Articolodisuguaglianze

Lavori di casa
Le occupazioni a Roma

Il lavoro di occupare le case. Una ricerca racconta e analizza le storie di donne in lotta contro crisi economica e speculazione immobiliare. Nella Roma dell'emergenza abitativa, dove la perdita della casa fa scivolare numerose famiglie sotto la soglia di povertà. Nell'assenza di risposte del governo cittadino

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Le politiche abitative sono la nota dolens del governo della Capitale. Da più parti si levano quotidiane denunce dei movimenti di lotta presenti sul territorio, impegnati nella rivendicazione di un diritto all’“abitare” disatteso finanche dalle amministrazioni più accorte, incapaci di rimuovere “quegli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 Cost.).

Una ricerca condotta a Roma tra il 2008 e il 2009 per conto della Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale (Cies) dal Dipartimento di Studi sociali, economici, attuariali e demografici della Sapienza, ha consentito di raccogliere numerose storie di vita di donne che in quel periodo vivevano in occupazione di casa singola o collettiva, di registrarne e studiarne i percorsi esistenziali: narrative attraverso le quali è stato possibile cogliere i tratti di un profilo femminile.

La ricerca raccoglie i percorsi esistenziali delle donne di quello che fino a non molto tempo fa era considerato il “ceto medio” del tessuto urbano della Capitale; donne che si attivano e diventano protagoniste di un’esperienza di partecipazione e di lotta che non avrebbero mai immaginato di saper o poter condurre, in seguito all’impatto che la crisi economica ha avuto sui budget di nuclei famigliari in cui l’unico percettore di reddito, il cosiddetto male breadwinner, ha perso il lavoro e con esso la sola fonte di sussistenza. Un contributo, quello delle donne, che non si coniuga esclusivamente secondo il classico registro del lavoro di cura attraverso lo svolgimento gratuito di preziose attività domestiche difficilmente traducibili in termini monetari, ma anche in chiave di esercizio di una cittadinanza attiva fatta di azioni di lotta, resistenza e rivendicazione di diritti fondamentali. Non senza però pagare un duro prezzo. L’altra faccia della medaglia rivela in effetti un progressivo peggioramento della qualità della vita di queste donne, che scontano lo stress di una quotidianità fatta di incertezza e imponderabilità a fronte delle quali si sviluppano preoccupanti stati depressivi e ansiogeni dovuti alla insoddisfazione e alla frustrazione di vivere entro orizzonti spezzati.

2. Vivere in occupazione: narrative al femminile

Sono 32.871 a Roma le famiglie in attesa di un alloggio di edilizia residenziale pubblica (Erp) inserite nella graduatoria ufficiale aggiornata dall’Ufficio extradipartimentale per le Politiche abitative (Upa.) al 21.12.2006, di cui 1.200 col massimo del punteggio (10 punti) (Upa, 2009); 400 i nuclei familiari in condizioni di estrema indigenza in carico all’Upa (Upa, 2009). Numeri che lasciano poco spazio all’ottimismo se letti congiuntamente a quelli sul mercato delle locazioni, in appena il 15% dei casi definite da contratti a patti concordati, e con affitti che tra il 1999 e il 2008 hanno fatto registrare un incremento complessivo del 145%. Non sorprende dunque che negli ultimi cinque anni gli sfratti emessi per morosità e quelli eseguiti abbiano fatto registrare rispettivamente un’incidenza del 9,5% e del 7,5% sul totale delle abitazioni in affitto.

Inoltre, con l’aggravarsi della crisi economica e il diffuso aumento della disoccupazione (7% nel 2008 dopo il minimo storico toccato nel 2007 con un 5,8%), le famiglie che fino a poco tempo prima riuscivano tra mille difficoltà ad arrivare alla fine del mese, sono rapidamente scivolate al di sotto di quella soglia che separa i poveri dai non poveri. Una pericolosa deriva che ha portato numerose famiglie di c.d. inclusi a trovarsi dall’oggi al domani nell’impossibilità di sostenere le spese d’affitto e di perdere l’unico spazio nei cui confini potevano ridefinire dei margini di sicurezza: la casa.

