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Il Jobs Act del
lavoro autonomo

Foto: Unsplash/ Damian Zaleski

Cosa cambia per lavoratrici e lavoratori autonomi in termini di conciliazione tra vita e lavoro. Le novità in materia di congedi parentali e maternità

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La legge n.81 del 2017, “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi di lavoro subordinato”, ha ampliato le tutele per le lavoratrici e i lavoratori autonomi, oltre a fornire una cornice normativa allo smart working[1].

Dopo il Jobs Act del lavoro dipendente, che nel 2015 ha esteso le tutele in materia di genitorialità, maternità soprattutto, la normativa qui in commento interviene sullo stesso versante per quanto attiene gli autonomi. Con tale provvedimento legislativo, quindi, si cerca di ridurre, almeno in parte, la distanza in termini di conciliazione vita-lavoro tra lavoro dipendente e autonomo.

La legge delega il governo ad adottare entro dodici mesi dall’entrata in vigore del provvedimento un decreto legislativo volto ad ampliare le prestazioni di maternità riconosciute alle lavoratrici autonome iscritte alla gestione separata. Nello specifico, al fine di incrementare le prestazioni legate al versamento della contribuzione aggiuntiva per gli iscritti alla gestione separata, il governo dovrebbe ridurre i requisiti di accesso alle prestazioni di maternità, incrementando il numero di mesi precedenti al periodo indennizzabile entro cui individuare le tre mensilità di contribuzione dovuta, nonché introduzione di minimali e massimali per le medesime prestazioni.

La disciplina dell’indennità di maternità[2] riconosce la citata indennità, per i due mesi antecedenti e i tre successivi alla data del parto, alle lavoratrici iscritte alla gestione separata, in favore delle quali, nei dodici mesi precedenti i due anteriori alla data del parto, risultino attribuite almeno tre mensilità della contribuzione maggiorata (0,5%)[3].

Sulla maternità interviene anche l’art.13 della nuova legge, che prevede che le lavoratrici iscritte alla gestione separata - e non iscritte ad altre forme di previdenza obbligatoria - possano fruire dell’indennità di maternità a prescindere da un’effettiva astensione dall’attività lavorativa. Tale intervento è evidentemente volto a impedire che un obbligo di interruzione possa incidere in modo negativo sull’attività di lavoro autonomo, tuttavia il mancato obbligo di astensione può comportare problemi di conciliazione, soprattutto nella delicata fase dell’allattamento e nel periodo che intercorre tra la nascita del figlio e la prima data utile per l’iscrizione all’asilo nido. Peraltro, in Italia il tema dei servizi all’infanzia è abbastanza critico, con una copertura pari solo al 25%, ben al di sotto quindi dello standard minimo europeo, che richiedeva la garanzia del servizio per almeno il 33% dei bambini entro il 2010[4]. 

Si prevede poi che per eventi di gravidanza, oltre che per malattia e infortunio, le lavoratrici autonome che prestano la propria attività in via continuativa per il committente possano richiedere la sospensione del rapporto per un periodo non superiore a 150 giorni all’anno, senza però aver diritto a percepire il corrispettivo dal committente. In caso di maternità, peraltro, previo consenso del committente, è prevista la possibilità di sostituzione della lavoratrice madre da parte di altri lavoratori autonomi di fiducia delle lavoratrici stesse, in possesso dei necessari requisiti professionali, nonché dei soci, anche attraverso il riconoscimento di forme di compresenza della lavoratrice e del sostituto. 

Una facoltà peraltro già prevista dal Testo unico maternità e paternità che prevede che le aziende, in cui operano lavoratrici autonome, possano assumere personale a tempo determinato e personale temporaneo, per un periodo massimo di dodici mesi, in caso di maternità delle stesse - e comunque entro il primo anno di età del bambino o nel primo anno di ingresso del minore adottato o in affidamento. Si ricorda che, nei suddetti casi, all’azienda che impiega meno di 20 dipendenti è riconosciuto uno sgravio contributivo del 50%. 

Oltre alla maternità, si interviene sul congedo parentale con alcuni interventi migliorativi contenuti nell’art.8 della legge in commento. Innanzitutto viene previsto che le lavoratrici e i lavoratori iscritti alla Gestione separata dell’Inps - non pensionati e non assicurati ad altre forme pensionistiche obbligatorie, sono tenuti al versamento dell’aliquota aggiuntiva dello 0,72% - abbiano diritto a un trattamento economico per il congedo parentale per un periodo massimo pari a sei mesi entro i primi tre anni di vita del bambino. Secondo la normativa precedente erano invece solo tre imesi e potevano essere goduti entro il compimento di un anno da parte del bambino.

