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La metà del cielo
tra Confucio e mercato

Dall'economia collettiva al boom di mercato, l'eguaglianza di genere resta lontana per le donne cinesi. In un mix di neoliberismo e confucianesimo che fornisce crescita e ordine, e riserva alle donne la quota maggiore di cattivi lavori

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La transizione economica cinese è più di una semplice crescita economica. È la storia di uno scontro tra  valori che ha investito la sfera politica, economica e culturale della società. Le pratiche economiche, che sono sempre portatrici di valori, sono sistematicamente filtrate attraverso un consolidato  e complesso insieme di norme culturali e politiche che, in Cina, sono fondate da secoli sulle tradizioni e credenze confuciane.  Confucio sosteneva  che lealtà e pietà filiale dovevano essere posti a fondamento dei valori della società cinese e esortava ad onorare gli  anziani per la loro saggezza e per la loro capacità di guida. Questi ideali hanno avuto la funzione di collante dell’intera società, legando gli individui al governo e consolidando potenza nazionale e unità culturale.

La liberalizzazione del mercato cinese ha spostato l’attenzione dei cittadini dai valori del collettivismo alle responsabilità individuali (Rai, 1999), ma i valori confuciani non sono scomparsi. Mentre il neoliberismo si riflette nelle politiche economiche, l’ideologia confuciana svolge un ruolo importante nel mantenere l’ordine all’interno della società. Questa collisione di valori sta plasmando le relazioni di genere e i risultati socio-economici in Cina.

Già nel 1968 Mao notava come alle donne appartenesse “la metà del cielo”, ma i diritti de jure non si traducono  sempre in diritti de facto,  soprattutto per le minoranze o i gruppi svantaggiati a cui  le norme socio-culturali e le gerarchie del potere impediscono di accedere a determinati diritti e privilegi. Ciò può essere facilmente compreso alla luce della filosofia confuciana, in particolare dello yin e dello yang. Sebbene il simbolo rifletta una mutua e reciproca relazione tra i due principi, armonia socio-culturale ed unità, il celebre filosofo confuciano Dong Zangshu evidenziava come “… lo yang sia superiore mentre lo yin inferiore… il marito è lo yang… e la donna è lo ying” (Li 2000: 188). Per secoli tali dottrine sono state tradotte in pratiche oppressive, come ad esempio il bendaggio dei piedi delle donne (Li 2000: 188).

Durante l'era maoista, il partito comunista si è concentrato sulle cosiddette priorità universali mentre le “specificità relative ai bisogni delle donne non sono state prese in considerazione” (Rai 1999: 185). La questione di genere era vista come secondaria rispetto a quella di classe, e l’organizzazione  autonoma di gruppi  di donne non era permessa per paura di indebolire la solidarietà di classe (Rai 1999). Nonostante ciò, pratiche consolidate come il concubinato e i matrimoni  combinati furono abolite, la scolarizzazione femminile a livello di scuola primaria migliorò in modo clamoroso (Baden e Green, 1994) e il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro raggiunse generalmente livelli elevati. Rimanevano però disuguaglianze “nascoste” per le donne: “La collettivizzazione aumentò la percentuale di donne che lavoravano e la quantità di tempo che esse trascorrevano nei campi”, ma ciò non ha comportato un maggior potere per le donne né ha necessariamente migliorato le relazioni tra i due sessi (Liaw, 2008). Le donne, infatti, non erano esentate dalle loro tradizionali responsabilità familiari e non erano immuni dalle molestie sessuali (Schirokauer e Clark 2008).

Poco prima della transizione economica del 1978, “il salario medio delle donne era l’83 per cento di quello degli uomini, mentre il rapporto maschio-femmina tra i membri del  partito comunista era 2 a 1 e nell’assegnazione delle case popolari si dava priorità ai nuclei familiari il cui capofamiglia era un uomo" (Lee 2005 : 2). Le donne occupavano il 57% dei posti di lavoro urbani con i livelli di benefit più bassi e solamente il 37%  delle occupazioni con i benefit più elevati (Lee, 2005). Le donne cinesi  sono ancora costrette ad andare in pensione a 55 anni, cinque anni prima degli uomini, consentendo a questi ultimi di raggiungere un’anzianità maggiore e di percepire una pensione più elevata (Warnecke 2011).

