La manosfera non è un bug di sistema, ma rappresenta una delle espressioni più coerenti della logica delle piattaforme. La sua popolarità, soprattutto tra i giovani uomini, si radica in un contesto reale fatto di precarietà economica, instabilità e relazioni mediate dalle tecnologie. Il linguaggio che la contraddistingue ricalca i meccanismi delle sette: crea appartenenza, definisce un nemico esterno, premia la lealtà e monetizza il senso di comunità in un’economia guidata dall’engagement intorno a sentimenti come rabbia, frustrazione e ansia
Negli ultimi mesi la manosfera è tornata al centro del dibattito pubblico, soprattutto in Inghilterra, anche grazie al documentario Inside the Manosphere di Louis Theroux, che esplora alcune delle comunità online legate a quella che molti definiscono la “crisi della mascolinità”.
Il documentario evita però di presentare il fenomeno come un movimento unitario. La manosfera non è in effetti né un’ideologia né un’organizzazione strutturata, ma un ecosistema fluido composto da influencer, podcaster, streamer e imprenditori digitali che parlano di mascolinità, relazioni, soldi e potere.
In questo spazio convivono figure diverse: coach di self-improvement, commentatori culturali, creator che costruiscono veri e propri modelli di business. Ciò che li tiene insieme non è una struttura, ma una narrativa condivisa, l’idea che gli uomini stiano perdendo status nella società contemporanea. È anche questa semplicità narrativa a spiegare la sua diffusione. Tra le figure più visibili ci sono Andrew Tate, Myron Gaines, Sneako e Justin Waller. Non dicono tutti le stesse cose, ma condividono un formato, la mascolinità come qualcosa da ottimizzare, monetizzare e scalare online.
Allenamenti, strategie di dating, produttività e investimenti ruotano attorno alla promessa di “riprendere il controllo”. Il messaggio funziona perché intercetta un senso reale di incertezza ma rivela anche qualcosa di più profondo: la mascolinità è diventata un format.
Questa dinamica diventa più chiara se osservata attraverso "l’economia dell’attenzione". Il concetto è stato introdotto da Herbert A. Simon nel 1971 per descrivere un sistema in cui, a fronte di un’abbondanza di informazioni, l’attenzione diventa la risorsa più scarsa e quindi più contesa. Con l’evoluzione del digitale, possiamo dire che l'attenzione sia stata progressivamente trasformata in una risorsa economica, prima venduta attraverso la pubblicità online, poi misurata e targettizzata grazie alle tecnologie, fino a essere automatizzata e, infine, catturata e modellata dalle piattaforme attraverso algoritmi e sistemi predittivi. Oggi l’attenzione non è solo monetizzata, viene anche gestita, prevista e orientata, diventando una componente centrale del sistema economico e della culturale digitale.
Come spiega Shoshana Zuboff nel suo libro The Age of Surveillance Capitalism, le piattaforme estraggono valore dai comportamenti degli utenti. Ogni interazione diventa dato, e la visibilità non è neutrale, i contenuti che generano rabbia e conflitto tendono a circolare di più e la manosfera funziona perfettamente dentro questa logica. Ciò che appare come estremismo è un contenuto altamente efficiente dal punto di vista algoritmico.
L’economista Yanis Varoufakis descrive questo sistema come un “tecnofeudalesimo”. Nel suo libro Technofeudalism: What Killed Capitalism, spiega come non siamo più solo consumatori o lavoratori, ma abitanti di spazi digitali controllati da pochi attori.
Le piattaforme funzionano come recinti: gli utenti producono valore, mentre i proprietari dell’infrastruttura ne catturano i profitti e stabiliscono le regole — visibilità, accesso, possibilità di esistere.
Durante l’evento Resistance is Existance a Londra, Varoufakis lo ha riassunto così: “la differenza tra l'internet delle origini e quello di oggi non sta nella tecnologia, ma nella proprietà”. Internet, ha ricordato “non è nato privatizzato, lo è diventato, e questo cambia tutto. Perché il problema non è la tecnologia in sé, ma chi la possiede e chi ne controlla le infrastrutture”.
In questo contesto, gli influencer vengono spesso rappresentati come imprenditori indipendenti che sono riusciti a sottrarsi al lavoro tradizionale. Ma guardando più da vicino, il loro lavoro assomiglia sempre più a una forma di lavoro digitale continuo: le dirette non si fermano mai davvero, il flusso di contenuti deve rimanere costante e gli algoritmi decidono chi resta visibile e chi scompare.
In questo senso, la manosfera non è un’alternativa al sistema, ma è profondamente integrata al suo interno. Non nasce contro la logica delle piattaforme, ma ne rappresenta una delle espressioni più coerenti.
