Articoloistruzione - pari opportunità

Il sesso mancante
nell'università italiana

Distribuzione per area degli studi di genere

Quota 0,001%. Gli studi di genere incidono pochissimo sull'offerta formativa delle nostre università. Impietoso il paragone con gli Usa (1097 corsi in Women Studies). Ecco una mappa di come e dove si studia in una prospettiva "gender sensitive" nelle nostre università

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In Italia più che in altri paesi gli studi di genere sono tacciati di scarsa scientificità da una parte del mondo politico e culturale, sulla base di argomentazioni spesso rozze e retrive che si inscrivono in un clima di scarsa sensibilità nei confronti dei diritti e della dignità della persona: una persona intesa non come individuo astratto ma come soggetto concreto, dotato di una corporalità, identità ed orientamenti che riguardano anche la propria sessualità e la propria emotività.

Questa tendenza, strettamente legata al perdurare del sessismo e del maschilismo nel nostro paese, è presente anche all’interno delle istituzioni accademiche. 

Abbiamo realizzato una ricerca per mappare l'istruzione Gender sensitive nel mondo accademico italiano (1), partendo da due interrogativi: il sistema universitario italiano è in grado di diffondere una cultura di genere presso le nuove generazioni? Esistono percorsi sufficientemente strutturati volti a formare figure professionali esperte in questioni di genere (per esempio su tematiche relative alle pari opportunità)? 

I primi elementi da tener presente sono due “fatti istituzionali” che segnano il destino curriculare degli studi di genere nell’università. Tra i settori disciplinari con cui per legge vengono organizzati i saperi considerati giuridicamente riconosciuti nell'accademia italiana gli studi di genere non compaiono come uno specifico settore (2), mentre solo in 4 su 165 potenziali si fa riferimento al Gender come “oggetto” legittimo di studio (storia medievale, storia moderna, storia contemporanea, statistica sociale). 

Il secondo elemento strutturale da tener presente riguarda la formazione degli studenti e, in particolare, le classi di corsi di studio: escludendo quelle che ricadono in ambito tecnico (come ingegneria) o scientifico-naturale (come fisica), nessuna classe di corso è definita esclusivamente in termini di genere, mentre lo sviluppo di una prospettiva Gender Sensitive nelle lettura dei fenomeni sociali, culturali, politici, economici o relativi al corpo, è richiamata tra gli obiettivi formativi qualificanti di sole 6 classi di corso di laurea triennale su 26 e in 11 classi di laurea magistrale su 52 (si vedano le tabelle 1 e 2, in fondo all'articolo).

Se dunque la legge opera un certo riconoscimento, anche se in modo confuso e incoerente, degli studi di genere in ambito accademico, la nostra ricerca mostra come nella realtà dell’università italiana (3) si riscontri un’assoluta mancanza di corsi di laurea specificamente dedicati a queste tematiche, mentre il numero degli insegnamenti impartiti nei corsi di laurea di primo e secondo livello da noi censiti, si attesta solamente a quota 57 (pari a circa lo 0,001% dell’offerta formativa complessiva attiva nei nostri atenei durante l’A.A. 2011/2012). Uno scenario davvero deprimente se si pensa che, in base ad una survey condotta nel 2007 dalla National Women's Studies Association solo negli Stati Uniti erano attivi 1097 corsi universitari riconducibili alla sola area degli Women Studies.

Andando a guardare da vicino i corsi attivi, si conferma la composizione interdisciplinare degli studi di genere, anche se circa il 60% degli insegnamenti è riconducibile alla sociologia, alle lingue e letterature straniere (prevalentemente quelle di area anglista) e alla storiografia, con una forte diffusione nelle facoltà del gruppo socio-politico. Al di fuori di queste – in particolare nelle facoltà di giurisprudenza e di economia, e in quest’ultimo caso nonostante le previsioni normative – la portata degli studi di genere risulta estremamente limitata (figura 1).

