Oggi sono centinaia di migliaia le persone - spesso provenienti da Nigeria, Bangladesh ed Europa dell'Est - che pagano "intermediari" per poter arrivare in Italia e trovare un lavoro. Importi consistenti, che non finiscono nelle casse dello Stato ma sono gestiti da reti informali o criminali, assottigliando sempre di più il confine tra la tratta di esseri umani e lo sfruttamento. Ne parliamo con Gianfranco Della Valle, coordinatore del numero verde nazionale antitratta
La tratta di esseri umani è un fenomeno complesso da comprendere e da studiare, a partire dai dati su cui basare indagini e ricerche capaci di indagarlo e ricostruire le dinamiche che lo rendono possibile.
Un precedente articolo su questo tema, pubblicato su inGenere, si fermava ai dati italiani del 2023: che cosa sta accadendo oggi in Italia, e cosa è successo nel biennio 2024-2026?
Lo abbiamo chiesto a Gianfranco Della Valle, coordinatore del numero verde nazionale antitratta, gestito dalla regione Veneto.
Quali sono stati negli ultimi anni i principali cambiamenti registrati dai dati sulle vittime di tratta intercettate in Italia?
Partendo dalla premessa che si tratta di un tema complesso, si possono comunque individuare alcune tendenze generali. La prima riguarda un dato completamente nuovo: nel 2025, per la prima volta dal 2000 – anno di nascita del sistema antitratta in Italia – gli uomini presi in carico dai progetti risultano più numerosi delle donne. Questo rappresenta un cambiamento significativo, soprattutto se si considera come è nato il sistema antitratta, che si è sviluppato anche dall’esperienza dei centri antiviolenza, quindi con un’attenzione inizialmente concentrata sulle donne coinvolte nella prostituzione di strada. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 – con la legge del 1998, i primi bandi e l’attivazione del numero verde – l’intervento era focalizzato principalmente sullo sfruttamento sessuale di donne provenienti dall’Europa dell’Est, a cui si sono poi aggiunte quelle del continente africano, oltre a persone transessuali, soprattutto sudamericane. In sostanza, il sistema si è costruito attorno a una dimensione prevalentemente femminile (o legata alla transessualità), e comunque centrata sullo sfruttamento sessuale. Nel tempo, tuttavia, la presenza maschile tra le persone intercettate è cresciuta progressivamente, fino al sorpasso registrato nel 2025.
Cosa ci dicono, oggi, i numeri?
Su 3.440 circa persone osservate dal sistema antitratta, circa il 52% è composto da uomini, e il 3% da persone transgender. Si tratta di un dato cruciale, che segnala un vero e proprio cambio di paradigma. Come numero verde, avevamo già colto questa trasformazione, segnalando da anni ai progetti la necessità di adattarsi a un fenomeno in evoluzione. Un esempio significativo è quello di un progetto in Sardegna gestito dalla congregazione delle Figlie della carità. Per lungo tempo non avevano mai accolto uomini, operando esclusivamente con utenza femminile. Già tra il 2016 e il 2017 era emersa la necessità di aprirsi anche all’utenza maschile. Oggi, paradossalmente, hanno in carico solo uomini.
Ci sono stati cambiamenti per quello che riguarda le nazionalità delle persone coinvolte?
Tra il 2015 e il 2018 si è registrata una fase, molto intensa ma limitata nel tempo, caratterizzata dall’arrivo in Italia di circa 22.000 donne nigeriane, nella quasi totalità dei casi destinate alla prostituzione e coinvolte in forme di migrazione forzata. Questo fenomeno ha saturato sia le strade che i sistemi di accoglienza, per poi ridursi drasticamente. Nell’ultimo anno, si registrano circa 150-160 arrivi di donne nigeriane, non tutte necessariamente coinvolte nella prostituzione. Di conseguenza, anche la presenza su strada è profondamente cambiata: si è passati dalle circa 3.700 persone presenti nel 2017 alle attuali 1.251 (dato aggiornato a ottobre 2025). In questo quadro, si registra una presenza significativa di persone europee, in particolare rumene, che oggi rappresentano una componente rilevante della prostituzione su strada. Oggi si registra poi una forte crescita della componente proveniente dal Bangladesh. Nel 2026, Bangladesh e Nigeria risultano ormai numericamente equivalenti e insieme rappresentano circa il 40% dei casi, con la concreta possibilità che, per la prima volta, il Bangladesh superi la Nigeria. Un dato che accompagna e conferma la tendenza illustrata precedentemente: il Bangladesh infatti è il paese di origine di una migrazione prevalentemente maschile. Questo dato si inserisce in una trasformazione più ampia: in Italia lo sfruttamento lavorativo ha assunto un carattere sempre più strutturale all’interno dell’economia. In molti casi, inoltre, le persone coinvolte non arrivano attraverso circuiti clandestini, ma tramite canali regolari di ingresso, in particolare quelli previsti dai decreti flussi. Si osservano inoltre trasformazioni più complesse, che incidono sugli interventi di presa in carico.