Come osserva Kate Manne in Down Girl: The Logic of Misogyny, la misoginia non è solo odio, ma un meccanismo di controllo che punisce chi esce dal ruolo previsto e premia chi lo rafforza. In questo senso, la manosfera diventa un sistema performativo: la gerarchia di genere è il contenuto, la dominanza spettacolo, l'umiliazione intrattenimento.
Ridurre tutto a singole personalità rischia di far perdere il punto. Questo ecosistema esiste perché è perfettamente allineato agli incentivi economici delle piattaforme.
Un’analisi di The Other Box mostra come queste community trasformino la frustrazione in veri e propri percorsi ideologici. Sotto la superficie del self-improvement, ciò che viene spesso venduto è una spiegazione semplice e immediata: i tuoi problemi non sono il risultato di condizioni più ampie, ma di qualcosa che ti è stato tolto.
La frustrazione viene così incanalata verso bersagli precisi e riconoscibili: le femministe, le persone queer, gli immigrati, la cosiddetta “wokeness”. È una narrazione che funziona perché riduce la complessità a una storia chiara, offrendo un senso di ordine e certezza in un sistema complesso.
Come osservato, queste dinamiche ricalcano da vicino i meccanismi tipici delle sette: creano appartenenza, definiscono un nemico esterno, premiano la lealtà e monetizzano il senso di comunità e in un’economia guidata dall’engagement, sono estremamente efficienti.
Il self-improvement diventa così un modello di business: corsi, coaching, community. La promessa è sempre la stessa — se segui la formula giusta, puoi farcela. Ciò che scompare è il cambiamento strutturale.
I problemi vengono individualizzati:
sei in difficoltà? Migliora te stesso.
ti senti escluso? Costruisci il tuo personal brand.
Invece di interrogare il sistema, si incoraggia a competere meglio al suo interno. E in questo meccanismo i veri vincitori sono le piattaforme, che prosperano sulla produzione continua di contenuti.
Il loro modello economico è relativamente semplice: più tempo passiamo online, più dati produciamo e più pubblicità può essere venduta. Nel 2025, ad esempio, Meta ha generato circa 201 miliardi di dollari di ricavi totali, quasi interamente trainati dalla pubblicità. Nello stesso anno, Google (Alphabet) ha superato i 400 miliardi di dollari di ricavi complessivi, con la pubblicità che resta di gran lunga la principale fonte di guadagno. Guardando solo agli annunci pubblicitari, le stime più aggiornate parlano di circa 200 miliardi di dollari annui per Meta e oltre 230 miliardi per Google.
Questo significa che l’attenzione degli utenti non è solo un obiettivo, ma il prodotto stesso. Per massimizzare questo valore, le piattaforme ottimizzano i loro algoritmi intorno all’engagement: like, commenti, condivisioni, tempo di permanenza. Più un contenuto riesce a trattenere o attivare una reazione, più viene distribuito. E più viene distribuito, più genera impression pubblicitarie (ovvero il numero di volte in cui un annuncio viene mostrato agli utenti, indipendentemente dal fatto che venga cliccato o meno).
Non è quindi un caso che i contenuti emotivi e polarizzanti performino meglio. Uno studio pubblicato su PNAS ha mostrato che i contenuti che suscitano indignazione o che prendono di mira un out-group hanno una probabilità significativamente più alta di essere condivisi. Più recentemente, ricerche su larga scala hanno evidenziato come la negatività sia correlata a livelli più alti di engagement e visibilità.
Se guardiamo oltre le singole figure, diventa chiaro che la manosfera non è un’anomalia ma una conseguenza. La sua popolarità, soprattutto tra i giovani uomini, si radica in un contesto reale fatto di precarietà economica, instabilità e relazioni mediate dalle piattaforme. Ma c’è un altro elemento. Come scrive Mark Fisher in Capitalist realism: is there no alternative? (tradotto in Italia da Nero editons), il capitalismo contemporaneo è estremamente efficace nell’assorbire e monetizzare le emozioni collettive. Frustrazione, rabbia e ansia non vengono neutralizzate, ma trasformate in contenuto. Oggi è sempre più difficile distinguere dove finisce l’esperienza e dove inizia la sua cattura. Le emozioni diventano metriche, distribuite dagli algoritmi e reinserite nel circuito economico.
In questo senso, la manosfera non è solo un fenomeno culturale, ma un modello perfettamente compatibile con l’architettura delle piattaforme. Ed è questo il punto più scomodo, se la frustrazione genera contenuto e il contenuto genera profitto, il sistema non è incentivato a risolverne le cause. La manosfera non va quindi considerata una devianza ma uno dei prodotti più coerenti dell’economia dell’attenzione.