Gli effetti economici della transizione economica cinese sono stati molteplici e complessi e il confucianesimo ha  avuto su di essi una notevole influenza.  Molti studiosi sono concordi nell’affermare che il confucianesimo abbia oppresso le donne, tuttavia queste ultime non formano un gruppo omogeneo. Inoltre va considerato come molti elementi del confucianesimo siano compatibili con il femminismo; confuciani e femministe condividono un atteggiamento positivo rispetto al ‘prendersi cura’… [entrambi] sostengono la concezione degli esseri umani come individui socialmente connessi e  non come individui tra loro separati e privi di interesse per gli altri… gli approcci etici di entrambi privilegiano la formulazione di giudizi da un punto di vista morale e sulla base delle circostanze e favoriscono la costruzione del carattere e non l’ ubbidienza alle regole (Li, 2000: 192). 

Sebbene il neoliberismo si basi sul concetto di libertà, spesso quest'ultima è vista in un'accezione solo negativa,  come assenza di freni imposti da altri (solitamente lo Stato) nelle scelte degli individui- e non come  libertà positiva di “individui che hanno la possibilità di controllare il proprio benessere” (Warnecke e De Ruyter 2010). Il ruolo marginale dello Stato sostenuto dai neoliberisti potrebbe quindi essere insufficiente a favorire una libertà positiva, e alcuni gruppi di persone potrebbero essere particolarmente svantaggiati dalla libertà negativa.

Fino alla metà degli anni ottanta, gli uffici del lavoro del governo assegnavano alle donne laureate posti di lavoro meno remunerati (Baden and Green, 1994) e l’aumento della competitività nel lavoro associata alla transizione economica non ha fatto che aggravare questo trend (Rai, 1999:187). Molte donne sono state costrette ad uscire dal mercato del lavoro in quanto i datori di lavoro non  volevano dare i congedi di maternità (Warnecke, 2011). Nonostante tutto, l’economia di mercato ha creato nuove opportunità per molte donne, compreso il lavoro salariato nelle “Zone Economiche Speciali” (Sez) della Repubblica Popolare Cinese. Per attrarre gli investimenti diretti esteri, le Sez hanno beneficiato di varie concessioni tra cui deroghe alle leggi sul salario e del lavoro (Engman at al. 2007). Le Sez hanno cercato di minimizzare il conflitto tra manager e lavoratore assumendo donne, comunemente percepite come maggiormente docili e arrendevoli (Churchill, 2004):  l’80% dei lavoratori nelle Sez in Cina sono donne (Knox, 1997).

Le forme di occupazione temporanea ed informale si sono moltiplicate  in seguito alla fine della garanzia di impiego a vita. Secondo il ministero del lavoro e della sicurezza sociale l’occupazione informale diventerà il principale tipo di occupazione in Cina nei prossimi due decenni (Cooke, 2008: 6). L’occupazione informale favorisce la crescita economica riducendo l’ambito in cui si applicano regolamenti costosi e benefici validi per i lavoratori del settore formale. Anche se il lavoro informale è molto variegato esso è accomunato da bassi salari e condizioni di lavoro insoddisfacenti (Cooke, 2008). Le implicazioni di genere sono significative in quanto le donne costituiscono la gran parte di questo tipo di lavoratori in Cina (Cooke, 2008). A questo proposito è utile notare come anche nel settore informale gli uomini tendono ad essere pagati più delle donne, ciò è dovuto essenzialmente alla segmentazione del mercato del lavoro (De Ruyter et al., 2009).

