Come stanno le persone Lgbtqia+ in Europa? Dalla nuova Rainbow Map di Ilga Europe, network che connette più di 700 organizzazioni di 57 paesi, lo stato dei diritti appare tutt'altro che risolto. E l'Italia dal 2017 non fa che peggiorare la sua posizione in classifica. A dieci anni dall’introduzione delle unioni civili è l'occasione giusta per ricordare che nessuna conquista, nemmeno la più elementare, è garantita
Come ogni anno – in occasione della Giornata Internazionale contro l'omofobia, la lesbofobia, la transfobia e la bifobia che si celebra il 17 maggio, e in vista del mese del pride che ricorre a giugno – Ilga Europe, sezione europea della International Lesbian Gay Bisexual Trans and Intersex Association che connette più di 700 organizzazioni provenienti da 54 paesi tra Europa e Asia centrale, pubblica la sua Rainbow Map.
La mappa è uno strumento utile per avere una visione d’insieme dello stato dell’arte dei diritti Lgbtqia+ in Europa, intesa in senso geografico e quindi andando oltre i 27 paesi che fanno parte dell'Ue.
Ilga ha creato negli anni un indicatore composito che racchiude sette dimensioni imprescindibili: uguaglianza e non discriminazione, diritti familiari, contrasto ai crimini e discorsi d’odio, riconoscimento legale dell’identità di genere, integrità corporea delle persone intersex, spazio di agibilità per la società civile e diritto di asilo per richiedenti Lgbtqia+. Ogni paese viene valutato in base a ciascuna di queste dimensioni in termini percentuali: il risultato è l’attribuzione a ciascun paese di un punteggio e di una gradazione di colore che va dal verde – livello alto di tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+ - al rosso.
Al vertice della classifica Ilga troviamo per la prima volta la Spagna (88,7%) che ha scalzato Malta (87,73%) da anni capofila nella tutela dei diritti Lgbtqia+.[1] In caduta libera invece il Regno Unito, dove la saldatura tra movimenti anti-gender e istituzioni pubbliche ha comportato un netto peggioramento delle condizioni di vita delle persone trans e non binarie e una maggiore incidenza di crimini e discorsi d’odio.[2] A chiudere la classifica i soliti noti, ovvero quei paesi che hanno fatto dell’omolesbobitransfobia quasi una ragione di Stato, la cifra della propria identità sovranista, in particolare Russia, Azerbaigian, Bielorussia ma anche Turchia e Armenia.
Per quanto riguarda l’Italia, la situazione non è cambiata in maniera rilevante rispetto agli ultimi anni: nel 2026, l’Italia si posiziona al 36° posto con un punteggio del 24,11%, in lieve peggioramento rispetto al 24,41% del 2025, a meno di due punti percentuali sopra l’Ungheria. Caratterizzata da un preoccupante color arancione scuro, l’Italia è ormai dal 2017 che non fa che peggiorare la sua posizione in classifica. Infatti, ricorre quest’anno il decennale dell’introduzione delle unioni civili in Italia che per la prima volta garantirono una forma legale, seppur parziale e lacunosa, di riconoscimento delle unioni non eterosessuali. Proprio questa innovazione legislativa fece guadagnare all’Italia – nel passaggio tra il 2016 e il 2017 – ben 7 punti percentuali nella mappa Ilga. Da quel momento è stata una lenta e irrimediabile caduta libera.
Per comprendere meglio la portata della situazione è utile analizzare i punteggi attribuiti all’Italia nelle singole dimensioni di cui si compone l’indice Ilga. Il punteggio più alto – 100% - viene attribuito nella sfera relativa allo spazio di agibilità della società civile in quanto l’associazionismo Lgbtqia+ e le reti di attivismo non sono soggette, al momento, a restrizioni, criminalizzazione o altre misure afflittive, come avvenuto in altri paesi europei. A seguire, l’Italia ottiene il 40,57% nella dimensione relativa al riconoscimento legale dell’identità di genere: esiste, infatti, una legge in Italia – la 164/1982 – che regola i percorsi di affermazione di genere e una giurisprudenza che negli anni ha eliminato il requisito degli interventi chirurgici obbligatori e della sterilizzazione forzata per accedervi.
Non c’è però molto altro da festeggiare considerando che la legge dell’82 viene considerata dalle stesse persone trans e non binarie come obsoleta e i percorsi di affermazione di genere inutilmente afflittivi e patologizzanti. Senza considerare i crescenti ostacoli che le istituzioni pubbliche italiane stanno frapponendo all’accesso ai percorsi di affermazione di genere per le giovani persone trans e non binarie. Per quanto riguarda il diritto di asilo, l’Italia ottiene un punteggio del 33,33% in quanto esiste una normativa – di prevalente derivazione comunitaria – che riconosce l’appartenenza alle minoranze sessuali come motivazione per depositare richiesta di asilo e vedersi riconosciuto a volte un qualche status di protezione.
