Articolomigrazioni - storie

Intellettuali, cosmopolite
anarchiche dalla Russia

Foto: Unsplash/ Erwan Hesry

Una storia dimenticata e poco conosciuta, quella delle russe che approdarono in Italia alla fine dell'Ottocento. Abituate a considerare l'Europa come una casa, queste donne si muovevano in un territorio dalle frontiere forse più permeabili del mondo attuale

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Pochi lo ricordano, ma tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento ci fu una vera 'invasione' di donne russe nel nostro paese. Non badanti né nobildonne in esilio (la Rivoluzione d’Ottobre era di là da venire), ma intellettuali, socialiste o anarchiche, spesso di origine ebraica e, forse anche per questo, molto cosmopolite, abituate a considerare l’Europa la loro patria e infine approdate in Italia, dove esercitarono un ruolo notevole, e oggi quasi dimenticato. Colpisce la damnatio memoriae che ha interessato queste donne, inversamente proporzionale al peso che hanno avuto nella vita politica e culturale del paese. Andiamo a vedere chi erano, soffermandoci sulle vite di alcune di loro.

Anna Kuliscioff

Anna Kuliscioff nasce in Crimea da un’agiata famiglia di commercianti ebrei nel 1854 e muore a Milano nel 1925. Il suo vero nome è Anja Moiseevna Rosenstein. Studia filosofia all’Università di Zurigo. In Svizzera incontra Andrea Costa, che diventerà il suo compagno e con il quale dopo essersi trasferita in Francia avrà una figlia, Andreina. Nel 1878 viene arrestata ed espulsa. Arrivata in Italia, pochi mesi dopo è processata a Firenze con l'accusa di cospirare con gli anarchici. Nel 1881 Andrea Costa fonda L'Avanti, al quale la Kuliscioff collabora con una rubrica sulla situazione politica russa.

Come descrive la voce a lei dedicata dell’Enciclopedia delle donne, “la lontananza forzata e il temperamento geloso di Costa incrinarono per sempre un rapporto già conflittuale. Andrea dal carcere scrive ad Anna della propria gelosia, rivolta in modo particolare a Carlo Cafiero con cui Anna, a Lugano, aveva avviato un fitto dialogo politico e umano. Alle accuse del compagno, la Kuliscioff replica con fermezza: "Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere di loro proprietà. La frase è vecchia, banale, ma ha le sue ragioni d’essere e l’avrà chissà per quanto tempo ancora".

Separatasi da Costa, Anna torna in Svizzera, portando con sé la figlia, e si iscrive alla facoltà di medicina. Inizia un periodo di studio intenso e solitario: in carcere a Firenze contrae la tubercolosi e la tosse non le dà tregua. Nella speranza che un clima più caldo possa giovare alla sua salute, dopo circa due anni si stabilisce a Napoli, dove c’è una fiorente comunità russa. Qui si laurea in medicina nel 1886. Seguirà la specializzazione in ginecologia a Torino e a Padova, che le consentirà di fare ricerca sull’origine batterica delle febbri puerperali, e di iniziare a Milano la sua attività di “dottora dei poveri”.

A Napoli incontra Filippo Turati. Sul piano politico, l’incontro segnerà il suo passaggio definitivo dal rapporto con gli anarchici all’adesione al socialismo. Sul piano personale, sarà un’intesa umana e intellettuale lunga 40 anni, non disgiunta però dall’indipendenza di pensiero di Anna e dalla necessità di vegliare e affermare la propria individualità. La misura di questa indipendenza sta in una boutade di Antonio Labriola, riportata dall'Enciclopedia delle donne, secondo il quale il socialismo italiano contava un uomo soltanto, che poi era una donna: Anna Kuliscioff.

Nel 1901 Turati presenta il disegno di legge Carcano a tutela del lavoro femminile e minorile, elaborato dalla Kuliscioff. Nel 1908 al congresso del partito socialista a Firenze, lei ottiene con l'aiuto di Salvemini l'approvazione di una mozione che sancisce il diritto di voto alle donne, anche se il partito e lo stesso Turati avranno sempre rispetto al tema un atteggiamento molto ambiguo. Nel 1911 promuove il Comitato socialista per il suffragio femminile. Delusa dalla legge, con cui nel 1912 il governo Giolitti introduce l’allargamento del suffragio maschile, nel gennaio 1912 Kuliscioff fonda la rivista La difesa delle lavoratrici, dove scriveranno le più note esponenti del socialismo italiano, e di cui per un anno sarà direttrice, sostituita poi da Angelica Balabanoff.  

