Donne e crisi, il lavoro sprecato
04/06/2010
Alla fine del 2009, la recessione ha cominciato a colpire le laureate del Nord: meno 2,5%. Un segnale chiaro dell'impatto fortissimo che la crisi all'italiana ha sul lavoro femminile. Ma la riduzione della partecipazione delle donne riduce anche le chance di ripresa
Nei giorni scorsi è stato presentato il Rapporto annuale Istat sulla situazione del Paese nel 2009, una lettura attesa di un anno difficile che suona nuovi campanelli di allarme in tema di donne e lavoro.
In Italia la crisi occupazionale ha causato una riduzione dell’occupazione femminile superiore a quella degli altri paesi dell’Unione, con un ulteriore allargamento del divario nei tassi di occupazione. Nel corso del quarto trimestre del 2009 il tasso di occupazione per l’Italia è infatti ridisceso a quota 46,1% contro il 58,5% in Europa. E’ accaduto il contrario per gli uomini italiani che hanno registrato cadute di occupazione inferiori a quelle registrate nel resto dell’Europa.
La discesa dell’occupazione femminile ha colpito il lavoro standard, quello atipico dove negli ultimi anni si era concentrata gran parte della crescita, e quello autonomo. Tra gli autonomi la perdita relativa per le donne risulta quasi doppia di quella degli uomini (-3,3% rispetto a -1,8%), anche se, in valore assoluto, il calo riguarda per tre quinti gli uomini.

L’Italia si differenzia dal resto dell’Europa anche per quanto riguarda la disoccupazione femminile. Sono state colpite le giovani donne più che i giovani maschi, come pure le disoccupate di lungo corso. E ciò è avvenuto nonostante che una parte delle perdite occupazionali siano andate ad ingrossare i ranghi delle donne cosiddette ‘inattive’ – quelle che non sono disponibili a lavorare e non cercano lavoro - invece che allungare le file delle disoccupate. Così, nel 2009 il tasso di inattività delle donne italiane ha superato di 13 punti percentuali quello medio europeo.
In questo quadro si sono accentuate molte delle tradizionali criticità che caratterizzano il lavoro femminile, il basso livello di partecipazione al mercato del lavoro delle donne meno scolarizzate, la diseguale distribuzione dell’occupazione femminile nei diversi settori e professioni, i forti squilibri territoriali e, non ultima, la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia.
E’ noto che le donne meno scolarizzate o non entrano sul mercato del lavoro o lo abbandonano per prime. E’ questo segmento che alimenta in maniera decisiva il gap con l’Europa ed è proprio su di esso che la crisi si è abbattuta per prima. Alla fine del 2009, però, è arrivata a colpire anche le laureate del Nord (-2,5 punti percentuali nell’ultimo trimestre 2009).
Nell’ambito delle diverse professioni, le donne hanno il tradizionale vantaggio di essere collocate più tra i “colletti bianchi” (mansioni meno pesanti e spesso più remunerate) che tra i “colletti blu” (lavoro manuale). Ebbene, la recessione è arrivata a colpire anche i colletti bianchi ad elevata specializzazione, dove sono confluite le ultime leve delle laureate italiane e dove si registra una maggiore proporzione di donne (-160 mila occupate nel 2009). Ciò assume un significato particolare in un contesto dove circa il 20% degli occupati detiene un titolo di studio superiore a quello necessario per eseguire la mansione che svolge. E se per i diplomati l’indicatore registra livelli superiori per i maschi, tra i laureati sono invece le donne a mostrare un incidenza superiore (+8 punti percentuali).
La situazione delle donne meridionali merita un discorso a parte. Come è noto, i livelli di partecipazione e di occupazione femminili in questa area del paese sono da sempre molto inferiori a quelli del Centro-Nord. La crisi ha allargato il divario invece che attenuarlo, concentrando nel Mezzogiorno quasi la metà del calo complessivo di occupazione femminile (105 mila unità).
Nel paese nel suo complesso sembrano essere peggiorate anche le prospettive di conciliare vita e lavoro. L’occupazione delle donne tra i 25 e i 45, quelle con figli, ha risentito particolarmente degli effetti della crisi, con una diminuzione di un punto percentuale rispetto a un anno prima. Il minore utilizzo di strumenti di flessibilità e di conciliazione frena la crescita di partecipazione delle donne italiane. Va ricordato che la quota delle occupate in part time è ancora al di sotto della media Ue nonostante la crescita degli ultimi anni, specie per il part-time “involontario”. Attualmente la forbice con l’Europa rispetto alla quota di part timers si allarga progressivamente nel passaggio da donne con 2 figli (-1,4) a quelle con 3 o più figli (-6,3).
Nel valutare la sostenibilità del quadro delineato è importante soffermarsi sul ruolo della famiglia. Molto più che altrove, le famiglie italiane hanno rappresentato un ammortizzatore fondamentale in questa crisi, grazie anche al loro basso livello di indebitamento. Ma emergono segnali che non lo possono restare a lungo. In un Paese che, dopo Malta, registra la quota più elevata di famiglie monoreddito (si veda, in questo stesso sito, l'articolo "Buon lavoro a tutte, un augurio indispensabile"), non si può continuare a non utilizzare o sottoutilizzare le risorse umane femminili che negli ultimi trenta anni hanno visto raddoppiare la loro partecipazione all’istruzione superiore.