Dunque, mentre le riforme economiche e del welfare hanno trasformato la struttura dell’occupazione cinese sia degli uomini che delle donne, le riforme sono servite ad aumentare la distanza tra insider e outsider svantaggia sproporzionatamente le donne (Warnecke, 2011: 12). Tuttavia l’occupazione informale ha permesso ad alcune donne di ottenere un lavoro salariato per la prima volta e ha il pregio di aiutare molte famiglie che si troverebbe in condizioni economiche peggiori.

Dal nostro punto di vista, né la precedente economia pianificata né l’attuale economia di mercato sono state caratterizzate dall’uguaglianza di genere. Mentre l’universalità del periodo relativo all’economia pianificata era abbastanza  parziale dal punto di vista del genere, non è vero che la transizione economica orientata dal mercato sia chiaramente a vantaggio delle donne, specialmente nel lungo periodo. La crescita economica non è la stessa cosa che lo sviluppo economico;  un aumento delle retribuzioni delle donne non si traduce necessariamente in un loro maggiore potere. Quindi, in una prospettiva di genere, cattivi lavori e bassi salari non sono necessariamente migliori rispetto al non avere alcuna occupazione. Mentre il lavoro informale può migliorare la situazione economica di alcune famiglie, istituzionalizzare questi lavori può creare un precedente difficile da cambiare, specialmente se questi “cattivi lavori” toccano soprattutto alle donne.

 

Bibliografia

Baden, Sally and Cathy Green (1994). Gender and education in Asia and the Pacific. Bridge Development-Gender Report No. 25. Brighton, UK: Institute of Development Studies.

Churchill, N. (2004). ‘Maquiladoras, migration, and daily life: women and work in the contemporary Mexican political economy,’ in D. Aguilar and A. Lacsamana (eds.), Women and globalization, Amherst, NY: Humanity Books, pp. 120-153.

Cooke, Fang Lee (2008). ‘Labour market regulations and informal employment in China: To what extent are workers protected?’ Paper presented at the Third China Task Force Annual Meeting, June 25-26, University of Manchester, Manchester, UK.

De Ruyter, Alex, Ajit Singh, Tonia Warnecke and Ann Zammit (2009). ‘Core vs. Non-Core Standards, Gender and Developing Countries: A Review with Recommendations for Policy.’ Paper presented at the ILO Conference on Decent Work, July 8-10, Geneva, Switzerland.

Engman, M., O. Onodera and E. Pinali (2007). ‘Export Processing Zones: past and future role in trade and development.’ OECD Trade Policy Working Paper No. 53. Paris: Organization for Economic Cooperation and Development.

Knox, A. (1997). Southern China: Migrant Workers and economic transformation. London: Catholic Institute for International Relations.

Lee, C.K. (2005). ‘Livelihood struggles and market reform: (Un)making Chinese labour after state socialism.’ Geneva: United Nations Research Institute for Social Development.

Li, Chenyang (2000). “Confucianism and Feminist Concerns: Overcoming the Confucian ‘Gender Complex’.” Journal of Chinese Philosophy 27(2), pp. 187-199.

Liaw, H. Ray (2008). ‘Women’s Land Rights in Rural China: Transforming Existing Laws into a Source of Property Rights.’ Pacific Rim Law & Policy Journal, Vol. 17, pp. 237-264.

Rai, Shirin M. (1999). ‘Gender in China,’ in Benewick, Robert & Wingrove, Paul (eds.), China in the 1990’s. London: Macmillan Press, pp. 181-192.

Shirokauer, Conrad and Donald N. Clark (2008). Modern East Asia: A Brief History (2nd edition). Boston: Houghton Mifflin Company.

Warnecke, Tonia (2011). ‘Gender and the Welfare State in China.’ Forthcoming in the International Journal of Business and Globalisation, 6(2).

Warnecke, Tonia and Alex De Ruyter (2010). ‘Positive Economic Freedom: An Enabling Role for International Labor Standards in Developing Countries?’ Journal of Economic Issues 44(2), pp. 385-92.

 

 

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