acquistare sul mercato i servizi sostitutivi del lavoro domestico. E’ quindi giusto, come accade nel nostro sistema, che, a parità di reddito, la famiglia monoreddito abbia un’imposta superiore, perché superiore è la quantità/qualità dei servizi di cui dispone. Questa è stata la scelta dell’Italia, anche se attenuata dal mantenimento in vigore delle detrazioni per il coniuge a carico. Si è voluto infatti evitare quella scelta netta a favore della tassazione individuale che altri paesi, come la Svezia, hanno più coraggiosamente effettuato (si veda l'articolo di Ruggero Paladini su questo stesso sito).

L'effetto sull'occupazione femminile

E’ indubitabile che le famiglie monoreddito con figli presentino rischi di povertà elevati. Ma non è l’introduzione del quoziente familiare il rimedio, visto che scoraggia l’ingresso delle donne sul mercato del lavoro (come spieghiamo in questa scheda). E, come dimostrato dalla ricerca empirica, avere due redditi in famiglia è la via migliore di uscita dalla povertà o dalla minaccia di povertà. Il quoziente familiare invertirebbe quindi una tendenza avviata nel 1984 da uno studio della Commissione Europea (3), ossia quella di valutare i vantaggi dei regimi fiscali sulla base degli effetti sulla partecipazione al mercato del lavoro di uomini e donne. La controprova del fatto che il passaggio al quoziente può scoraggiare il lavoro femminile viene da quegli studi che hanno simulato il passaggio inverso, cioè da un sistema basato sul quoziente o su altre forme di cumulo dei redditi alla tassazione separata.  In Germania la tassazione non è separata e le modalità sono ancora più disincentivanti per un lavoratore secondario di quanto lo siano nel sistema francese. Secondo una simulazione di esperti autorevoli quali Steiner e Wrohlich (4)  il passaggio dal sistema attuale alla tassazione separata determinerebbe un aumento di 4,9 punti percentuali nel tasso femminile di partecipazione alla forza lavoro: 430 mila donne in più. Per la Francia Echevin (5) ha stimato un impatto più modesto: un eventuale passaggio alla tassazione individuale aumenterebbe di 0,6 punti percentuali la partecipazione delle donne sposate, corrispondente a circa 80.000 donne in più.

I sostenitori del quoziente non farebbero però bene a scommettere su un effetto di scoraggiamento modesto.  Se lo fosse ciò implicherebbe che la variazione nel reddito delle famiglie più povere sarebbe modesta a sua volta. E’ infatti assodato negli studi sul comportamento dell’offerta di lavoro che i soggetti più sensibili a variazioni nel salario netto e quindi più esposti al rischio di ritirarsi dal mercato quando la tassazione lo riduce (o aumenta quello del marito) sono le donne con scarse prospettive salariali e che più spesso fanno parte di famiglie a rischio di povertà (6) . Dunque, delle due l’una: o il quoziente è uno strumento efficace per contrastare la povertà, e i suoi effetti sulla tassazione delle famiglie più povere sono rilevanti, e allora il rischio di scoraggiamento non è marginale, perché proprio nelle famiglie più povere piccole variazioni hanno effetti sensibili sulle decisioni di partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Oppure tale rischio è basso ma scarsa è anche l’efficacia redistributiva del provvedimento a favore dei redditi minori. Di certo una tale riforma non può incoraggiare l’occupazione delle donne e questo è deleterio in un paese che sta ai gradini più bassi della classifica europea. E che ne soffre.

Qualcuno potrebbe obiettare: perché dovremmo preoccuparci, se proprio  i casi di Francia e Germania dimostrano che un sistema fiscale basato sulla tassazione congiunta dei redditi familiari può convivere con un alto tasso di occupazione femminile? La risposta è  necessariamente articolata. Innanzitutto la tassazione, e in particolare il quoziente, è solo uno dei fattori che agiscono sull'occupazione. In Francia gli effetti  del quoziente sono ben compensati da una rete estesa di servizi all'infanzia e agli anziani. In Germania, invece, un tasso di occupazione più che rispettabile per le donne (65.4%) nasconde un grosso ricorso  a lavori ad orario ridotto, fino ai cosidetti  lavori 'minuscoli' (mini-jobs), meno di 16 ore la settimana. Nel 2008 poco meno della metà delle donne  (45,4%) non lavorava a tempo pieno, anche se il part-time  continua ad essere  penalizzante più  di quanto non lo sia nella vicina Olanda. Insomma, sotto sotto la vernice  di un  buon livello occupazione  si cela più di qualche realtà  di  marginalizzazione che un sistema di tassazione basato sul cumulo dei redditi non ha  contribuito a sanare.