Secondo le previsioni più recenti la crisi occupazionale continuerà ancora a lungo. Una maggiore partecipazione femminile può fare la differenza nell’equilibrare le risorse a disposizione delle famiglie in situazioni critiche, così come succede altrove in Europa e perfino nel Sud dell’Europa. In Spagna, per esempio, nonostante la crisi abbia colpito il mercato del lavoro più che in Italia –- la caduta dell’occupazione femminile nel IV trimestre del 2009 è quasi doppia di quella italiana - il tasso di occupazione delle donne continua ad essere superiore quello italiano di 6 punti percentuali, e ciò contribuisce ad alleviare l’impatto della crisi sui bilanci familiari e sulle dinamiche sociali.
Se i segnali a breve termine non sono positivi, anche quelli a lungo termine non appaiono incoraggianti. In un quadro in cui la scarsa valorizzazione e formazione del capitale umano dei giovani rende gli italiani più impreparati dei coetanei europei ad affrontare le sfide della globalizzazione, o semplicemente ad uscire dalla famiglia d’origine, è inquietante che le donne siano la maggioranza tra i NEET, quei giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono più a scuola e che ancora non lavorano. Si tratta di una condizione problematica non solo perché il suo protrarsi rende più difficile l’accesso al lavoro, ma anche perché il nostro Paese di tutto ha bisogno tranne che di aggiungere al nutrito contingente che già esiste nuove coorti di donne scoraggiate dall’entrare nel mercato del lavoro.
(Sull'impatto della recessione sul lavoro femminile in Europa e in Italia, si veda anche su questo sito "Le donne nella grande crisi, sfide e opportunità")
* Le opinioni espresse dall’autrice sono personali e non coinvolgono l'Istituto di appartenenza.




Commenti
disoccupazione e pari opportunità
Sono un "OVER50" , per più di 22 anni un lavoratore autonomo con un mestiere “pesante “ ma anche di soddisfazioni.! poi tra il 2006/07.un infarto!.in seguito ad accertamento U.S.L.(circa 1 anno di pratica !)mi fu riconosciuta un' invalidità del 47%con una limitazione per i carichi da sollevare di 10Kg. max ,che di fatto mi ha costretto ad abbandonare il mio lavoro ,quindi abile al lavoro,ma con questi limiti,e dopo una chiusura attività disastrosa, con un diploma di perito tecnico con qualche corso di informatica, ..che fare?.. il collocamento mirato mi propose ad una azienda metalmeccanica ma dopo 6 mesi ,con la crisi ,mi sono di nuovo ritrovato disoccupato e precario!senza alcun ammortizzatore sociale tranne i requisiti ridotti una tantum nel 2009! (750 euro!avevo un contratto aTD) ancora ad oggi .. nonostante le lettere al sindaco , alla presidenza della regione. al ministero del lavoro ed ai quotidiani locali..con appelli e invio di Curriculum ovunque.agenzie interinali ,enti pubblici e privati ,nulla di concreto!. Intanto ho maturato 25 mesi di disoccupazione e quello che viene sbandierato dai media circa i sussidi e aiuti economici, bonus a me non spetta nulla! (forse perché la mia convivente lavora part-time,? ed è proprietaria della casa dove abitiamo?.(l’indice ISEE serve forse a dirti che con 3450 euro risulti ancora un ricco..o quasi?!) senza sostegni ,e senza lavoro, con famiglia e figli, pur sapendo che solo con un LAVORO,il problema si risolve,ma a quanto pare non c'è centro per l'impiego, collocamento mirato...o assessore che tenga. e..non c’è corso di formazione con stage, che si dimostri risolutivo! dobbiamo incominciare a pensare seriamente quale angolo della piazza di città,.occupare?.E poi ,a questo punto Chi può spiegare cosa significa il diritto al lavoro, alle pari opportunità, (per reinserire nel mondo del lavoro gli over 50), o a che serve la L. 68/99 sull’inserimento disabili , con aste e colloqui che evidenziavano semplicemente che ,coloro che obbligati cercano di proporre situazioni lavorative che per nulla assomigliano a proposte serie per eventuali assunzioni,in seguito a tirocini non pagati dove, tu stesso devi provvedere con mezzi tuoi.per forse sperare in seguito ad un eventuale contratto a TD!.Comunque sono abile per inps inail al lavoro!?..ma nessuno sembra crederci! e comincio a chiedermelo anch’io, chi ha voglia di assumere un 52enne?La nostra condizione non cambia prospettiva di una virgola anzi ogni giorno, più debiti!Non sarebbe opportuno ed urgente una revisione dell’impianto legislativo della stessa l. 68/99che dimostra inefficacia,sia nel privato,che eludono la legge,e qualsiasi codice etico,che li richiami ad un senso civico di solidarietà,nei confronti di tali categorie!,ma anche nell’amministrazione Pubblica ,sempre più simile a quelle Private, per metodo e per la logica prevalente,legate cioè al solo profitto aziendale.Sembrano essersi costruite degli scudi e cuscinetti “frangi persone”per filtrare ,e questi sembrano gli unici ammortizzatori sociali disponibili per noi! .
Vi ricordo, che,nella lista dei” nuovi poveri “così ormai ci possiamo chiamare ,si aggiungeranno i lavoratori del Nostro Paese ,che per il momento tacciono,in quanto la cassa integrazione garantisce il minimo vitale(per fortuna loro,ma creando comunque cittadini di serie A e B ,tra quelli con e senza tutela!),quando non avranno più alcun sostegno,si aggiungeranno alla già folta minoranza silenziosa degli over e disabili che ancora una volta rappresentano la vera emergenza della fascia più debole della società.di oggi e che nessuno ha intenzione di ricordarsene.
incercadioccupazione@yahoogroups.it.
RingraziandoVi per la vs. Cortese attenzione,
con gratitudine espressa in anticipo, per le scelte mirate al fine di restituire dignità e giustizia anche a Noi .
Mail: dalpasso57@yahoo.it
aperto a consigli o altro