Nelle restanti dimensioni, l’Italia ottiene punteggi che vanno dallo 0% al 17,4%. I motivi sono chiari ed evidenti. Manca in Italia una normativa che contrasti in maniera specifica i crimini e discorsi d’odio di matrice omolesbobitransfobica, e l’affossamento del cosiddetto Disegno di Legge Zan non ha aiutato in questo senso. Misure specifiche di contrasto alle discriminazioni sono assenti e anche la Strategia Nazionale Lgbt+ – adottata dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) e prorogata fino al 2027 – rischia di rimanere una formale dichiarazione d’intenti, mancando meccanismi di monitoraggio, indicatori di implementazione, definizione chiara delle autorità competenti all’attuazione e una dotazione finanziaria specifica.
Senza contare che Unar, oltre a non essere un organismo indipendente e non godere di un budget continuativo, non è neanche dotato di poteri esecutivi. Per quanto riguarda i diritti familiari, le unioni civili rimangono tuttora una forma di unione non equiparata al matrimonio, anche in relazione ai diritti riconosciuti ai suoi componenti. Inoltre, la legge sulle unioni civili ha escluso la tutela delle forme di genitorialità, non ha aperto la strada alle adozioni e, anzi, abbiamo assistito negli ultimi anni all’equiparazione della gestazione per altri ai crimini contro l’umanità. Infine, l’Italia rientra tra i paesi europei che si ostinano a non introdurre un divieto esplicito di interventi chirurgici non necessari sulle creature intersex che ancora oggi vengono sottoposte a trattamenti medici senza il loro consenso per modificare i caratteri sessuali e riportarli alla “norma” stabilita dal sapere medico su come dovrebbe apparire l’apparato genitale maschile e femminile.
Ilga, tuttavia, non si limita a elaborare e aggiornare annualmente il suo indice. Pubblica, infatti, per ogni paese un breve rapporto che mappa i principali avvenimenti relativi alla vita e ai diritti delle persone Lgbtqia+ e fornisce raccomandazioni alle autorità per colmare i gap evidenziati. Per quanto riguarda il rapporto Italia 2026 – relativo quindi a quanto accaduto nel 2025 – Ilga segnala numerosi episodi di discorsi e crimini d’odio, ed evidenzia come le autorità pubbliche non stiamo contribuendo affatto al miglioramento di questa disastrosa situazione. In particolare, viene citata la decisione del governo italiano di sottoporre i programmi di educazione alla sessualità e all’affettività al consenso informato delle famiglie nelle scuole secondarie superiori, ma anche la decisione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di non estendere alle unioni civili alcuni benefici carcerari – in particolare i permessi per l’assistenza ai familiari – riconosciuti invece ai matrimoni eterosessuali, in quanto le unioni civili non creerebbero “un rapporto di affinità” tra una parte dell’unione e i parenti dell’altra.
Per quanto riguarda, infine, le raccomandazioni di Ilga alle autorità italiane, queste sono pienamente in linea con quelle degli anni passati rimaste puntualmente disattese. In particolare, Ilga richiede all'Italia di riconoscere la piena equiparazione delle unioni civili ai matrimoni eterosessuali, anche per quel che concerne l’adozione e il riconoscimento automatico dei rapporti di filiazione anche con il genitore intenzionale. In secondo luogo, richiede il divieto esplicito degli interventi chirurgici non necessari sulle persone intersex fino a che non siano in grado di fornire in prima persona il consenso informato alla procedura. Infine, le autorità italiane vengono sollecitate a modificare la normativa che regola i percorsi di affermazione di genere che dovrebbero essere improntati sul principio dell’autodeterminazione e sulla piena depatologizzazione, nonché accessibili a ogni età.
Raccomandazioni che chiaramente in questo momento sembrano pura fantascienza ma che sono da tenere bene a mente perché rappresentano i cambiamenti minimi da introdurre per rendere l’Italia un paese anche solo vivibile per le persone Lgbtqia+. A dieci anni dall’introduzione delle unioni civili, è importante ricordare che anche quello era un obiettivo minimo, incompleto e insufficiente, che la lotta per i diritti deve proseguire e che, anzi, nessuna conquista è assicurata in eterno. Soprattutto in tempi in cui la saldatura tra estreme destre, movimenti anti-gender, sovranismo e nativismo si stringe sempre di più intorno ai nostri corpi per privarci dell’ossigeno.
Note
[1] Bisogna tenere a mente le dimensioni considerate dall’indicatore Ilga che, per esempio, tengono fuori interamente la salute sessuale e riproduttiva. In questo modo si spiega la posizione di Malta ai vertici della classifica, paese che tuttora impone restrizioni durissime al diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.
[2] Su questo si consiglia la recente pubblicazione di Amnesty International.