Articololavoro

L'Istat: Italia all'ingiù,
le donne corrono al lavoro

News - Nel naufragio dell'economia italiana, salgono i numeri dell'occupazione femminile. Sempre più donne cercano lavoro. Pesa la riforma delle pensioni, un mercato del welfare delle badanti che non cala, e una nuova offerta di lavoro femminile nelle strategie delle famiglie per resistere alla crisi. I numeri del rapporto 2013 dell'Istat

Articoli correlati

Cambiano le città perché cambia il rapporto tra vita e lavoro. Alisa Del Re ripercorre la geografia delle trasformazioni urbane dall'epoca fordista ai nostri giorni

In tempi di crisi avere un lavoro è considerata una fortuna, e si finisce per non prestare attenzione alla qualità. Le analisi più recenti spiegano cosa fa di un lavoro un "buon lavoro"

Cosa dicono i numeri sulla possibilità che il rischio di perdere il lavoro per le donne italiane sia legato all'occupazione delle straniere

Come si avvicinano le migranti al sindacato e quali problematiche incontrano? I risultati di una ricerca condotta in Veneto sulle esperienze delle lavoratrici rumene e marocchine

Il prodotto lordo che in termini reali scende del 2,4%. La domanda interna che va ancora peggio (meno 3,2% i consumi, meno 1,6% gli investimenti fissi lordi). Il potere d'acquisto delle famiglie che registra una “caduta di intensità eccezionale”: meno 4,8%. E la più forte riduzione della spesa per consumi da parte delle famiglie dall'inizio degli anni '90. Questo il quadro fosco che l'Istat con il Rapporto 2013 consegna all'opinione pubblica, al parlamento e ai ministri neo-insediati; e tra questi, il suo ex-presidente e attuale ministro del lavoro Enrico Giovannini, con una sfilza di tragici numeri del lavoro: disoccupazione all'11,5%, disoccupazione giovanile al 35,3%, disoccupazione di lunga durata al 5,6%. E un'occupazione complessiva che, rispetto al 2008 (anno di inizio della crisi) vede un calo di 506.000 unità (62.000 in meno nell'ultimo anno, il 2012). In questo quadro, l'occupazione femminile fa eccezione alla valanga dei segni “meno”: registrando anzi una serie di segni “più” che il Rapporto Istat sottolinea. Cercando di dare alcune interpretazioni su come e perché le donne lavorano di più ai tempi della grande crisi.

Più occupate. Nel 2012 le donne che lavorano sono aumentate di 110mila unità rispetto al 2011. Oltre alle occupate, aumenta il numero delle donne disposte a lavorare: “la quota di quelle che passano verso le forze lavoro potenziali o la disoccupazione cresce dal 16,5 a circa il 24%”, si legge nel rapporto.  Il segno più si deve a tre componenti: l’aumento delle lavoratrici straniere, cresciute di 76mila unità (+7,9%); le 148mila ultracinquantenni che per effetto della riforma delle pensioni sono rimaste nel loro posto di lavoro (+ 6,8%), dato che per altro ha compensato il calo delle giovani occupate; e la crescita delle donne indotte dal periodo di ristrettezza economica ad entrare sul mercato del lavoro (anche a condizioni in passato considerate non accettabili) per rimpiazzare la perdita delle entrate maschili.

Effetto “anziane”. Le donne che lavorano sono costrette a farlo sempre più fino a età più avanzate: una tendenza in atto da tempo, visto che il tasso di permanenza delle donne con più di 49 anni nel mercato del lavoro è passato dal 86,2% del 2004-2005, fino al 92,1% del 2011-2012.

Effetto straniere. L'occupazione degli stranieri aumenta, ma assai meno che in passato. E in otto casi su dieci l'aumento riguarda le donne, occupate nei servizi alla famiglia. Non si riduce il ricorso  all’ausilio di una badante per l’assistenza agli anziani di casa, nel quadro di una popolazione che invecchia. “Il numero delle immigrate impiegate presso le famiglie risulta in crescita in tutto il periodo di crisi, segno che si tratta sempre più di bisogni incomprimibili, di cui non si riesce a fare a meno. Di fronte a strategie di contenimento delle spese familiare, è evidente che si rinuncia ad altro ma non si riesce a fare a meno della badante”, ha osservato la dirigente Istat Linda Laura Sabbadini, nel presentare il Rapporto.