D’altra parte, dall’analisi dei programmi d’insegnamento impartiti nei 57 insegnamenti censiti, risulta prevalente una didattica che si concentra più sugli aspetti relazionali che su quelli legati all’economia o alla politica.

Da un punto di vista geografico la diffusione sul territorio nazionale è abbastanza omogenea con la significativa eccezione dell’Emilia Romagna: spicca, infatti, l’università di Bologna che copre – grazie all’apporto della sua facoltà di lingue e letterature straniere – il 64% dell’offerta formativa italiana nel campo degli studi di genere. Decisamente inferiore è l’incidenza nelle regioni centrali, in quelle del sud e nelle isole, che pesano rispettivamente per un 10% e un 16% (Fig.2), e dove per altro non mancano timori di chiusura dei corsi esistenti (si veda per esempio l'allarme lanciato dal centro studi Milly Villa). 

All’interno degli atenei di solito gli insegnamenti di genere sono affidati principalmente a personale strutturato, in prevalenza ricercatori (34%); è interessante constatare quanto siano in maggioranza le donne ad occuparsi della materia (87% contro il 13% degli uomini) a dimostrazione di una forte femminilizzazione della tematica.

In conclusione, dalla ricerca è emersa una risposta negativa ai quesiti iniziali: la presenza degli studi di genere nell’offerta formativa universitaria in Italia è ancora molto limitata, frammentaria, disarticolata e non corrisponde né all’estensione delle attività di ricerca su questi temi né alle pur contraddittorie e limitate previsioni normative contenute nei decreti istitutivi delle classi di laurea. Così, interi corsi di laurea, fondamentali per la formazione delle classi dirigenti italiane e più in generale del personale direttivo al livello pubblico e privato (economia e giurisprudenza), sono quasi privi di corsi che facciano riferimento a un approccio di genere.    

 

Tab. 1: Classi di corso di laurea triennale nelle quali una prospettiva Gender Sensitive è posta tra gli obiettivi formativi

L-19 “Scienze dell’educazione e della formazione”

L-22 “Scienze delle attività motorie e sportive”

L-33 “Scienze economiche”

L-37 “Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace”

L-39 “Servizio sociale”

L-42 “Storia”


Tab. 2: Classi di corso di laurea magistrale nelle quali una prospettiva Gender Sensitive è posta tra gli obiettivi formativi

LM-1 “Antropologia culturale ed etnologia”, LM-36 “Lingue e letterature dell’Africa e dell’Asia”

LM-41 “Medicina e Chirurgia”

LM-56 “Scienze dell’economia”

LM-64 “Scienze delle religioni”

LM-65 “Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale”

LM-67 “Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattive”

LM-68 “Scienze dello sport”

LM-78 “Scienze filosofiche”

LM-81 “Scienze per la cooperazione allo sviluppo”

LM-84 “Scienze storiche”


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Note

(1) L'indagine, dal titolo “La formazione universitaria e post-universitaria Gender sensitive in Italia (Anno Accademico 2011/2012)", è stata realizzata dagli stessi autori di questo articolo, ed è stata presentata il 10 maggio scorso al convegno nazionale "Genere, sociologia, università", della sezione Studi di genere dell'Associazione italiana di sociologia. Scopo dello studio - i cui risultati sono tuttora in fase di ampliamento e aggiornamento - è analizzare ’incidenza degli studi di genere sull’offerta formativa accademica. 

(2) Si veda l’allegato B del D.M. 4 Ottobre 2000, che contiene le declaratorie dei settori scientifico-disciplinari di cui all’Articolo 1 del D.M. 23 Dicembre 1999. 

(3) Ci si riferisce ai 57 atenei pubblici e alle facoltà di: economia, giurisprudenza, lettere e filosofia, lingue, medicina e chirurgia, psicologia, scienze della formazione, scienze politiche, sociologia.