Una proposta alternativa

Il sostegno delle famiglie a rischio di povertà non passa necessariamente attraverso la tassazione. Ma se si vuole usare la leva fiscale perché non rovesciare la logica del quoziente e introdurre misure che allontanino il rischio di povertà favorendo al contempo l’occupazione? Un’opzione possibile è l'introduzione di misure simili all’Earned Income Tax Credit (EITC) introdotto negli Stati uniti negli anni settanta, lanciato in Gran Bretagna come Working Tax Credit (WTC) nel 1997 e in crescente affermazione nei paesi della vecchia Europa, in 11 dei quali è in vigore in una qualche forma (7). A grandi linee funziona così: a chi appartiene alla tipologia di famiglia individuata come "bisognosa" e già lavora o decide di entrare nel mercato del lavoro viene concesso un sussidio proporzionale ai guadagni fino ad una certa soglia di reddito; al di sopra di questa soglia il sussidio viene gradualmente ritirato. Gli esiti che questo tipo di misura ha avuto nei diversi paesi europei possono fare da guida per una formulazione che tenga conto delle condizioni che devono essere soddisfatte perché il provvedimento risulti efficace e non incoraggi soltanto "lavoretti": a differenza del quoziente, che è parte integrante di una politica di welfare tutta giocata sulla famiglia, una proposta di sostegno della famiglia attraverso il lavoro dei due coniugi presuppone infatti, oltre all’esistenza di una domanda di lavoro a condizioni decenti, lo sviluppo di un tipo di welfare e di servizi a basso costo capace di garantire la conciliazione di lavoro e cura. Quanto alla spesa aggiuntiva per l’erario, un simile provvedimento si autofinanzierebbe almeno in parte grazie alla probabile emersione di una quota di lavoro nero e alla creazione di nuovi posti di lavoro.

I WTC soffrono della cattiva fama di cui ancora gode il cosiddetto ‘workfare’ nel nostro paese. La convinzione che non si debba affrontare il problema della povertà ‘costringendo’ le persone a lavorare è diffusa e resiste al dubbio che ci sia un po’ di ipocrisia nel ragionamento. Quanti, infatti, lavorano per il solo gusto di lavorare senza essere “costretti”? Rimane comunque il dato avvallato da numerose ricerche: avere più di un reddito in famiglia è la migliore assicurazione contro la povertà.

Note

1. Chiara Saraceno, Alcune considerazioni in tema di quoziente famigliare, www.nelmerito.com

E. Granaglia, Uguaglianza di opportunità e politiche per le famiglie, www.nelmerito.com

2. Si veda J. Nelson 1996, Feminist theory and income tax. In Feminism, Objectivity, and Economics, New York: Routledge.

3. European Commission 1985 memorandum on Income Taxation and equal Treatment for Men and Women COM (84)695 final

4. Steiner, Viktor; Wrohlich, Katharina (2004), Household Taxation, Income Splitting and Labour Supply Incentives – A Microsimulation Study for Germany, DIW Berlin, Discussion Papers No. 421, download 23.4.2009 http://www.diw.de/documents/publikationen/73/41669/dp421.pdf

5. Echevin D. (2003), «L’individualisation de l’impôt sur le revenu: équitable ou pas?», Economie et Prévision, n°160-161.

6. In tutti i paesi, Italia inclusa, la reattività dell’offerta di lavoro a variazioni del salario netto è generalmente molto più alta per le donne sposate, a livelli bassi di istruzione e con modeste prospettive di salario.

7. Si veda il Rapporto  di F. Bettio e A. Verashchagina (2009) Fiscal systems and female employment in Europe; si veda anche “Chi lavora in famiglia” di Daniela del Boca e Tito Boeri)

Commenti

non sono affatto d'accordo

assolutamente no. non è il metodo di tassazione a scoraggiare le donne al lavoro ... piuttosto lo è, e forte, la mancanza reale di servizi per la maternità, il costo altissimo dei nidi che rende inutile lavorare, la cultura del mondo imprenditoriale e manageriale in Italia che emargina le madri, che osteggia il part time, ecc. ecc.