Negli anni della guerra, assume una posizione interventista, pur auspicando una pace rapida e giusta. Nel suo salotto si riuniscono i riformisti milanesi, attestati su posizioni social-patriottiche, e alla fine riesce a portare su queste anche Turati, inizialmente neutralista. Contraria sia ai massimalisti che ai comunisti, negli ultimi anni di vita assiste all’avvento al potere del fascismo e allo svanire del progetto di un socialismo  riformista. Muore a Milano il 27 dicembre 1925, e anche il suo funerale è occasione di violenti scontri, in un clima di violenza fascista. 

Angelica Balabanoff 

Angelica Balabanoff nasce in Ucraina a Cernigov, vicino Kiev, nel 1877, anche lei da una ricca famiglia ebrea. L’anno di nascita per la verità è incerto, ma il 1877 è indicato sulla sua tomba a Roma nel Cimitero degli inglesi. A differenza della Kuliscioff e soprattutto della Kühn, la Balabanoff non venne mai meno al suo pacifismo. Molti aspetti controversi della sua vita possono trovare spiegazione alla luce della contiguità in quegli anni fra socialismo, anarchia e fascismo.

Neanche ventenne, si trasferisce a Bruxelles per frequentare i corsi di lettere e filosofia dell’Université Nouvelle. Dopo due anni tra Berlino e Lipsia, dove conoscerà Rosa Luxemburg, nel 1900 si trasferisce in Italia per proseguire i suoi studi con Antonio Labriola, che insegnava all'Università di Roma. Iscrittasi al Partito socialista italiano nel 1904, le viene affidato il lavoro politico nell’emigrazione a San Gallo, nella Svizzera tedesca, dove nelle fabbriche tessili lavoravano migliaia di italiani, soprattutto donne. Nel 1904, a Lugano, fonda il giornale Su, compagne, rivolto alle donne proletarie, con Maria Giudice, più tardi madre della scrittrice Goliarda Sapienza.

In Svizzera conosce Benito Mussolini, allora giovane e confuso militante socialista, inetto al lavoro, incapace di darsi una disciplina. Angelica si dedica generosamente all’opera di redenzione di questo giovane, lo aiuta a perfezionare il francese e il tedesco, studia con lui il marxismo, la storia e l’economia, riuscirà (purtroppo) a trasformarlo in un leader politico dotato di un certo carisma. Non pare vi sia stato un vero e proprio rapporto sentimentale fra i due, ma indubbiamente, senza la dedizione di Angelica, lui sarebbe rimasto un velleitario provinciale “rivoluzionario della domenica”. Lo stesso Mussolini gliene darà atto.

Nel 1912 il congresso straordinario del partito socialista la nomina membro della Direzione e condirettrice, insieme a Mussolini, de L'Avanti. Ma quando Mussolini abbandona la linea della neutralità, pubblicando nel 1914 un editoriale favorevole all'intervento dell'Italia in guerra, è lei a proporne l’espulsione dal giornale e dal partito.

Allo scoppio della prima guerra mondiale si schira a fianco di Clara Zetkin con la parola d'ordine di "guerra alla guerra", una posizione di assoluto pacifismo che sostiene anche nella Conferenza di Zimmerwald. Dopo aver conosciuto in Svizzera Lenin, allo scoppio della rivoluzione russa nel 1917, Balabanoff aderisce al partito bolscevico e si trasferisce in Russia, ricoprendo importanti incarichi nel partito. Segretaria della Terza internazionale, lavora a stretto contatto, oltre che con lo stesso Lenin, con Trotsky e Stalin, ma – disillusa dalla svolta autoritaria della rivoluzione d’ottobre  – rientra in Italia nel 1922.

Dopo il 1926, con il definitivo trionfo del regime fascista, si trasferisce a Parigi, dove emigra la maggior parte degli esponenti dei partiti italiani ormai in clandestinità. Nella capitale francese dirige a lungo con Ugo Coccia, L'Avanti. Alla fine della guerra di Spagna, si rifugia negli Stati Uniti dove riprende la sua intensa propaganda antifascista. Rientrata definitivamente in Italia nel 1947, è con Saragat nella scissione di Palazzo Barberini da cui nasce il partito socialdemocratico. Morirà a Roma nel 1965.