Come è cambiata nel tempo la figura della vittima di sfruttamento e tratta?
In passato era più riconoscibile: spesso si trattava di giovani donne in condizioni di povertà, ingannate – ad esempio attraverso il meccanismo del “finto fidanzato” – e costrette alla prostituzione. Pur all’interno di contesti segnati da violenze, queste situazioni risultavano più facilmente intercettabili e riconducibili a percorsi di assistenza. Oggi, invece, il quadro è molto più articolato. Le persone vittime di tratta presentano frequentemente traumi legati al viaggio migratorio (ad esempio attraverso paesi come Libia, Niger o Serbia), a cui si aggiungono condizioni psichiatriche rilevanti, problematiche di dipendenza e vissuti di violenza di genere. Di conseguenza, il lavoro di presa in carico è cambiato: le richieste sono meno lineari, così come i percorsi di fuoriuscita dallo sfruttamento. Sempre più spesso emerge la necessità di interventi multidimensionali, capaci di rispondere a una pluralità di bisogni.
Alla luce di questa crescente complessità, come si distingue oggi, soprattutto nel lavoro, tra sfruttamento e tratta?
La questione è, appunto, complessa. Esiste però una definizione condivisa a livello internazionale, quella del Protocollo di Palermo del 2000, che individua alcuni elementi chiave della tratta: il reclutamento, lo spostamento da un luogo a un altro, lo sfruttamento e il fine per cui viene perpetrato, l’abuso e l’approfittare di condizioni di vulnerabilità. Non a caso, il numero verde si definisce “in aiuto alle vittime di tratta e grave sfruttamento”: lo sfruttamento può essere una componente della tratta, ma può anche esistere senza che si configuri pienamente una situazione di tratta. Prendiamo il caso di una persona che fa domanda per venire a lavorare in Italia attraverso i canali regolari, come i decreti flussi. Anche lì spesso paga per partire. Arriva con un’aspettativa precisa, ma una volta qui scopre che quel lavoro non c’è, oppure che le condizioni sono completamente diverse, e si ritrova in una situazione di grave sfruttamento. Spesso si indebita per il viaggio. In questi casi non sempre siamo di fronte a tratta in senso stretto, ma certamente a forme molto gravi di sfruttamento. Nel lavoro questa distinzione è ancora più difficile, perché molte persone sono sfruttate senza rientrare formalmente nella definizione di tratta.
Può farci un esempio concreto?
In Italia c’è un luogo che si chiama Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia. Era una vecchia pista militare – infatti viene chiamata “la pista” – utilizzata negli anni ’90 per accogliere i profughi dall’Albania, e che nel tempo si è trasformata in un ghetto. Sono state costruite baracche e strutture di fortuna, e oggi ci vivono stabilmente tra le 2.000 e le 2.500 persone, che durante la stagione della raccolta dei pomodori arrivano anche a 5.000. È di fatto il più grande ghetto d’Europa: al suo interno c’è tutto, dalle abitazioni ai negozi, dall'artigianato fino alla prostituzione, locali, ristoranti. Ci vivono persone da anni, anche da 10-15 anni, in condizioni molto diverse tra loro: c’è chi ha fatto richiesta di protezione internazionale, chi è regolare, chi non ha alcun titolo. Tutti però lavorano, e lavorano in condizioni di sfruttamento nei campi. È una realtà che lo stato conosce, ma che di fatto tollera. Anche risorse importanti, come i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza destinati al superamento degli insediamenti informali, non sono state utilizzate (su 200 milioni di euro stanziati, ne sono stati utilizzati poco più di 20; su 39 progetti presentati, ne sono stati finanziati 11, i più piccoli a livello di risorse). Dopo il Covid, con la necessità di far ripartire l’economia, queste forme di sfruttamento sono state sempre più accettate. Oggi, di fatto, lo sfruttamento lavorativo è diventato una componente strutturale del sistema economico italiano.
