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Grecia
L'Europa perde sempre

foto Flickr/Duncan Hull

L'FMI in Grecia ha imposto una ricetta "universale", inefficace perché non ha tenuto in conto le peculiarità del contesto. Qualunque cosa accada nei prossimi giorni, la perdita sarà soprattutto politica. E a farne le spese sarà l'Europa

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Abbiamo ripensato a questo aneddoto riflettendo su quello che sta accadendo nello scontro Grecia/UE. Uno scontro che si gioca su posizioni pressoché simili in termini di misure richieste e offerte, e nessuno, neanche tra i più ottimisti, sottovaluta le conseguenze di una rottura.  Ma allora perché non si riesce a trovare un accordo?

Le ragioni dell’economia

Le misure imposte alla Grecia a partire dal 2010 sono state sconfessate dallo stesso FMI[2] che ha ricordato, in un suo studio recente, che:

  1. Paesi con un pesante debito stentano a crescere, con costi elevati per debitori e creditori
  2. L’austerità in recessione è auto-distruttiva, in particolare, la riduzione del PIL in termini reali e monetari porta a un aumento del peso reale del debito, che, nel caso greco, è passato dal 130% del rapporto debito/PIL nel 2009 al 175% nel 2015.
  3. Le riforme strutturali hanno un esito incerto, e soprattutto richiedono tempo (e, aggiungiamo noi, investimenti).

Sempre più voci mettono in discussione l'efficacia delle misure imposte alla Grecia, perplessità che hanno trovato una drammatica conferma in un periodo di crisi e austerità durante il quale la Grecia si è comportata da brava scolara, ha eseguito i compiti che le sono stati assegnati ottenendo una riduzione notevole del deficit pubblico (dal 15,6 per cento nel 2009 al 3,5 nel 2014) ma non ricevendo in cambio alcuna crescita, anzi: un clamoroso crollo del PIL. In questi anni in cui sono state applicate le riforme (taglio dei dipendenti pubblici del 25%, aumento dell'età pensionabile a 67 anni per tutti, abbassamento dei salari reali), che - secondo la ricetta "tagli alla spesa per far crescere l'economia" applicata dai vertici del'FMI - avrebbero dovuto portare a una crescita, la Grecia (e i suoi creditori) hanno avuto in cambio recessione, aumento dell'incidenza della povertà relativa e assoluta e incapacità di saldare il debito[3]. Stime recenti mostrano che la sola contrazione dei salari ha portato ad una caduta del PIL del 4.5%, e a un aumento del 7.8% nel rapporto debito/PIL.

Il welfare greco, già vacillante prima della crisi, ha subito un duro colpo con queste misure. Sviluppato secondo il modello tipico dei paesi del sud dell'Europa, incentrato sulla famiglia a cui è affidato il compito di assistere i suoi membri più deboli, assegnando alle donne il ruolo principale di care-giver che, conseguentemente, hanno uno dei tassi di partecipazione al mercato del lavoro più bassi d'Europa. Anche se prima della crisi, negli anni ’90 e 2000, ci sono state riforme che hanno innalzato e unificato l’età pensionistica per uomini e donne e migliorato i servizi di assistenza a bambini e anziani, la struttura familistica del welfare greco era ed è rimasta sostanzialmente invariata, sviluppandosi più in termini di ammontare di spesa, che in termini di qualità. Le pensioni hanno continuato a essere una parte consistente della spesa sociale, elargite secondo un sistema che non ha eliminato favoritismi, ingiustizie e massiccia evasione contributiva. Anche nella Grecia pre-crisi i livelli di copertura della popolazione in termini di servizi per bambini e anziani erano tra i più bassi d’Europa e i nonni nelle famiglie delle classi più povere e le badanti/colf immigrate nelle famiglie delle classi medie erano chiamati a sopperire alla carenza di strutture. Non c’era – così come in Italia, d'altronde – un programma specificatamente destinato alla lotta alla povertà ed era già al terzo posto nell’Europa a 27.  La spesa per il welfare era dunque soprattutto spesa sanitaria e per pensioni ed è su questa che si sono abbattute le misure di austerità. Ci sono state razionalizzazioni necessarie, ma, inevitabilmente, i pochi servizi che erano stati creati o sono stati soppressi o hanno risentito di un deterioramento della qualità. Non tutti i 255mila dipendenti pubblici erano inutili e il tasso di sostituzione è ora di 1 ogni 5 pensionamenti[4].

Le ragioni della politica

I costi, presenti e prospettici, di questa vicenda sono soprattutto politici. L’idea di Europa, innanzitutto. La vicenda Greca sarà una lezione esemplare per tutti coloro che pensavano di poter non adeguarsi al “modello tedesco”, ma si sta buttando via il patrimonio europeista che aveva sinceramente unito i popoli di paesi pur così diversi, dal Mediterraneo al Baltico. Stiamo diventando un po' meno europei in un mondo globalizzato sì, ma dove si configurano sempre più nettamente blocchi regionali, in Asia e nel Pacifico, verso i quali neppure la potente Germania, da sola o con la sua area di influenza nord-orientale, può pensare di competere. E infine, l'ipotesi di mandare alla deriva la Grecia, situata in una posizione geo-politica delicatissima, in una situazione che sta ri-diventando sempre più esplosiva, a est verso la Russia e a sud verso la Turchia e il medio oriente, non sembra particolarmente strategica. La Cancelliera tedesca, insieme a tutti i governi dell’Europa, ha perso l’occasione per patrocinare le ragioni politiche di un salvataggio della Grecia. Chissà, se lo avesse fatto, forse il popolo tedesco l’avrebbe compresa e seguita, non lo sapremo. Si è invece lasciato che la cacofonia dei media plasmasse l’opinione pubblica e orientasse, nella sostanza, la politica europea.

In terra incognita

Nessuno può dire di sapere con certezza cosa è meglio né cosa succederà se la Grecia uscirà dall'Unione o dall'Euro. Siamo continuamente bombardati da opinioni e suggerimenti contrastanti. È singolare, tuttavia, che “sinistra” e “destra” (o coalizioni favorevoli e contrarie all’euro) convergano stranamente in un gioco di ridimensionamento dei rischi del Grexit: i fautori dell’uscita dall’eurozone ridimensionano i costi per la Grecia, i falchi dell’Europa i rischi del contagio e i costi per il progetto europeo. Non ci saranno vincitori, ma ci sarà un sicuro perdente: l’Europa.

NOTE

[1]"Have you seen today's headline? 'Archduke Found Alive: War a Mistake'". Citato nelbell'articolo di Margaret MacMillan, The great war's ominous echoes, International New York Times, 14-15 dicembre 2013.

[2] Si veda “A programme for Greece: Follow the IMF’sresearch”, AshokaMody 18 June 2015, per i riferimenti agli studi del FMI.

[3] Un recente rapporto pubblicato dal Truth Committee on Public Debt dimostra che il debito rivendicato oggi nei confronti della Grecia può essere considerato illegittimo, nel senso che non ha beneficiato la popolazione greca, ma una piccola minoranza di creditori privati, in particolare le grandi banche tedesche e francesi. Il debito può essere classificato anche come odioso, dal momento che i creditori sapevano che le condizionalità collegate ai loro prestiti violavano diritti umani fondamentali, come il diritto al lavoro, alla sicurezza sociale, alla salute e all'istruzione.

[4] Si veda Karamessini, M. “Dismantling and recasting the social model during the Greek Great Depression, Maria Karamessini, Economia e Lavoro, no. 3 2014.