Ad ogni modo i trattamenti economici per congedo parentale, anche se fruiti in altra gestione o cassa di previdenza, non possono complessivamente superare, tra entrambi i genitori, il limite complessivo di sei mesi. La retribuzione durante il congedo parentale è pari al 30% della retribuzione figurativa mensile, ossia calcolato in base a una retribuzione convenzionale giornaliera che viene definita annualmente in base alla categoria professionale di appartenenza[5]. L’indennità per congedo parentale è corrisposta dall’Inps anche in caso di adozione e affidamento preadottivo, a condizione che risultino accreditate almeno tre mensilità della contribuzione maggiorata nei dodici mesi precedenti l’inizio del periodo indennizzabile. L’indennità è calcolata, per ciascuna giornata del periodo indennizzabile, in misura pari al 30% del reddito da lavoro relativo alla predetta contribuzione. Mentre per i periodi di congedo parentale, fruiti entro il primo anno di vita del bambino, a prescindere dal suddetto requisito contributivo, è previsto anche per gli autonomi che hanno diritto all’indennità di maternità o paternità. In tal caso, l’indennità è calcolata in misura pari al 30% del reddito preso a riferimento per la corresponsione dell’indennità di maternità o paternità[6].

Gli autonomi possono chiedere di godere del congedo sia in modalità giornaliera, che oraria e hanno la facoltà di sospendere, per cause dovute alla maternità, l’obbligo contributivo Inps e il versamento di eventuali premi assicurativi, per un massimo di due anni.

Un’ulteriore tutela prevista per gli autonomi è la facoltà di richiedere, in alternativa al congedo parentale, il voucher baby sitting, una sperimentazione introdotta dalla riforma Fornero e prorogata dalle ultime due leggi di bilancio. Il citato voucher di importo pari a 600 euro mensili può essere utilizzato per il pagamento della retta di asili accreditati oppure per il pagamento di servizi di baby sitting. Il bonus può essere richiesto entro gli undici mesi successivi al parto. Tuttavia mentre i lavoratori dipendenti possono fruirne per un massimo di sei mesi, gli autonomi non più di tre.

Infine le lavoratrici autonome possono godere anche del bonus mamma ossia quell’incentivo alla natalità che consiste in premio alla nascita di 800 euro (bonus mamma domani) che viene corrisposto dall’Inps per la nascita o l’adozione di un minore, a partire dal 1° gennaio 2017, su domanda della futura madre al compimento del settimo mese di gravidanza (inizio dell’ottavo mese di gravidanza) o alla nascita, adozione o affido[7].

È evidente che il legislatore ha tracciato un percorso che, per quanto blando, avvia comunque un avvicinamento in materia di genitorialità tra lavoro dipendente e autonomo. Tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga, e necessaria, se si vogliono fornire risposte concrete anche ai delicati problemi di squilibri demografici che caratterizzano il nostro paese[8].

Note

[1] Sono espressamente esclusi gli imprenditori, compresi i piccoli. In merito a questi ultimi, si ricorda che, in base all’art. 2083 del codice civile, sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti, e coloro che esercitano un'attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia.

[2] Contenuta nel D.M. 4 aprile 2002.

[3] Prevista dal richiamato art. 59, c. 16, della legge n. 449/1997.

[4] Secondo i dati del Rapporto Euryd Ice, 2015.

[5] Dati che per l’anno ricorrente possono essere ricavati dalla circolare Inps n. 19 del 31 gennaio 2017.

[6] Si ricorda invece che nel lavoro dipendente, alla luce di quanto previsto dall’art. 33 e 34 del Testo unico maternità e paternità, così come modificato dal D. Lgs. n. 80/2015, i genitori lavoratori possono fruire del congedo parentale fino al compimento dei dodici anni del bambino, fruendo di un indennità pari al 30% della retribuzione fino agli otto anni dello stesso, per un periodo massimo complessivo di dieci mesi, che diventano undici, se il padre gode almeno di tre.

[7] Il premio non concorre alla formazione del reddito complessivo di cui all’art.8 del Testo Unico delle imposte sui redditi.

[8] In Italia il tasso di natalità è pari a 1,34 figli a donna secondo gli ultimi dati Istat (da almeno dieci anni peraltro è all’incirca 1,4), ed è quindi gravemente al di sotto del tasso di sostituzione (2,1 figli a donna).

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