Articolopari opportunità - lavoro

Il lavoro delle donne
non è un affare di donne

Carfagna-Sacconi, un piano di marketing più che di azione sull'occupazione femminile. Che punta sul part time, senza analizzare quel che è stato nel recente passato, e che ancora una volta scarica sulle donne l'onere di conciliare cura e lavoro retribuito

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Dopo il nuovo modello di welfare (Libro Bianco sul futuro del modello sociale, maggio 2009) e i giovani (Programma di azioni per l’occupabilità dei giovani, settembre 2009), è la volta delle donne. Il documento Italia 2020, Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, dei ministri Carfagna e Sacconi delinea le linee di azione, comune ai due ministeri, da perseguire per favorire l’occupazione femminile e la conciliazione. L’idea di uno specifico piano per l’occupazione delle donne è benvenuta. Ripetutamente promesso da vari governi negli ultimi anni, il piano è stato affidato ad un documento snello (23 pagine) che si propone un obiettivo ambizioso: definire anche per l’Italia una strategia pluriennale per favorire l’occupazione femminile e l’uguaglianza di genere.

Vengono proposte cinque linee di azione, rispettivamente: il potenziamento dei servizi per la prima infanzia, la messa a regime del finanziamento a progetti di conciliazione a livello aziendale (secondo il “nuovo” art. 9 della L. 52/2000), la promozione del lavoro a tempo parziale e altre forme di contratti a orario ridotto attraverso la contrattazione di secondo livello, la promozione dei ‘lavori verdi’ anche al femminile e l’utilizzo del contratto di inserimento per incentivare l’occupazione nel Mezzogiorno.

Anche in questo caso, la domanda d’obbligo è se iniziativa e confezione a tutta prima accattivanti vadano al di là di una mera operazione di marketing politico. Alcune delle insidie del marketing sono fin troppo visibili. L’ “inclusione delle donne nel mercato del lavoro” di cui parla il titolo viene ridotta in gran parte al problema della conciliazione, con due linee di azione dedicate alla conciliazione in presenza di figli piccoli e una terza dedicata al part-time come ricetta universale, anche per chi ha figli adolescenti o genitori anziani. Delle sempre più numerose donne senza figli non si fa praticamente menzione salvo apostrofare quelle non sposate come ‘persone isolate’ (v. tabella 9 del Piano: lapsus dei redattori o scarsa cura dei traduttori?). La conciliazione cui ambisce il documento rimane un ‘affare di donne’ proprio quando in tutti i paesi più impegnati sul fronte dell’eguaglianza di genere cresce la consapevolezza che il problema non si risolve se non si inizia seriamente a porsi l’obiettivo di portare gli uomini ‘dentro’ l‘attività di cura – pagata o non pagata.

Poco male se gli obiettivi venissero limitati al fine di garantirne la fattibilità. La Strategia Europea per l’Occupazione ha sortito esiti inferiori alle aspettative, ma nella misura in cui ha inciso lo ha fatto grazie a obiettivi quantitativi chiari e ad un calendario preciso - ad esempio, un tasso di occupazione femminile al 60% entro il 2010, o una copertura dei servizi per l’infanzia pari al 33%. Ciò è essenziale per orientare le politiche e per valutarne la loro efficacia nel tempo. Il Piano d’azione ci rassicura poco su questo punto. A pagina 16 si parla di affidare ‘…il compito di impulso, coordinamento e monitoraggio a una “cabina di pilotaggio”…”. Può una metafora sostituire la vistosa mancanza di obiettivi misurabili, di tempi e risorse certe? Un esempio per tutti è l’elenco delle iniziative per potenziare i servizi alla prima infanzia. Nulla viene detto sul Piano straordinario per gli asili nido 2007-2009 approvato nel 2006 dal governo Prodi con uno stanziamento complessivo pari a 740 milioni di euro e per il quale sono state regolarmente stanziate a bilancio le risorse inizialmente programmate (v. DPEF). Si parla abbastanza genericamente di incentivare il terzo settore attraverso i buoni lavoro da utilizzare per l’avvio dei nidi famigliari. Viene infine fatto riferimento ad un non meglio articolato Piano di interventi del Dipartimento per le Pari Opportunità, con uno stanziamento di 40 milioni di euro per promuovere il telelavoro e sostenere il rientro dalla maternità.

Il marketing serve soprattutto a vendere ciò che si ha o che si conta di avere con maggiore facilità, e il vero piatto forte del variegato menu di questo Piano d’azione è il tempo parziale. Negli ultimi cinque anni (I trimestre 2009 rispetto all’analogo periodo del 2004) l’aumento netto dell’occupazione femminile fra i 15 e i 64 anni è stato di 538 mila unità, 363 mila delle quali a tempo parziale; quindi non la totalità della crescita occupazionale come allude il Piano - che per ragioni misteriose presenta l’andamento dell’occupazione solo negli ultimi due anni - ma la quota di gran lunga maggiore.

Perché dunque non riproporre ciò che ha già funzionato? Gli interrogativi affiorano non appena si scava dentro queste cifre, un po’ di più di quanto faccia il Piano, e si disaggrega l’apporto del part-time per età e per macroaerea. La crescita del part-time femminile negli ultimi cinque anni è stata infatti molto più forte al Centro Nord – 305 dei 363 mila posti aggiuntivi – e fra le non più giovani.

