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Nomine in Agcom,
alla faccia del merito

Alla fine si è fatto "all'italiana" ovvero per lottizzazione dei partiti politici. Incuranti della società civile che a gran voce chiedeva trasparenza per un organismo così importante. Guarda caso, nel trionfo dei giochi di potere e nell'assenza di criteri di merito sono tutti uomini a spartirsi la torta

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Un altro club esclusivo. Per  uomini soli, e nominati dai partiti nel chiuso delle loro stanze. Parliamo dell'Agcom, sigla che sta per “Autorità garante delle comunicazioni”, e dovrebbe garantire la libera concorrenza e la tutela dai soprusi dei più forti nel delicatissimo e cruciale settore economico delle telecomunicazioni. Cioè il cuore dell'anomalia economico-politica italiana degli anni del berlusconismo. Dopo la lunga era del conflitto di interessi eletto al governo, nel clima politico nuovo creato dal governo tecnico, si era sperato molto in un rinnovo del ruolo di questa autorità (che dovrebbe essere) indipendente, e nella scelta di persone capaci di dare sostanza al dettato di legge: che chiede appunto esperienza e indipendenza, in un campo nel quale tagliare le unghie agli oligopolisti non è semplice, anche quando questi non siedono più al governo. Erano partiti curriculum, nelle forme spontanee e un po' confuse del web; e ci si era fatti illusioni sulla possibilità che in quei posti sedessero persone competenti, esperte, indipendenti. Prescelte dai parlamentari per merito e non per appartenenza (la nomina dei componenti, che prima erano otto e ora sono ridotti a 4, spetta per metà alla camera e per metà al senato, si vota nelle commissioni competenti). In questa campagna per la trasparenza, anche diversi movimenti e gruppi di donne hanno alzato la voce, chiedendo che non si perpetuasse la composizione tutta maschile che caratterizza le autorità indipendenti, ultime in coda a una classifica già assai malmessa di tutta la pubblica amministrazione (si veda la tabella, pubblicata da inGenere.it qualche mese fa, dalla quale emerge chiaramente che alcune Autority sono vergognosamente poco autorevoli, in tema di parità di genere, dato che il numero di donne nei loro board oscilla da 0 a 1). Sembrava assurdo, e impossibile, che parlamento e governo, dopo aver approvato una legge che impone le quote di genere nei cda delle società quotate e controllate, ignorassero platealmente il tema dell'equilibrio di genere ai vertici dei supremi organi di garanzia, anche in campo economico.

Ci si era illusi, appunto. Alla fine i partiti (quasi tutti) si sono spartiti quei posti alla vecchia maniera. I curriculum inviati sono rimasti nel cassetto del presidente della Camera, e di quelli dei nominati si sa solo dell'appartenenza partitica: da quale partito è stato scelto, e in alcuni casi a quale corrente di quale partito.  (ecco i nomi). Certo, la legge non obbliga i presidenti di camera e senato e le commissioni a fare una call per i cv, né a renderli pubblici: ma niente vietava che lo facessero i partiti, 'titolari' del potere che hanno così scandalosamente utilizzato. Non sentendosi tenuti a spiegare come e perché sono stati prescelti i 'vincitori'. Si sa una cosa con certezza: i nuovi commissari Agcom sono tutti maschi, ed è un uomo anche il nuovo presidente. Anche le richieste di Snoq, Giulia, la lettera delle universitarie, del gruppo facebook “Quote rosa in Agcom” sono andate deluse, così come gli appelli alla meritocrazia e alla trasparenza. Quello che è rimasto nell'ombra, però, è il nesso tra le due cose. Tra la composizione monosessuata dell'AgCom e la sua scandalosa lontananza da criteri di metodo e trasparenza. E' proprio perché le nomine si fanno così che non ci sono donne nei vertici della pubblica amministrazione e delle autorità indipendenti (o ce ne sono pochissime): i “guardiani dei cancelli” (di cui parla Evanthia Schmidt  a proposito della scienza) non le fanno entrare, perché i meccanismi che governano i cancelli sono di fedeltà, cooptazione, amicizia, cameratismo... tutto tranne il merito. E anche quando entrano, entrano le prescelte col contagocce da guardiani. Cioè dai partiti: come infatti contemporaneamente è successo per le nomine dei componenti del garante della privacy, dove tre donne sono entrate, con ferrea etichetta familiar-partitica. Si noti la malizia delle due scelte combinate: nessuna donna nel posto dove si fanno i giochi più pesanti e duri, dove si dovrebbero regolare le questioni delle tlc. Tre donne sotto la direzione di un presidente uomo invece nel salotto della privacy, che è autorità dal grande prestigio, e che si spera acquisisca anche maggiori poteri, ma che certo non ha la rilevanza e il peso, per il business e l'economia, dell'Agcom.

Se invece si fosse voltata pagina, usando un altro metodo, ci sarebbe stata qualche possibilità in più: professioniste con tutte le credenziali per far bene in questo settore ci sono, anche se meno visibili e ammanicate di tanti loro colleghi.

Non si tratta dunque di rivendicare uno strapuntino rosa, e neanche di conquistarne tre, ma di pretendere che cambi il metodo della selezione, a vantaggio delle donne e degli uomini in grado di fare bene nelle alte cariche per cui sono chiamati. Non si tratta di demonizzare i partiti, ma pretendere che i parlamentari scelgano le persone migliori con criteri trasparenti. Non si tratta di affidare il giudizio agli umori della rete, ma di rendere trasparente passo dopo passo tutta la procedura – a proposito, si può fare anche ex post: pubblicando subito tutti i curriculum arrivati, dei nominati e dei candidati. E non si tratta di aggiungere un altro criterio (quello delle quote femminili) in mano alla lottizzazione dei partiti, ma di porre fine alla lottizzazione: che, oltre che inefficiente, è anche sessista.