Eva Kühn 

Eva Kühn, nata a Vilnius (Lituania) nel 1880, fu moglie di Giovanni Amendola e madre di quattro figli, fra cui Giorgio Amendola. Vegetariana, naturista, cultrice della filosofia orientale, in particolare del buddismo, si colloca all’intreccio tra futurismo, fascismo, socialismo e anarchia. Con Tolstoj la sua famiglia era in rapporti di parentela e amicizia. Dopo un soggiorno di studio in Inghilterra, in cui fa l’istitutrice alla pari in un piccolo collegio presso Hampton Court, si iscrive all’Università di Zurigo dove studia materie letterarie in seguito a un tentativo fallito di seguire i corsi di medicina.

Traduttrice dall'inglese, dal tedesco e dal russo (di Dostoevskij, in particolare), nel 1903 conosce a Roma Giovanni Amendola, più giovane di lei di un paio di anni, nell’ambiente della Società teosofica e lo sposa nel 1906 nella chiesa valdese di Roma. Dopo aver partorito il primogenito Giorgio nel 1907, Eva vince un concorso come insegnante di inglese e guadagna uno stipendio di 120 lire, superiore alle 100 lire guadagnate dal marito. Si avvicina al movimento futurista e stringe amicizia con Marinetti, collaborando alla rivista L’Italia futurista, frequentando i pittori Balla e Boccioni. Amendola si schierò a favore dell’intervento nella prima guerra mondiale, nella quale combatté come tenente d’artiglieria sul fronte dell’Isonzo, divenne responsabile della redazione romana del Corriere della Sera, fu eletto deputato nella formazione Democrazia liberale e poi nominato ministro delle colonie nel Governo Facta. Dopo la marcia su Roma si oppose al fascismo e morì nel 1926 in Francia, in seguito ad un’aggressione fascista. Della sua morte, Eva venne informata vari anni dopo, al termine di un lungo ricovero in clinica psichiatrica, che durò oltre dieci anni, dal 1922 al 1933.

Superati i suoi problemi nervosi, Eva vive tardivamente una seconda giovinezza. Nel secondo dopoguerra ottiene la cattedra di lingua inglese all'Università di Roma e si dedica alla saggistica e alle traduzioni letterarie. In questi anni decide di riordinare le casse di lettere del marito e scrive il volume Vita con Giovanni Amendola. Muore ultraottantenne a Roma nel 1961.

Ernestina Paper, Maria Bakunin, Elena Petrovich

Kuliscioff, Balabanoff e Kühn non sono state le sole intellettuali russe arrivate in Italia. Ricordiamo anche la prima donna laureata in medicina in una università italiana Ernestina Paper, anch’essa di origine russa, laureatasi a Pisa nel 1877. La Montessori, cui si attribuisce spesso indebitamente questo primato cronologico, si laureò quasi vent’anni dopo, nel 1896. Ricordiamo anche la figlia dell’anarchico Bakunin, Maria, che insegnò Chimica organica presso la facoltà di Scienze della Università di Napoli e fu la zia del matematico napoletano Renato Caccioppoli. Infine, Elena Petrovich (Cettinie 1873, Montpellier 1952), non un’intellettuale, non russa ma solo slava, anche se la sua famiglia era molto intima degli zar. Fu tenuta a battesimo da Alessandro II, studiò a Pietroburgo, dai 12 ai 17 anni, allo Smolny, il collegio per le fanciulle della nobiltà russa, lo Zar (ancora lui) pagò per la sua dote perché la sua famiglia montenegrina era povera in canna, e divenne infine regina d’Italia sposando Vittorio Emanuele III, peraltro senza demeritare, al contrario del coniuge.

Prova indiretta, anche questa delle russe in Italia, che il mondo di allora aveva paradossalmente frontiere molto più permeabili di quello attuale, che ci sembra tanto globalizzato.

Note

Le informazioni su Angelica Balabanoff, Eva Kühn ed Elena Petrovich sono state attinte da “Donne nella Grande Guerra”, ed. il Mulino, 2014, in particolare dai capitoli “La futurista. Eva Kühn Amendola”, di Mirella Serri, “Una donna in guerra contro la guerra, Angelica Balabanoff”, di Paola Cioni e “La regina di cuori. Elena di Savoia”, di Cristiana di San Marzano.

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