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Dreaming parità:
questione di secoli?

Cosa succederebbe se... un'interessante analisi di genere delle carriere pubbliche gioca con i dati dei ritmi di crescita per disegnare scenari futuri, che allo stato attuale delle cose (senza misure di sostegno alle carriere delle donne) sono tutt'altro che rosei

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Spesso le donne che nel corso della storia hanno ricoperto ruoli di potere, nelle case come nella società, sono rimaste invisibili. Oggi più che mai il mondo ha bisogno della loro competenza, misurarsi con il potere pubblico per le donne è una tappa obbligata

Nella crociata contro gli studi di genere, le associazioni di matrice cattolica e i neoconservatori hanno spesso portato il 'paradosso norvegese' a sostegno dei loro argomenti. Ma si tratta di un equivoco, nato da un caso di cattiva informazione

Donne e lavoro: cos'è cambiato dall’Ottocento a oggi. Ne parliamo con Alessandra Pescarolo, autrice del libro Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea (Viella, 2019) che ripercorre gli snodi fondamentali di una storia ancora tutta da scrivere

I tempi sono maturi, le banche centrali hanno bisogno di più donne ai vertici, non è solo una questione di quote. Serve un cambio di mentalità

A 50 anni dalla sentenza numero 33 della Corte Costituzionale, che il 13 maggio del 1960 dichiarò illegittima la norma che impediva l'accesso delle donne alle principali carriere pubbliche, sono ancora poche le donne che riescono ad arrivare ai vertici della carriera. Come conseguenza di quella sentenza e delle numerose iniziative di legge che ne sono derivate con l’obiettivo di eliminare tutte le discriminazioni di genere il numero delle donne nella pubblica amministrazione è senza dubbio cresciuto. E questo perché le donne hanno creduto davvero di poter essere trattate e considerate alla pari degli uomini, di poter essere giudicate in base alle loro capacità e non al loro sesso, di avere le stesse opportunità degli uomini di arrivare al vertice della carriera. E si sono impegnate con risultati molto brillanti.

Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Istat (Istat 2011), le ragazze si dimostrano più studiose dei ragazzi. Nella scuola secondaria di I grado, le ragazze ottengono i migliori risultati. In particolare, alle studentesse è stato attribuito il 61,8% dei giudizi di “ottimo” ed il 55,3% dei giudizi di “distinto”. Nella scuola secondaria di II grado, il 59,1% dei diplomati con lode sono studentesse. Le donne si iscrivono all’università in percentuali più elevate degli uomini (il 71% delle diplomate continua gli studi contro il 60% dei diplomati) e il numero di donne che conseguono la laurea è maggiore di quello degli uomini e raggiunge il 58% del totale. Nella formazione post-laurea il 67,7% degli iscritti alle scuole di specializzazione sono donne. Per quanto riguarda i corsi di dottorato, le donne rappresentano il 51,7% tra gli ammessi ed il 52,8% tra i dottori di ricerca, un vero primato europeo delle ragazze italiane.
Le donne delle nuove generazioni sono perciò il settore della popolazione più istruito, più qualificato e più preparato per il mondo del lavoro. Ma il vantaggio femminile si ferma qui. Le donne hanno più frequentemente degli uomini un lavoro a tempo determinato (34,8% contro 27,4%), e tre volte più dei loro coetanei maschi un contratto part-time, non per loro scelta (31,2% contro 10,4%). Il tasso di disoccupazione delle donne tra i 18 e i 29 anni è al 21,2% contro il 18,4% degli uomini della stessa età. Nel corso del 2010, a fronte della sostanziale stabilità dell’occupazione femminile, è peggiorata la qualità del lavoro delle donne: è diminuita, infatti, l’occupazione qualificata, tecnica e operaia ed è aumentata quella a bassa specializzazione, dalle collaboratrici domestiche alle addette ai call center (Istat, 2011). Lo sviluppo dell’occupazione femminile part-time nel 2010 è stato poi caratterizzato dalla diffusione dei fenomeni di involontarietà, mentre è andato ampliandosi il divario di genere nel sottoutilizzo del capitale umano: il 40% delle laureate ha un lavoro che richiede una qualifica più bassa rispetto al titolo posseduto contro il 31% degli uomini. E non va dimenticato un dato sconfortante: sono circa 800 mila (quasi il nove per cento delle madri che lavorano o hanno lavorato in passato) le donne che, nel corso della loro vita, sono state licenziate o messe in condizione di lasciare il lavoro perché in gravidanza, e solamente quattro su dieci hanno poi ripreso il percorso lavorativo.


Essere brave non basta

In questo quadro, arrivare a posti dirigenziali e al vertice della carriera è per moltissime donne ancora un miraggio. Non c’è dubbio che donne eccezionalmente brave e capaci ce la possono fare; il problema che donne normalmente brave e capaci non ce la fanno, al contrario di quello che succede agli uomini. Le donne perciò, pur se brillanti,  non riescono a sfondare il cosiddetto soffitto di cristallo, che pesa sulle loro teste e impedisce a molte di avere una  carriera completa.

