Mai più vittime, ma operatrici di pace
19/05/2011
Abu Ghraib insegna: le donne non sono buone per definizione. Ma molto spesso la loro azione nei contesti di conflitto promuove processi di pace. E' un ruolo che viene riconosciuto dalla risoluzione 1325 delle Nazioni Unite: una presenza non limitata alle azioni di cura e riparazione, ma volta ad eliminare le cause delle guerre
Nella seconda metà del Novecento, con la fine della guerra fredda, sono cambiati i modelli di conflittualità: guerra tecnologica, tradizionale, etnica, religiosa, “umanitaria”, asimmetrica, a bassa intensità….Il ruolo delle donne in questi contesti è ambivalente: va riletto a seconda del tipo di conflitto, in base alle diverse opzioni che per le donne si prospettano. Le donne sono tra le fila dei combattenti delle più recenti guerre interne (dal Mozambico, al Rwanda, alla ex Jugoslavia), sono presenti in azioni terroristiche, come in Cecenia e in Palestina; parte attiva hanno avuto le donne nei movimenti di liberazione e indipendenza, per una società basata sui principi di libertà e di autodeterminazione; molto spesso la partecipazione delle donne alle dinamiche dei conflitti è orientata alla promozione dei processi di pace.
Oltre l’ immagine convenzionale della donna depositaria di una innata vocazione pacifica (dopo Abu Ghraib, è finita per sempre l’illusione di una naturale bontà femminile); oltre lo stereotipo delle donne “vittime dei conflitti - portatrici di pace”, resta incontestabile il fatto che esse subiscono le conseguenze negative del conflitto in modo diverso dagli uomini e gli effetti nefasti di guerre che per lo più non combattono. Tuttora identificate come “categoria vulnerabile”, le donne rappresentano la grande maggioranza dei rifugiati e degli sfollati, delle vittime di mine e armi leggere, delle armi nucleari; sono più gravemente penalizzate dalle conseguenze della applicazione delle sanzioni economiche.
Nella memoria e nello sguardo delle donne, la guerra emerge innanzitutto come violenza e come violenza sessuale; gli stupri di guerra, oggi riconosciuti crimini contro l’umanità, sono stati a lungo taciuti e rimossi, nella memoria individuale e sociale come nella storiografia. Nel 1995, cinquant' anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, lo scrittore Kenzaburō Ōe indicava nella necessaria riparazione verso le “donne di conforto” da parte dei giapponesi, la prima urgenza per tentare di superare il trauma bellico e fondare finalmente le basi della democrazia. Nei processi di Norimberga, alla condanna delle politiche genocidarie non si accompagnò la condanna esplicita degli stupri di guerra compiuti dagli eserciti di entrambe le parti: “l’uso sistematico del corpo femminile come un trofeo di guerra cadde quasi subito in un crepaccio oscuro della storia” (Luigi Zoja). Nel dopoguerra, osserva Joanna Bourke, l’interesse per gli stupri di guerra fu messo a tacere, fino a che il conflitto nella ex Jugoslavia e il genocidio in Rwanda costrinsero la comunità internazionale a collocare il problema in un contesto di torture e di crimini bellici; ma la feroce pratica dello stupro di guerra è tuttora di terribile attualità, che si tratti dei soldati di Gheddafi nella guerra in Libia, o dell’esercito egiziano contro l’affermazione di libertà delle donne in piazza, o gli stupri in Congo da parte delle stesse truppe ONU, più volte denunciati anni fa.
Porre l’accento sulla vulnerabilità femminile, però, rischia i distogliere l’attenzione dalla capacità di ripresa delle donne: le vittime non sono più soltanto tali se assumono un ruolo attivo e diventano soggetti delle lotte.
La scelta della Resistenza si presenta, per molte, come volontà di superare gli orrori e la tragedia della guerra attraverso la costruzione di un contesto e di una politica in grado di contenere le loro aspettative. I processi di ricostruzione post bellica hanno tuttavia riproposto ancora la separazione tradizionale tra casa e nazione, la continuità della famiglia e, quindi, la cancellazione delle donne in quanto soggetti distinti, per ricondurle all’immagine rassicurante e omogenea della madre. Il discorso politico ha separato il piano della sofferenza subita dalle aspettative di giustizia, circoscritte solo nell’ambito delle vicende militari.