Quindi possiamo dire che questa crescita dello sfruttamento lavorativo è il risultato di un processo economico – capitalistico – che sta esplodendo.
Assolutamente. Teniamo presente che in Italia si partiva dal concetto di caporalato: l’idea era che lo sfruttamento riguardasse esclusivamente l’agricoltura e fosse limitato al Sud. Oggi non è più così. Dai nostri dati emerge che meno del 50% dei casi riguarda l’agricoltura: il resto si distribuisce in molti altri settori, come edilizia, logistica e altri ambiti produttivi. Inoltre, non è più una questione territoriale: riguarda tutto il paese, da Nord a Sud. Coinvolge anche grandi aziende, comprese quelle partecipate dallo stato. Per fare un esempio, Fincantieri – controllata in larga parte da Cassa depositi e prestiti – è attualmente interessata da un’inchiesta per grave sfruttamento del lavoro nel cantiere di Marghera, a Venezia, legata al sistema dei subappalti. Questo dà la misura del fenomeno. È evidente quindi che siamo di fronte a qualcosa di strutturale, che produce effetti molto più ampi di quanto si pensi. Lo sfruttamento lavorativo non è solo un danno per chi lo subisce direttamente: è un danno per l’intera collettività, e in particolare per le nuove generazioni. Significa meno contributi versati, evasione ed elusione fiscale, concorrenza sleale tra imprese e diffusione dell’illegalità. Le conseguenze sono concrete: meno risorse per sanità, scuola e welfare, pensioni sempre più incerte per le persone giovani. Il fatto che durante la pandemia da Covid-19 l’Italia avesse molti meno posti in terapia intensiva rispetto ad altri paesi, dopo anni di tagli, è anche legato a questi meccanismi. A fronte di tutto questo, gli strumenti di controllo si sono indeboliti: nel 2017 gli addetti alla vigilanza del lavoro erano circa 5.474, mentre l’anno scorso erano scesi a 4.366, secondo la nuova relazione 2026 dell'Ispettorato nazionale del lavoro. Se mettiamo insieme alcuni dati, il quadro diventa ancora più chiaro.
Qual è il quadro che possiamo ricostruire a partire dai dati?
Oggi in Italia ci sono circa 180.000 ingressi regolari tramite decreti flussi. Molte di queste persone pagano tra gli 8.000 e i 15.000 euro a intermediari per poter arrivare. È evidente il valore economico enorme di questo sistema, che non finisce nelle casse dello stato ma in quelle di reti informali o criminali. D’altra parte, è anche un meccanismo quasi inevitabile: chi vuole venire a lavorare come bracciante, saldatore o operaio difficilmente può essere assunto direttamente dall’estero senza un intermediario. Non stiamo parlando di figure altamente qualificate selezionate tramite colloqui, ma di lavori manuali dove l’incontro tra domanda e offerta passa quasi sempre da qualcuno che organizza tutto il percorso, facendolo pagare. Ogni anno migliaia di persone partecipano al cosiddetto “click day” per entrare nei flussi, spesso pagando qualcuno per riuscirci. Questo sistema, di fatto, alimenta un circuito estremamente pericoloso. A tutto questo si aggiunge un ulteriore livello di complessità legato alle politiche europee.
Che effetti hanno prodotto i cambiamenti a livello delle politiche europee?
Il nuovo Patto su asilo e migrazione prevede, in sostanza, il blocco alle frontiere delle persone migranti, salvo i casi più vulnerabili, mentre l’ingresso regolare avviene principalmente attraverso i flussi di lavoro. Le organizzazioni criminali si stanno già adattando: da un lato spingono verso le rotte irregolari le persone più vulnerabili (donne con bambini, persone fragili, ecc.), dall’altro indirizzano chi può essere “valorizzato” economicamente verso i canali regolari. Così arrivano in Italia persone con contratti formalmente validi, ma legati ad aziende inesistenti o che nel frattempo chiudono. Ci sono anche casi in cui le aziende fanno richieste legittime – ad esempio pensando di ottenere un appalto – ma poi non ne hanno più bisogno. Le persone però arrivano comunque e si ritrovano senza lavoro né tutele. A quel punto finiscono facilmente nelle mani di reti criminali, che propongono nuove soluzioni a pagamento, come la richiesta di asilo. Di fatto, si è creato un sistema che finisce per favorire proprio questi meccanismi: un contesto estremamente funzionale agli interessi delle organizzazioni criminali.