Per il paese nel suo complesso ben metà dell’aumento totale netto dell’occupazione femminile – a tempo pieno o parziale - è andato a vantaggio della classe di età compresa fra i 55 e i 64 anni e più del 90% dell’aumento netto di posti a tempo parziale è stato assorbito dalle donne con più di 35 anni. Sulla crescita del part-time non ha giocato solo la de-regolamentazione introdotta dalla legge Biagi: per le italiane un importante incentivo è stato la rimozione del divieto di cumulare pensione e reddito da lavoro, per bandanti e tate straniere il contratto a tempo parziale si è rivelato una modalità molto diffusa di regolarizzazione. Insomma, il part-time che ha fino ad ora sorretto la conciliazione è molto straniero e, più che le giovani madri, sembra aver giovato le figlie con genitori anziani, a dispetto del tentativo di venderlo come lo strumento principe per coniugare più figli (piccoli) e più lavoro.

Quanto allo squilibrio territoriale, il Piano d’azione riconosce che occorre colmare il deficit di occupazione femminile soprattutto al Sud dove meno di una donna su tre è occupata. Anzi esagera, suggerendo che, non fosse per il Sud, l’Italia sarebbe allineata con il resto dell’Europa, mentre nessuna delle nostre macroaeree ha ancora raggiunto il valore del tasso di occupazione medio in Europa.

Proviamo dunque noi a immaginare una cura per il Mezzogiorno a base di tempo parziale ponendo come obiettivo un aumento di dieci punti del tasso di occupazione attuale che lo porterebbe al (pur modesto) 43%. Ciò richiederebbe la creazione di poco meno di 900 mila posti di lavoro e farebbe salire la quota del lavoro delle donne a part-time nelle regioni meridionali a più del 45%, incamminando la regione decisamente verso il modello Olandese. Credibile? Negli ultimi cinque anni il lavoro a tempo parziale è stato sì l’unico a garantire un qualche aumento del lavoro femminile al Sud, ma l’ordine di grandezza è di poco meno di 60 mila posti aggiuntivi in cinque anni.

In realtà il Piano non commette l’ingenuità di affidare direttamente al tempo parziale la soluzione del problema al Sud. Nella parte introduttiva dedicata all’analisi si riconosce che al Sud c’è un problema di carenza di domanda (p. 7) e che occorre andare ben oltre la semplice incentivazione del lavoro femminile per affrontare il problema alla radice. Forse per questo la soluzione che si prospetta è minimalista: ci si limita a (ri)lanciare il contratto di inserimento, una riedizione dei vecchi contratti di formazione lavoro con rinnovate agevolazioni per le imprese. Il contratto di inserimento può funzionare come strumento di emersione o come stimolo temporaneo alla domanda, ma difficilmente come creazione di nuova, duratura domanda di lavoro.

Il ‘ben oltrismo’ che si ritrova in sede di analisi della questione femminile meridionale non può, però, fungere da scusa per rimandare ad altri e ad altro la soluzione. Se il problema è contemporaneamente creare lavoro e favorire la conciliazione non mancano esperienze storiche o studi che sostengono la creazione di infrastrutture sociali come la soluzione più efficace – laddove le infrastrutture non si limitano agli asili nido e non devono essere necessariamente a gestione pubblica (Huber, Maucher, Sak 2008).

Perfino in una ottica di sviluppo infrastrutturale tradizionale – dalle case alle strade ai porti, ai ponti - c’è spazio per azioni efficaci che promuovano l’occupazione femminile, a partire dal vecchio ma sempre funzionante strumento delle quote per le imprese che partecipano ad appalti pubblici o che sono soggette a regolamentazione pubblica. Un esempio dal settore privato e ancora strettamente maschile delle costruzioni illustra come la riluttanza ad immaginare azioni efficaci sia anche frutto di inerzia culturale. In risposta alla difficoltà di reperire personale, nel 2004 la Federazione Francese delle imprese di costruzioni ha lanciato una massiccia campagna per triplicare la presenza delle donne nei cantieri e nelle imprese. La campagna è stata condotta anche sui media usando una retorica accattivante che incoraggiava le giovani donne ad essere protagoniste di cambiamenti ‘rivoluzionari’ sul lavoro (Silvera 2008).

Ben vengano a questo punto anche azioni mirate, concrete e monitorate in settori nuovi come quello dei lavori verdi purché non si limitino ai corsi di formazione fine a se stessi. E’ oramai fin troppo assodato che la formazione avulsa da piani concreti di inserimento produttivo ha spesso contribuito a rafforzare, non ad indebolire, gli stereotipi di genere! (Bettio, Verashchagina 2009).

 

Riferimenti:

- Bettio, Francesca and Alina Verashchagina (2009), ‘Gender segregation in the labour market: root causes, implications and policy responses in Europe’, European Commission’s Expert Group on Gender and Employment (EGGE), European Commission, Directorate General for Employment, Social Affairs and Equal Opportunities, Unit G1, link

- Huber, Manfred, Mathias Maucher and Barbara Sak (2008), Study on Social and Health Services of General Interest in the European Union. Final Synthesis Report, Prepared for DG Employment, Social Affairs and Equal Opportunities, DG EMPL/E/4, VC/2006/0131 link

- Silvera, Rachel (2008), ‘Gender segregation in the labour market: root causes, implications and policy responses in France’. External report commissioned by and presented to the European Commission Directorate-General for Employment, Social Affairs and Equal Opportunities, Unit G1 ‘Equality between women and men’.