Negli ultimi decenni del ‘900 le conferenze delle Nazioni Unite, sulla spinta dei movimenti femministi, hanno scandito le tappe per l’empowerment femminile nella società globale, hanno posto all’attenzione dei governi e della pubblica opinione mondiale la questione dell’uguaglianza di genere e della partecipazione delle donne alla promozione della pace e della sicurezza internazionali. Punto d’arrivo di questo processo è la Risoluzione 1325, adottata del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nell’ ottobre 2000, la cui peculiarità è nel riferimento ad una prospettiva di genere in un settore specifico e cruciale. La Risoluzione rafforza importanti impegni derivanti dal più ampio trattato sui diritti delle donne (CEDAW) quali la piena partecipazione delle donne nei processi decisionali a tutti i livelli, il ripudio della violenza contro le donne e l’istanza della loro protezione, la valorizzazione delle loro esperienze e la consultazione con gruppi di donne. Vi si delinea un sistema ampio di obiettivi a garanzia della prevenzione, della partecipazione e protezione delle donne nei contesti di conflitto (il cosiddetto “paradigma delle 3 P”); a tutt’oggi è uno dei documenti con maggiori potenzialità per le donne. Alcune risoluzioni successive dal contenuto più specifico (1820 del 2008 e 1888 del 2009) chiedono che ogni paese e parte in conflitto prenda misure contro la violenza sessuale alle donne usata come arma di guerra (lo stupro è considerato al pari del genocidio) nonché azioni immediate per proteggere donne e bambini da tutte le forme di violenza sessuale nei conflitti. Mentre il quadro normativo si rafforza, rimangono però ancora deboli gli strumenti a garanzia della piena attuazione degli impegni assunti in sede internazionale: anche nei sedici paesi che hanno già adottato un Piano d’Azione Nazionale (NAP), lo sviluppo di indicatori e di sistemi di verifica resta l’obiettivo per rendere concrete le politiche in materia a livello nazionale, regionale e globale. Come spiega Luisa Del Turco, curatrice del rapporto di Action Aid e Pangea, “Donne, pace e sicurezza. A dieci anni dalla Risoluzione 1325”, il piano di azione trova un freno nell’inerzia dei governi e nella scarsa rappresentanza delle donne; in Italia persiste l’abitudine a finanziare sempre e solo progetti di emergenza, non conciliabili con azioni sistematiche di prevenzione.
Alla risoluzione 1325 hanno fatto riferimento, con la Carta di Dakar del gennaio 2011, le donne della Carovana per la pace in Senegal, espressione delle forze democratiche della Casamance, convinte che “per tornare alla ragione si deve tornare alle donne, e che le donne contano per la pace in Senegal”. La loro mobilitazione tende ad ottenere una rinegoziazione con la politica statale e ad affermare il diritto/dovere di interposizione nei casi di violenza sulle donne, nonché l’importanza dell’educazione alla pace a livello familiare, comunitario, globale.
Il dibattito internazionale femminile sui modi di realizzare la pace si è articolato nel tempo a più livelli; alla originaria rivendicazione per il disarmo (WILPF,1919) si è affiancata l’aspirazione alla pace e alla libertà, l’alleanza con le reti per i diritti economici delle donne; la pace, si è compreso, non può prescindere dalle condizioni materiali delle donne, dal microcredito alla proprietà della terra, dalla disponibilità delle risorse idriche al diritto alla salute. La specificità della presenza delle donne sta dunque nella volontà di impegnarsi non solo nelle azioni di cura e di riparazione, ma per l’eliminazione delle cause delle guerre, dalla vendita delle armi alla giustizia ambientale e climatica. L’impegno per la ricomposizione dei conflitti non può essere rubricato come questione umanitaria ma deve piuttosto essere riconosciuto come questione politica prioritaria, per la quale è essenziale che le donne possano svolgere un ruolo autorevole, nella definizione dell’agenda politica internazionale, nei tavoli della negoziazione, nella programmazione degli interventi economici.
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