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Le quote all'italiana
e il modello norvegese

Quote d'ingresso nelle stanze dei bottoni? Un'analisi sull'efficacia delle quote di genere in politica e nei consigli di amministrazione. Il caso della Norvegia dopo la revisione del Norwegian Company Act

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La discriminazione contro le donne nei processi politici democratici ha una lunga storia. Sebbene le donne abbiano avuto il diritto ad essere elette contestualmente al diritto di eleggere, de facto, la percentuale di donne elette nelle rappresentanze democratiche è ancora molto piccola. Considerando sia le camere alte che quelle basse le donne occupano, al momento, circa il 22 per cento dei seggi in parlamento nelle Americhe, il 21 per cento in Europa, il 18 per cento in Asia, il 17 per cento nell’Africa sub-sahariana e il 10 per cento negli stati arabi. Nei paesi del Nord Europa la percentuale arriva al 42 per cento (Inter-Parliamentary Union, 2010)1. In Italia la percentuale attuale è intorno al 19%.

 

Tabella 1. Seggi detenuti da donne nel Parlamento Italiano, 1994 -2008.

 

 

Anno

Senato

Camera dei Deputati

1994

8,6%

15,1% **

1996

8%

11,1%

2001

8.1%

11,5%

2006

13,7%

17,3%

2008

21,3%

18%

 

** con quote di genere

Fonte: per il 1994 Guadagnini (2003); per il 1996/2008 Inter-Parliamentary Union 2010.

 

Molti paesi, inclusa l’Italia, al fine di aumentare la percentuale di donne elette hanno introdotto delle quote di genere nelle leggi elettorali. Le quote possono essere di tipologie diverse: possono essere incluse nelle leggi elettorali (leggi costituzionali o ordinarie) oppure possono essere una decisione discrezionale dei partiti politici (come per esempio nei paesi del nord Europa). Si possono inoltre distinguere le quote sui seggi dalle quote liste elettorali (cioè sui candidati).

Le quote di genere nelle liste elettorali costituiscono un’azione affermativa molto lieve. La presenza delle quote potrebbe risultare completamente inefficace qualora l’elettorato avesse una forte avversione per la presenza di donne in parlamento. In presenza di quote nelle liste elettorali e di un sistema elettorale a liste aperte (in cui si possono esprimere preferenze), l’elettorato potrebbe comunque decidere di non votare donna. L’efficacia delle quote dipende quindi dalle preferenze dell’elettorato. Se esistesse un’avversione al votare candidate donne in un sistema elettorale a liste aperte, le quote non funzionerebbero.

In un sistema elettorale a liste chiuse (senza possibilità di esprimere preferenze) come la legge elettorale approvata nel 2005 per le elezioni del parlamento italiano, le quote invece funzionerebbero alla perfezione indipendentemente dalle preferenze di genere dell’elettorato. Per questo la proposta dell’allora ministro Prestigiacomo di introdurre in quella legge elettorale le quote nelle liste (2 uomini, una donna, 2 uomini una donna e così via) e’ stata bocciata alla Camera con il supporto sia della destra che della sinistra. Avrebbe funzionato perfettamente e molti politici di genere maschile avrebbero perso il seggio!!

Uno studio da noi condotto sulle elezioni regionali2 ha dimostrato che in Italia anche in presenza di un sistema elettorale a liste aperte le quote servirebbero a far aumentare il numero di seggi vinti dalle donne; in altri termini non c’è una forte avversione alle donne in politica dal lato dell’elettorato. Se i partiti politici inserissero più candidate, quest’ultime sarebbero votate. In particolare, se le leggi elettorali regionali prevedessero quote di genere al 50%, lla probabilità di una donna di essere votata aumenterebbe dal 12 al 36 per cento.

In effetti, come si vede dalla tabella 2 la percentuale di donne anche nei consigli regionali è molto bassa con una forte eterogeneità tra regioni.

Tabella 2. Percentuale di seggi detenuti da donne nelle elezioni regionali. 1995, 2000  e 2005

 

Regioni

1995

2000

2005

Abruzzo

10.00%*

2.33%

17.07%*

Basilicata

6.67%*

10.00%

10.71%

Calabria

9.52%*

2.33%

4.08%

Campania

6.67%*

5.00%

10.17%

Emilia-Romagna

18.00%*

14.00%

10.20%

Lazio

17.46%*

12.24%

17.91%*

Liguria

15.56%*

7.50%

10.26%

Lombardia

14.44%*

11.25%

15.19%

Marche

12.50%*

12.50%

15.38%

Molise

13.33%*

3.33%

 

Piemonte

16.67%*

11.67%

16.13%

Puglia

12.70%*

0.00%

2.86%*

Toscana

16.00%*

12.00%

24.62%*

Umbria

16.67%*

13.33%

13.79%

Veneto

7.81%*

15.00%

10.17%

Media nazionale

13.80%

9.85%

12.93%

* elezioni con le quote

Fonte: per il 1995 e il 2000 Presidenza del consiglio dei ministri, Ministero Pari opportunità . www.pariopportunita.gov.it; per il 2005 Ministero degli interni – Anagrafe Amministrazioni Locali, 2005 Toscana e Puglia siti collegio regionale.

