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Genitori e figli,
il nido serve a tutti

Permette a mamme e papà di lavorare e in più ha un dimostrato effetto positivo sul futuro rendimento scolastico dei figli. Eppure, il numero di posti a disposizione è tra i più bassi d'Europa, e di politiche per l'infanzia neanche l'ombra.

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L’evoluzione del mercato del lavoro nel corso del XX secolo con l’aumento dell’occupazione femminile ha portato a un cambio di paradigma con importanti conseguenze sugli equilibri familiari e sulle relazioni tra genitori e figli. Negli ultimi decenni, numerose ricerche scientifiche si sono domandate in che modo questi nuovi equilibri sociali possano influenzare le possibilità di crescita scolastica e professionale dei più piccoli e hanno fatto emergere interessanti risultati.

Secondo i principali studi psicologici e pedagogici (1), il periodo tra gli zero e i tre anni è determinante per lo sviluppo socio-emozionale, comportamentale e cognitivo di ogni persona. Affinché ogni bambino possa sviluppare appieno il proprio potenziale, è fondamentale che riceva in questa fase delicata non solo le cure amorevoli dei genitori, ma anche stimoli pedagogici, educativi e di socializzazione al di fuori dal contesto familiare.

Partendo da questi studi, varie ricerche socio-economiche hanno dimostrato che frequentare un asilo nido di qualità ha effetti benefici sullo sviluppo socio-cognitivo dei bambini che si ripercuotono in tutto l’arco della vita (2).

In Italia Del Boca e Pasqua (2010) hanno potuto effettuare le prime indagini sulla relazione tra partecipazione all’asilo nido e risultati cognitivi solo a partire dal 2009 quando i dati ISFOL-Plus sono stati resi disponibili (3). Oltre a verificare tale relazione, lo studio ha analizzato se lo status lavorativo della madre e il livello di istruzione dei genitori possono influenzare la probabilità di ottenere voti elevati all’esame di maturità (4), tenendo conto delle differenze nei risultati potenzialmente indotte da età, genere e area di residenza degli individui nel campione (5).

Un’analisi più recente, Suardi (2012), conferma che i bambini italiani che frequentano il nido vedono accrescere di più del 24% la probabilità di ottenere un voto elevato all’esame di maturità. Questa probabilità indica un effetto medio a livello nazionale, di un istituto di qualità media, pubblico o privato, su un individuo medio. Infatti, i dati disponibili non hanno permesso di valutare l’effetto della partecipazione al nido per area territoriale di residenza o per tipologia di istituto e, tantomeno, di poter tener conto delle differenze di abilità tra individui. Tuttavia, il dato indica chiaramente che ricevere attenzioni, cure e stimoli alternativi a quelli familiari in un contesto professonale nei primi anni di vita rappresenta una chance unica per lo sviluppo socio-cognitivo di tutti i bambini, che potrebbe inoltre compensare l’eventuale carenza di stimoli ricevuti nel contesto domestico. Come discusso in seguito, tale carenza di stimoli sarebbe legata alla condizione lavorativa della madre nei primi anni di vita dei figli e al contesto socio-economico familiare. Va precisato che il modello è costruito in modo tale da eliminare l'influenza che i fattori di contesto, quali il background socio-familiare e la regione di residenza, potrebbero avere sull’iscrizione al nido.

Infatti, i risultati rivelano che se la madre lavora, i figli hanno meno probabilità di ottenere voti elevati alla maturità. Ma solo se l’impiego è part-time. Quando il lavoro materno è a tempo pieno, non c’è nessun effetto significativo sui risultati scolastici dei figli, nè in positivo nè in negativo. Il tempo che il lavoro sottrae alla madre per la cura dei figli ha dunque effetti potenzialmente negativi sul loro benessere e sviluppo socio-cognitivo. Tuttavia, a più ore lavorate corrispondono sia un aumento del tempo di qualità passato con i figli (6), che è generalmente considerato più efficace nel promuovere lo sviluppo del bambino, sia un aumento del reddito da lavoro, che permette l’accesso a maggiori opportunità a supporto dell’apprendimento. In letteratura, non è certo quale dei due effetti sia predominante, ma entrambi concorrerebbero a spiegare perché al lavoro materno full time non è associato nessun effetto negativo sui risultati scolastici dei figli.