Per lo più si tratta di famiglie monoreddito (1.200-1.300 euro medi mensili) o flessibili (in cui cioè entrambi i partner lavorano ma con contratti atipici), costituite da coppie italiane o straniere, talora miste, con o senza figli; ma anche di molti nuclei monoparentali, soprattutto donne separate o divorziate o persone anziane. Sono loro, le donne, il perno intorno al quale ruota l’equilibrio di questi nuclei. Donne con livelli di istruzione medio-bassi, che si sono fermate alla scuola media o al massimo al diploma. Non lavorano, perché se lavorassero non saprebbero come gestire i tempi di cura dei propri figli. Restando a casa, infatti, la famiglia risparmia, sul costo del nido o della scuola materna; risparmia su tutte quelle attività domestiche che diversamente dovrebbero essere delegate a una collaboratrice familiare, dal momento che le reti familiari tendono a sfilacciarsi. Nel bilancio costi/benefici le donne continuano a rinunciare al lavoro, specie se il partner è occupato, piuttosto che affrontare il costo di una collaboratrice familiare o una baby-sitter perché il proprio stipendio andrebbe quasi totalmente a finanziare tale spesa. La rinuncia al lavoro non è vissuta con insofferenza, perché non è al lavoro che queste donne riconducono la loro possibilità di realizzarsi. Per loro il lavoro rappresenta quasi esclusivamente un’integrazione al reddito familiare.

Le donne con cui la ricerca è entrata in contatto, italiane e straniere, perlopiù giovani in età feconda, avevano una peculiarità: vivevano in occupazione singola o collettiva. Occupazioni di alloggi vuoti o di edifici abbandonati da tempo, spesso per fini speculativi, di proprietà di istituti previdenziali, di banche o grandi enti assicurativi.

In ogni caso, che l’occupazione fosse avvenuta su iniziativa individuale o collettiva, alle spalle degli occupanti era sempre rintracciabile un movimento di lotta per il diritto all’abitare, al quale l’intero nucleo familiare poteva fare riferimento. È interessante osservare come le donne intervistate, nonostante fossero scarsamente istruite, avessero maturato, attraverso l’esperienza del movimento, una profonda consapevolezza civica di partecipazione ed esercizio attivo della propria cittadinanza. L’adesione al movimento rappresenta solo l’inizio di un percorso di formazione civica caratterizzato dal coinvolgimento in una serie di iniziative. Partecipazione, condivisione, azione, solidarietà, rispetto delle regole: le parole chiave di una adesione che vede nelle donne le principali protagoniste. Non solo in ruoli subordinati ed esecutivi, ma spesso come responsabili di comitati di gestione, coordinatrici e responsabili di servizi e dei contatti con le istituzioni. Quando non addirittura fondatrici o leader di movimenti antagonisti.

Sono le donne dei “picchetti”, che presidiano i portoni degli edifici occupati, sbarrando la strada agli ufficiali giudiziari con passeggini e carrelli della spesa; che manifestano nelle piazze, che dormono in un sacco a pelo o in una coperta davanti all’Ufficio del Sindaco; donne che aiutano altre donne a farsi coraggio e a superare lo stress di una vita sospesa, fatta di cause civili e penali contro importanti studi legali di enti troppo grandi e potenti per loro; donne che partecipano ai sit-in e alle assemblee; quelle che preparano i volantini e fanno le volontarie agli sportelli di ascolto del movimento; sono donne che imparano a parlare di politica e di diritti senza cadere in falsi stereotipi e pregiudizi; donne che non vedono nello straniero, compagno di occupazione, l’altro e il diverso, ma qualcuno con cui condividere un’esperienza di cittadinanza attiva.

Insomma, donne comuni che chiedono a istituzioni inadempienti risposte ad un legittimo diritto all’“abitare”.

Conclusioni

Se da una parte l’esperienza di cittadinanza attiva di queste donne ne rafforza la dimensione civica e politica, agendo da fattore di resilienza di eventuali processi di esclusione sociale; dall’altra, ne minano le condizioni di salute e la qualità della vita. Vivere in occupazione non è una soluzione di comodo e gli occupanti sono consapevoli di essere dentro un processo lungo e incerto. Per questo vivono nell’ansia dell’oggi e del domani. Sono le donne a vivere più da vicino questo problema, perché sono loro a tessere le maglie del movimento, mentre gli uomini sono impegnati nella ricerca di un lavoro, per procacciarsi il reddito necessario a recuperare i margini di un’autonomia perduta.

Resta da chiedersi cosa sarà di queste donne, quando la stagione degli sgomberi, inaugurata a Roma i primi di settembre di questo anno, cesseranno; se riusciranno a re-investire il capitale civico accumulato con l’esperienza nel movimento per intraprendere percorsi di inclusione o se soccomberanno di fronte all’insufficienza e all’inadeguatezza di un sistema di welfare e di housing sociale incapace di ricomporre quegli orizzonti di realizzazione all’interno dei quali la casa costituisce un fondamentale punto di riferimento nella costruzione di senso.