5 figli e un solo genitore

ok il vostro ragionamento per le famiglie tradizionali, padre-madre-figli. Ma quelle in cui c'è soltanto uno dei due genitori? Una mia amica ha 5 figli (età da 9 a 20) e tutti vivono praticamente sul solo reddito che lei produce. Per lei il quoziente sarebbe non solo una manna, ma un provvedimento di giustizia. O sbaglio? Per favore, però, non ditemi che in questi casi il problema si risolve diversamente, con altri provvedimenti. Perché quelli arriveranno chissà quando, non sono nell'agenda del dibattito. Nell'agenda c'è il quoziente e allora ben venga.
Cari saluti
Cosimo

la famijia

ma chi se ne frega! Nessun partito ha mai pensato alle Donne che si fanno il mazzo in casa e producono un botto di PIL. Siate più oggettive... parlare male della destra è davvero stupido. Come se la sinistra avesse fatto chissà che cosa! L'analisi dev'essere fatta tenendo presente la situazione delle DONNE, non di quello che fanno - E NON FANNO - partiti, partitini e partitoni. MA QUANDO SARETE DONNE INDIPENDENTI DA IDEOLOGIE RANCIDE!!!! QUANDO?!?!?

A infinity

Caro/a (propendo per "o") infinity,
Qui si sta cercando di ragionare di quali politiche vogliamo, non chiacchierando su quetso o quel partito. Il quoziente familiare lo propone la destra, e piace anche a qualcuno di sinistra. Ci piace? Non ci piace? parliamo nel merito. Secondo quello che si capisce dall'articolo - forse un po' troppo tecnico, secondo me - alla fin fine quel sistema premia le famiglie numerose con la donna casalinga. Non sono contro le famiglie numerose (figuriamoci ho tre figli), ma non mi piace che nel 2010 ancora si pensi a quel modello là. Un modello vecchio. E rancido, se mi consente.

Oltre gli slogan

Innanzitutto, se anche in siti così "tecnici" si discute a base di urla e di offese, siamo proprio arrivati alla frutta in questo Paese.
Poi, sì, forse l'articolo è un po' arduo per un non economista, ma restano due fatti a sfavore del quoziente familiare: il disincentivo alla partecipazione al lavoro delle donne (che certo è dovuto anche a tante altre cose, ma direi a paolad di riflettere meglio sul fatto che peserebbe molto la non convenienza a lavorare se il quoziente ti agevola tanto se resti a carico) e anche il fatto che beneficia di più i redditi alti. Quindi non è progressivo. Cioè si ripeterebbe quanto fatto con la riduzione dell'ICI sulla prima casa anche per i grandi patrimoni: il beneficio arriva a tutti ma di più a chi ha molto.
E' vero che esistono tante situazioni specifiche (tipo quella delle madri single citata da Cosimo) che andrebbero capite e affrontate, tra cui rendere alcuni benefici più universali di oggi (incapienti, detrazioni che si riducono molto all'aumentare del reddito, ecc.).
Comunque nel 2008, quindi solo 2 anni fa, una Commissione di indagine ha fatto un'ottima proposta di riforma dell'Irpef, delle rendite finanziarie e dei sostegni (assegni e detrazioni) alla famiglia basata su criteri diversi dal quoziente, con effetti molto importanti in generale per i redditi bassi e medi, per le famiglie con figli e per i contribuenti "incapienti" che oggi non possono detrarsi nulla. Tra l'altro, nella sostanza questa proposta è stata assunta da CGIL, CISL e UIL.
Se non ci fossero ogni volta i furori iconoclasti per cui sembra sembre che siamo all'anno zero e si deve sempre ricominciare da capo con le cose in questo Paese anormale....Il fatto è che il "quoziente" è uno slogan facile da capire, ha appeal mediatico.
Il punto vero è che qualsiasi proposta costa molto e se non si riduce sul serio l'evasione fiscale non si potrà fare molto.
saluti

La negativa esperienza tedesca

Completamente d'accordo con antonello. Il quoziente familare presenta due grossi punti negativi: 1) favorisce i redditi alti e 2) scoraggia il lavoro femminile.
Vivo in Germania, dove vige un perverso sistema fiscale simile al quozionte familiare, che a) obbliga i nuclei familiari alla dichiarazione congiunta, b) sgrava riccamente il reddito più "pesante" di una famiglia e contemporaneamente penalizza quello più "leggero".
Il reddito familiare nel suo complesso ci guadagna, ma è evidente lo scoraggiamento del lavoro femminile. Nelle famiglie dove uno dei due coniugi ha un buon reddito, il secondo coniuge spesso non lavora.
I singles inoltre sono "mazzuolati".
Il sistema è da sempre oggetto di critiche, ma non si riesce a cambiarlo. In genere tutto il welfare tedesco è sbilanciato sul sostegn alla famiglia con madre casalinga. Gli asili nido sono meno che in Italia. Ci sono ambiziosi piani per aumentarne il numero, ma si scontrano contro le solite resistenze.
Cionondimeno in Germania il tasso di occupazione femminile rimane superiore all'Italia. E' evidentemente un fatto di cultura...