Guardiamo 3 esempi di carriere in ambiti professionali diversi: pubblica amministrazione, magistratura e università. In tutti e tre i settori esistono tre gradi di carriera che abbiamo indicato con C (base), B (intermedio), A (apicale). In tutti e tre i casi le donne sono presenti in modo significativo alla base della piramide gerarchica e pochissime a livello direttivo/apicale. Nella pubblica amministrazione le donne funzionario sono il 55% del totale ma non arrivano al 15% nei posti apicali. In magistratura, la presenza femminile è in costante crescita da anni ma al vertice della piramide (posti direttivi, come ad esempio i presidenti di Tribunali o di Corte d’Appello, Procuratori, presidenti di sezione della Cassazione) troviamo solo il 4% di donne (CSM, 2007). Infine, nel mondo universitario le donne professore ordinario sono poco più del 19% (MIUR, 2009). Si tratta di settori molto diversi, eppure il risultato finale è sorprendentemente simile (Grafico 1).
Grafico 1 – Percentuale di donne e uomini nei 3 livelli di carriera nella PA, magistratura e università

Le capacità femminili a fronte di punti di partenza simili a quelli degli uomini, se non addirittura di vantaggio come nella pubblica amministrazione, sembrano penalizzate nella progressione di carriera. Questo meccanismo che nelle carriere premia un sesso anziché il merito non soltanto impedisce a chi ne ha le qualità di accedere in misura significativa alle posizioni di eccellenza, ma  penalizza l'innovazione e il virtuoso avvicendamento dei soggetti nei meccanismi decisionali di qualsiasi organizzazione. Su questo punto le Istituzioni e i politici hanno pronta una risposta. “Aspettate e vedrete che ce la farete. Infatti il numero di donne nelle varie professioni è in costante aumento e perciò la situazione si risolverà naturalmente con un po’ di pazienza”. Sorge perciò spontaneo chiedersi quanto dobbiamo aspettare.


Il tempo di attesa

Poniamoci l’obiettivo di arrivare al 50% di donne nei posti apicali di una determinata carriera. Si tratta di carriere nel settore pubblico che presuppongono un meccanismo concorsuale con criteri trasparenti e meritocratici. Bisogna avere chiaro in mente che se le donne e gli uomini continuassero a crescere nei posti apicali al ritmo attuale, la parità non verrebbe mai raggiunta poiché la crescita maschile ai vertici supera quella femminile. Dobbiamo perciò fare delle ipotesi:

1. Possiamo ipotizzare che lo stock attuale di uomini ai posti apicali resti invariato e crescano solo le donne al loro ritmo attuale.
2. Possiamo ipotizzare un’inversione di tasso di crescita cioè che le  donne crescano al ritmo degli uomini e viceversa.

Nel mondo scientifico accademico, nell’ipotesi 1, dovremmo attendere il 2063 per arrivare alla parità; se diamo agli uomini la possibilità di accedere alle posizioni di vertice della scala gerarchica ma con l’inversione del tasso di crescita tra uomini e donne, data la disparità esistente, dobbiamo attendere l’anno 2183. 

Nel mondo della magistratura la presenza così bassa delle donne ai livelli apicali porta a tempi di attesa incredibili anche nell’ipotesi 1: la parità si raggiungerà nel 2601.

Se diamo un’occhiata a quello che succede in altri paesi d’Europa rispetto alle carriere scientifiche e accademiche, solo in Germania e in Spagna sarebbe possibile aspettare che arrivi “naturalmente” la parità, poiché in quei paesi la crescita delle donne nei posti apicali è più forte di quella degli uomini (She Figures, 2005, 2009). In questa situazione, in Germania la parità arriverebbe nel 2084, in Spagna nel 2092. Altri paesi sono in condizioni simili a quella italiana, alcuni peggiori e altri migliori. In Francia, se bloccassimo lo stock di uomini, la parità arriverebbe nel 2033, ma si raggiungerebbe nel 2046 se gli uomini potessero continuare ad aumentare al vertice, anche se con tassi di crescita minori. In Belgio, Austria e Finlandia, se non blocchiamo la possibilità degli uomini di aumentare ai vertici accademici, le donne non ce la faranno mai, poiché la distanza è troppa e diventa incolmabile.

Da sole le donne non ce la possono fare a invertire questa tendenza. Intervenire tocca nervi scoperti, procedure informali consolidate, lobby interne alle istituzioni e alle organizzazioni. Alla attenzione dei politici e decisori va portato il fatto che non intervenire e lasciare la situazione così com’è ha un costo, non solo in termini di spreco di intelligenze e di risorse, ma anche economico. Infatti, un recente studio svedese (Löfström, 2009) ha stimato che il possibile incremento del PIL che si verificherebbe in seguito all’eliminazione delle differenze di genere nel mercato del lavoro, cioè se il tasso femminile raggiungesse quello maschile nel campo dell’occupazione, se il part-time femminile diminuisse ai livelli di quello maschile e se i salari maschili e femminili diventassero uguali, è del 30% a livello EU. Sembra proprio che aspettare che la parità arrivi naturalmente sia solo perdere tempo. E denaro.

Articolo tratto da Palomba R., 2011, Più donne che uomini: se non ora quando, Dialoghi sull’Uomo, Pistoia, 27 Maggio

Riferimenti
Consiglio Superiore della Magistratura, 2007, Le donne in magistratura: una storia lunga 40 anni
EU Commission, 2005,2009,  She Figures,  Luxembourg
ISTAT, 2011, Rapporto Annuale, Istat, Roma
Å. Löfström, 2009, Gender equality, economic growth and employment, Swedish Council
MIUR, Banca dati docenti di ruolo,