Effetto crisi. La riduzione dell'inattività femminile ha contribuito nel 2012 in misura determinante alla riduzione del tasso di inattività: che è sceso dello 0,9% per gli uomini e del 2% per le donne. Su dieci persone che “escono” dall'inattività, sette sono donne, dice l'Istat. Che registra il fatto che quest'aumento dell'offerta di lavoro femminile è dovuto anche “a nuove strategie familiari per affrontare le ristrettezze economiche indotte dalla crisi”. Molto spesso, la perdita del posto di lavoro o la riduzione del salario del marito/compagno. Rispetto al 2011 sono aumentate di quasi il 35% le donne in cerca di occupazione che vivono in coppia con figli (più 115.000 in confronto con il 2011; più 127.000 rispetto al 2008). L'Istat registra anche il nuovo fenomeno dell'aumento delle donne breadwinner, portatrici dell'unico reddito in famiglia (si veda su questo il rapporto Enege e l'articolo di Ghignoni e Verashchagina pubblicati su questo sito), dando i numeri delle coppie con figli il cui solo la donna lavora: queste sono passate da 224.000 del 2008 a 314.000 nel 2011 fino a 381.000 nel 2012 e sono adesso l'8,4% del totale delle coppie con figli. È sempre più frequente il caso di donne occupate il cui partner è in cerca di un impiego (più 51.000 unità dal 2011 al 2012) o è cassintegrato (più 20.000 unità). Nel nuovo esercito di donne arrivate sul mercato del lavoro per far fronte alle difficoltà economiche della famiglia, si notano soprattutto donne meridionali, spesso non giovanissime, con titolo di studio medio-basso.

Quale occupazione? Aumentano le donne che lavorano, dunque. “Un effetto atteso da tempo”, hanno osservato i ricercatori Istat alla presentazione del rapporto annuale, “ma in parte innescato da nuove strategie familiari di contenimento degli effetti della crisi”, hanno osservato i ricercatori Istat alla presentazione del rapporto annuale, sottolineando che “la riduzione del differenziali di genere nel nostro paese è da ricondursi soprattutto al peggioramento della situazione occupazionale maschile, il cui tasso di occupazione diminuisce di 3,8 punti nel 2008 e di 0,9 punti dal 2011”, si legge nella presentazione del rapporto. In sostanza, la situazione non è poi così positiva come potrebbe sembrare, visto che l’aumento dell’occupazione femminile continua a essere concentrato nel part time involontario e segregato nelle mansioni a bassa specializzazione: dal 2008 la crescita in professioni non qualificate risulta infatti più che doppia rispetto agli uomini (+ 24,9% rispetto al 10,4%), tanto che per spiegare la metà delle occupazione maschili serve nominare 51 professioni, e solo 18 per le donne. “Commesse alla vendita al minuto, colf e segretarie sono le professioni che raccolgono il maggior numero di occupate”.

Confronto Ue. Nonostante l'aumento dell'occupazione femminile dovuto all'insieme di questi fenomeni, la quota di donne occupate in Italia rimane di gran lunga inferiore a quella dell’Ue (47,1% contro 58,6%).

Gender pay gap. Le donne continuano a essere pagate meno rispetto agli uomini. Un paragrafo del rapporto Istat è dedicato proprio al differenziale di genere nelle retribuzioni: il gender pay gap italiano è di 11,5%, cioè “a parità di altre condizioni, in media la retribuzione oraria delle donne è dell’11,5% inferiore a quella degli uomini”. Svantaggio che si ritrova anche nelle retribuzioni di chi ha una laurea: gli uomini che hanno un titolo di studio elevato guadagnano in media il 19,6% in più rispetto a chi ha il diploma, per le donne lo scarto tra i diversi livelli di istruzione si riduce al 14,9%.

 

Commenta