Donne e fisco

L'articolo "Donna e lavoro" parte da un presupposto completamente sbagliato.
Il Quoziente Familiare (QF)che sarà applicato da comune di Roma non è affatto il QF alla francese, a cui si riferiscono tutte le bibliogarfie citate ed i contenuti stessi dell'articolo. Si tratta di una modifica della scala di equivalenza dell'ISEE che tiene maggior conto del carico familiare. Non centrano divisioni di reddito, splitting e quant'altro. Tutto fiato sprecato, quindi. Sarebbe doveroso, ed onesto, pubblicare una correzione sul sito (corretta, onesta e completa, non da furbetti come fanno spesso gironali e giornalisti in questo caso)
Per quanto riguarda il QF, condivido il commento che esso favorisca i redditi più alti. Per questo motivo il Forum delle Associazioni Familiari, del quale io sono vicepresidente, ha proposto uno strumento nuovo:il Fattore Famiglia. Esso supera i limiti del QF ed è già stato "approvato" da tutte le forze politiche e sindacali, dalla CGIL alla CISL e all'UGL.
Maggiori notizie su :www.afifamiglia.it
Che il lavoro femminile non sia influenzato dal QF è cosa riscontrata. Lo dice anche Riccardo che " Cionondimeno in Germania il tasso di occupazione femminile rimane superiore all'Italia. E' evidentemente un fatto di cultura..."
In Germania si applica un QF ridotto ai soli percettori di reddito, lo splitting tra i coniugi.
Il lavoro per le donne è un problema di servizi, soprattutto per la prima infanzia, di flessibilità del lavoro per le necessità della famiglia, non solo per l'imprenditoria come oggi in Italia, e anche di cultura.
Purtroppo il carico della famiglia grava ancora troppo sulle spalle della donna e spesso proprio per questo la donna è costretta a rinunciare al lavoro. Non solo, i servizi, asili &C, costano troppo e conviene restare a casa piuttosto che versare l'intero stipendio per pagarli. Magari convengono lavori in nero, quali i lavori domestici, che possono essere part time e con orario estremamente flessibile.
Se non si affrontano questi temi e ci si ferma alla sola posizione ideologica sul QF, non aiutiamo certo la donna a decidere per sè stessa la strada da intraprendere, senza costrizioni esterne.

Cordiali saluti

Roberto Bolzonaro
Afi Associazione delle Famiglie
Confederazione Italiana

Alcune risposte

Il quoziente fa discutere, e questo è un buon segno. Alcune risposte:
1) Non è il sistema di tassazione che scoraggia l'occupazione delle donne, scrive Paolad. Chiaramente il sistema di tassazione è solo uno dei fattori in gioco. A priori, però, è difficile credere che chi decide se e quanto lavorare lo faccia indipendentemente da quanto pensa di guadagnare, al netto, ed è sul netto che la tassazione incide. Nel caso del quoziente, gli studi che abbiamo citato per la Francia e la Germania hanno cercato di isolare l’effetto della tassazione da quello di altri fattori (inclusa la disponibilità di nidi) e concordano sull’effetto di scoraggiamento. Peraltro questo è un dato abbastanza pacifico in letteratura. Semmai si discute sull’ordine di grandezza ma, come diciamo nell’articolo, ai fautori della proposta non conviene scommettere sul fatto che l’effetto di scoraggiamento sarà modesto. 2) Un altro lettore sottolinea che in Germania l'occupazione femminile è alta nonostante la tassazione sia basata sul cumulo dei redditi: si, ma attenzione: la Germania dell'Est tira molto su la media grazie all'eredità sovietica di tassi di partecipazione delle donne molto alti; in parte non trascurabile, inoltre si tratta di occupazione 'compatibile' con servizi all'infanzia carenti, ossia a orario ridotto e spesso molto ridotto.
3) Casi specifici, come quello della madre che lavora con cinque figli.   La  proposta dell‘Earned Income Tax Credit’, ventilata dal nostro articolo, è stata pensata anche in funzione questo tipo di situazioni. Prova ne sia che nei libri di testo americani viene usato l’esempio di una madre sola con figli per illustrarla (svilupperemo questo punto in un nuovo articolo)
4) A Roberto Bolzorano dell'Afi: Della proposta della sua associazione non abbiamo discusso (ci piacerebbe averne i dettagli: ce la manda?). Ci fa piacere che non contenga i caratteri regressivi del quoziente familiare. Ma è uno stimolo all'occupazione femminile? Ne parleremo ancora. Quanto al comune di Roma: La Repubblica riportava tra virgolette la dichiarazione del sindaco Alemanno "Il quoziente famigliare approvato dal consiglio comunale va proprio in questa direzione: la famiglia è il centro della nostra politica". Se invece è un'altra cosa, è bene spiegarla al sindaco.