 

Per concludere le quote sono efficaci in politica perché servono ad eliminare una oligarchia di potere creata dai partiti politici a favore di candidati di genere maschile. Le quote pertanto in questo caso si configurano come il tipico strumento di azioni affermative, cioè uno strumento temporaneo che serve a superare una situazione di discriminazione radicata nelle strutture di potere, in questo caso, politico.

Le quote in azienda

La recente introduzione delle quote di genere nei consigli di amministrazione delle aziende norvegesi ha alimentato un dibattito molto acceso sia all’interno della Norvegia che all’estero.

Nel dicembre 2003, il Norwegian Company Act è stato rivisto; la revisione era stata promossa dall’allora coalizione di centro destra e appoggiata dal Labour Party e dal Socialist Left Party. Come conseguenza di questa revisione, a partire dall’1 gennaio 2004, tutte le aziende di proprietà dello Stato o con partecipazione statale devono avere almeno 40% di donne nei consigli di amministrazione. Dall’1 gennaio 2006 anche le grandi aziende private quotate in borsa devono introdurre donne nei consigli di amministrazione nella percentuale del 40%. Si tratta di circa 500 aziende rispetto ad un totale di 160.000 piccole aziende non quotate in borsa, dove le quote non sono state imposte. Un periodo di due anni è stato concesso per l’adeguamento; al termine di questo periodo le aziende che non si sono adeguate ricevono un primo sollecito e se dopo 4 settimane non si sono ancora adeguate ricevono un secondo sollecito. In seguito, il caso viene sottoposto al Tribunale che deve sciogliere l’azienda.

A febbraio 2008, l’Istituto di statistica norvegese ha pubblicato un rapporto secondo il quale il 93% delle aziende private quotate in borsa aveva rispettato le quote. Nel 2002, il 6% dei consigli di amministrazione era composto da donne, nel 2004 era l’11%, nel 2005 il 16%, nel 2007 il 30% e, finalmente, nel 2009 questa percentuale ha raggiunto il 40 %.

Uno degli argomenti principali a favore dell’introduzione delle quote nel dibattito politico è stata la constatazione che nonostante già da molti anni le donne avessero un livello di istruzione superiore a quello maschile, la loro presenza nei consigli di amministrazione continuava ad essere molto bassa. Quindi la mancanza di donne nei consigli di amministrazione non era dovuta alle scarse qualifiche. Per il governo norvegese3 “la legislazione sulle donne nei cda è un importante passo in avanti verso l'eguaglianza tra i sessi, una società più giusta e una distribuzione del potere più paritaria, ee un importante fattore di creazione del benessere nella società".

Questa trasformazione è stata possibile anche grazie alla creazione di nuove istituzioni che hanno favorito la formazione, il reclutamento e la visibilità delle donne con le qualifiche necessarie per far parte dei consigli di amministrazione. Per esempio, la Confederation of Norwegian Enterprise (NHO), una delle organizzazioni norvegesi più tradizionali e conservatrici si era opposta alle quote; tuttavia, dopo l’introduzione delle quote, ha svolto un ruolo molto attivo nel reclutamento di professioniste qualificate che potessero entrare nei consigli di amministrazione. La NHO ha, per esempio, istituito un corso di formazione chiamato “Female Future”: i CEO delle aziende potevano mandare al massimo 3 professioniste delle loro aziende a partecipare al corso. Alla fine del 2007 circa 600 donne avevano partecipato al corso; metà di queste donne siede oggi in un consiglio di amministrazione. Oltre ai corsi di formazione ci sono molte organizzazioni che hanno liste di donne qualificate che sono interessate ad entrare nei consigli di amministrazione: Innovation Norway, la Norwegian Association of Lawyers, e il National Employment Office.

Nonostante quindi forti resistenze iniziali nel mondo delle imprese, l’adeguamento è stato meno complicato del previsto. L’Institute for Social Research ha iniziato un programma di ricerca4 che valuterà la riforma da tre punti di vista: il processo di reclutamento delle donne; un’analisi delle relazioni di genere all’interno dei consigli per verificare se l’introduzione delle donne ha cambiato l’interazione tra i membri; una valutazione dell’andamento dei profitti delle aziende prima e dopo l’introduzione delle quote. Entro l'anno prossimo si avranno i primi risultati di questa ricerca.

1 Inter-Parliamentary Union (2010), Women in national parliaments. available from:http://ipu.org

2 Bonomi G., Brosio G., Di Tommaso M.L. (2009) “ Gender Quotas in Italy. A random utility model of voting behaviour”, Working Paper CHILD (Centre for Household Income Labour and Demographic economics) n.23/2009.

3 Vedi il sito del Ministry of Children, Equality and Social Inclusion, www.regjeringen.no/en

4 ISF, Gender Quotas in Boards of Large Joint Stock Companies. Democracy vs Inclusion? Project no 412:58

 

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