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Ecco cosa potevamo fare
col tesoretto delle donne

Il furto continua. Il governo scippa di nuovo alle donne i risparmi derivanti dall'aumento dell'età della pensione nel pubblico impiego. Si tratta di 3 miliardi e mezzo nei prossimi sette anni: ecco come si potrebbero usare, a beneficio del lavoro delle donne

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Quando nel 2009 è stato deliberato di portare a 65 anni l’età per accedere alla pensione di vecchiaia delle lavoratrici del settore pubblico, si era stabilito che i risparmi così ottenuti non si sarebbero trasformati in una generica riduzione della spesa pubblica ma sarebbero stati destinati «ad interventi dedicati a politiche sociali e familiari con particolare attenzione alla non autosufficienza e all’esigenza di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare delle lavoratrici" (art. 22-ter, comma 3, d.l. 78/2009). I risparmi dovevano contribuire ad alimentare il Fondo strategico per il paese a sostegno dell’economia reale, presso la presidenza del consiglio dei ministri. Metterli in questo fondo definito “strategico” poteva apparire come un riconoscimento che la conciliazione tra lavoro e vita famigliare è una tappa obbligata per lo sviluppo del nostro paese. In realtà ha voluto dire che ai servizi sociali sostitutivi del lavoro di cura non è andato nemmeno un euro, perché il Fondo nel 2010 e 2011 è stato impiegato per altre finalità, come ha spiegato su questo sito Chiara Martuscelli. Come spesso accade nel nostro paese, quando si parla di tenere conto di problemi sociali che incidono pesantemente sulla vita delle donne, ci si accorge che “le priorità sono altre”.

Si poteva sperare che si trattasse solo di un rinvio, ma con il provvedimento del 30 giugno – “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria” - il governo ha ucciso anche la speranza, decidendo che il Fondo strategico sia decurtato anno dopo anno esattamente della somma che l’innalzamento dell’età pensionabile farà risparmiare (attuale art. 13, salvo modifiche). Quindi queste somme sono andate a diminuire il deficit pubblico e sono perse per sempre per quegli scopi di assistenza alla non autosufficienza e di aiuto al lavoro di cura a cui erano state destinate originariamente.

Le promesse che questo governo non ha mantenuto sono talmente tante che non varrebbe nemmeno la pena soffermarsi su una in più. Ma dobbiamo parlarne per almeno tre motivi:

a) perché il modo è talmente sfacciato - davanti a una mobilitazione crescente su questo punto di molte organizzazioni di donne - che sa quasi di provocazione;

b) perché sembra che l’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile anche per le lavoratrici del settore privato entrerà a regime solo tra vent’anni, nel 2032, ma non è da escludere che non si proponga di anticiparne l’attuazione, in una situazione di difficoltà per le finanze pubbliche. Dato il precedente, come facciamo a credere che le risorse così liberate andranno spese per lo sviluppo e per un welfare più equo e non per il mantenimento di privilegi e ruberie? (si veda il rinvio alla prossima legislatura della riduzione dei costi della politica e il mantenimento delle “auto blu” per ancora un bel po’ di tempo);

c) perché la misura si accompagna a molte altre che fanno ricadere sulle donne e sugli strati più deboli della popolazione il peso di un aggiustamento dei conti pubblici che salva gli interessi delle classi più abbienti.

Ma di quanti soldi stiamo parlando? E stato calcolato che l’innalzamento dell’età pensionabile nel settore pubblico renderà disponibili circa 3.346 milioni di euro dal 2012 al 2019 e 242 milioni l’anno dal 2020 in poi.

Pensiamo all’utilizzo che si sarebbe potuto fare di questi fondi, ipotizzando nei prossimi 8 anni una somma annuale di 242 milioni per la spesa corrente e 1400 milioni per le infrastrutture (strutture per anziani, ammodernamento delle scuole, etc.). Alcuni di questi impieghi derivano dal nostro Alfabeto di proposte. L’esercizio, ahimé , è ormai solamente teorico, ma i calcoli, per quanto con un elevato grado di approssimazione, ci danno un’idea di cosa abbiamo perduto:

a) sarebbe stato possibile assumere 8000 giovani docenti in più ogni anno per la scuola di infanzia e elementare. Questo vorrebbe dire posti di lavoro per giovani laureate/i, classi meno affollate e, soprattutto, il tempo pieno per migliaia di bambini in più. Gli orari ridotti delle scuole - in termini di ore giornaliere e di durata delle vacanze estive - stanno spingendo molti genitori che lavorano verso gli istituti privati, con un aggravio non indifferente per le finanze famigliari. Serve una migliore scuola pubblica a tempo pieno e campi gioco per le vacanze (è uno dei punti del Libro bianco di SorElle d’Italia) .

b) alternativamente i fondi avrebbero potuto essere usati per offrire adeguate prestazioni domiciliari tutto l’anno a 45.000 anziani o persone non autosufficienti che necessitano di assistenza a bassa/media intensità1 . Anche in questo caso, si sarebbero creati posti di lavoro, oltre ad alleviare il lavoro dei famigliari, che a volte è estremamente gravoso. Attualmente solo il 27,6 per cento delle famiglie con ultraottantenni con limitazioni gravi riceve un sostegno pubblico; il 38,5 delle famiglie nelle stesse condizioni non riceve alcun aiuto né dal pubblico né dal privato né dalla rete informale di aiuto2;

c) alternativamente i fondi avrebbero potuto costituire la base per introdurre un congedo obbligatorio riservato ai padri, non trasferibile alle madri, remunerato al cento per cento, di 2 settimane nei primi 6 mesi dopo il parto (avrebbero coperto circa la metà del fabbisogno).

L’elenco potrebbe continuare. Ma la realtà è che i risparmi realizzati sono spariti nel gran calderone della diminuzione della spesa pubblica.

Non siamo insensibili ai problemi della riduzione del debito; la spesa per interessi si mangia una grossa fetta delle risorse del paese. Ma non pensiamo che la soluzione sia sacrificare il contributo alla sviluppo che le competenze e le capacità delle donne possono offrire. Se ci fosse l’obbligo di fare un bilancio di genere dei provvedimenti presi giorni fa dal governo, vedremmo che l’impatto sulle donne, sul loro lavoro per il mercato e non, è considerevole: non solo lo “scippo” delle risorse al Fondo strategico, ma anche ulteriore blocco delle assunzioni e delle retribuzioni nel pubblico impiego, ancora tagli nei trasferimenti agli enti locali che sono i principali fornitori dei servizi sostitutivi del lavoro di cura, riduzione della quantità e qualità del sostegno agli alunni disabili. Il bilancio di genere continua ad essere ignorato dalle amministrazioni pubbliche, quasi fosse un lusso per i tempi prosperi, mentre mai è così utile come in questi tempi di tagli alla spesa.

1 Ministero della Salute, Commissione nazionale per la definizione e l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza, Nuova caratterizzazione dell’assistenza territoriale domiciliare e degli interventi ospedalieri a domicilio

2 ISTAT 2011, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2010