Per quanto riguarda il livello d’istruzione dei genitori, potenziale indicatore del contesto socio-economico familiare, lo studio dimostra che “pesano” molto di più gli studi della madre che quelli del padre. Infatti, dall’indagine risulta che avere un padre laureato non incide in maniera rilevante sulla probabilità del figlio di ottenere voti elevati all’esame di maturità, mentre avere una madre laureata accresce di circa il 5% la probabilità di buona riuscita alle scuole superiori. La stessa probabilità si abbatte del 7% quando la madre ha solo il diploma elementare o di scuola media inferiore. Varie considerazioni possono guidarci nell’interpretazione di tali dati. La differenza di impatto dei titoli di studio dei genitori laureati può essere spiegata in relazione al tempo relativamente limitato che i padri dedicano alla cura dei figli rispetto alle madri; mentre a livelli di educazione superiori delle madri sono associati a maggiore tempo impiegato nella cura dei figli, specialmente di qualità, grazie alla drastica riduzione del tempo impiegato per le faccende domestiche e la cura personale. D’altro canto, a livelli di educazione inferiori corrispondono in media bassi livelli d’occupazione o salari ridotti che si traducono in minori possibilità economiche a disposizione dei figli.

Pertanto, alla luce di questi risultati, che confermano una letteratura internazionale consolidata, devono seguire adeguate risposte politiche per superare l’inadeguatezza della rete di servizi all’infanzia in Italia, dove persiste una copertura fortemente disomogenea a livello territoriale ed il tasso di accesso al nido è tra i più bassi in Europa, inferiore al 13,5% (7). Tale sistema, può precludere la possibilità di ogni bambino, specialmente quelli in condizione di povertà ed esclusione sociale, di ricevere fondamentali opportunità pedagogiche e di socializzazione, lasciando che le ereditate differenze sociali ed economiche agiscano come catalizzatori delle ineguaglianze in un circolo vizioso difficile da interrompere nelle fasi di vita successive.

Nota:

Chi fosse interessato ad accedere allo studio completo: Suardi S. (2012), “Early Childhood Education and Care: a Social Investment. Evaluation of Mid-Long Term Effects on the Italian Young”, puó contattare l’autore all’indirizzo email simona.suardi1@hotmail.it



(3) ISFOL-Plus é una banca dati che dal 2005 raccoglie dati socio-demografici relativi al percorso educativo e lavorativo di un campione nazionale di circa 40.000 individui tra i 18 e i 64 anni. Nel 2007, il questionario somministrato conteneva alcune domande retrospettive riguardanti l’occupazione della madre dell’intervistato e l’eventuale partecipazione all’asilo nido nei primi anni di vita. Grazie a questi utimi dati é quindi stato possibile effettuare i primi studi sulla relazione tra partecipazione all’asilo nido e risultati cognitivi in Italia.

(4) Voto superiore o uguale a 55/60 per chi nel campione ha ottenuto il diploma di maturità fino all’anno scolastico 1997/1998 o un voto superiore o uguale a 90/100 per chi ha ottenuto la maturità a partire dall’anno scolastico 1998/1999.

(5) Un successivo lavoro di Del Boca, Pasqua e Suardi approfondisce e conferma i risultati delle prime due analisi.

(6) Il tempo di qualità nell’attività di cura si riferisce a tutte quelle attività legate allo sviluppo educativo, culturale ed emozionale del bambino ed é distinto dal tempo di cura primario/di base che si riferisce invece al soddisfacimento dei bisogni essenziali del bambino.

(7) Dati ISTAT 2013.