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Non solo soldi. Parità lontana in mezzo mondo

Istruzione, economia, empowerment. L'indice sulla Parità di Genere del Social Watch rivela che per oltre metà delle donne non c'è stato alcun progresso verso la parità negli ultimi anni. Ma riserva anche qualche sorpresa. Non per l'Italia, al 70° posto

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Più della metà delle donne del mondo vive in paesi che, negli ultimi anni, non hanno fatto registrare alcun progresso verso la parità con l’uomo. E’ quanto rivela l’Indice sulla Parità di genere (GEI) per il periodo 2004-2008. Il GEI, sviluppato e calcolato dal Social Watch, network che conta organizzazioni in oltre 60 nazioni, classifica 157 paesi e compone, in una scala in cui 100 indica la completa uguaglianza, tre dimensioni: istruzione, economia ed empowerment (concessione di pieni poteri alle donne).

Ogni dimensione è a sua volta composta da diversi indicatori di disparità tra uomo e donna. L’istruzione compone le disparità nei tassi di alfabetizzazione e nell’iscrizione ai tre gradi di istruzione: primaria, secondaria e terziaria, ovvero università. La dimensione economica considera le differenze nella partecipazione al mercato del lavoro e nel reddito (si tratta di una stima del reddito calcolata dall’UNDP). Infine l’empowerment considera la presenza femminile nelle posizioni decisionali sia a livello aziendale che governativo, ovvero la percentuale di donne manager o che ricoprono posizioni tecniche insieme alla percentuale di donne al governo, in parlamento o con incarichi ministeriali. Si può dire che il GEI combina i due indici elaborati dall’UNDP: il GEM (Gender Empowerment Measure) e il GDI (Gender Development Index), integrando la misura di empowerment contenuta nel GEM con le dimensioni reddito e conoscenza contenute nel GDI (che conteneva anche aspetti di salute che vengono tralasciati nel GEI).

Nella classifica per il 2009 il paese in prima posizione è la Svezia che vanta un indice di 89, mentre la media mondiale è di 61. Seguono Finlandia (85), Norvegia (84), Germania e Ruanda (entrambi con 80). Tra i primi paesi, quindi, oltre a quattro nazioni tra le più ricche al mondo, c’è il Ruanda, uno dei più poveri. Ritroviamo questo risultato nelle prime 15 posizioni della classifica, dove una buona rappresentanza di paesi in via di sviluppo africani e asiatici (Mozambico, Burundi, Cambogia, Ghana, Vietnam, Uganda, Madagascar, Kenya e Guinea) affianca i paesi dell'Europa del Nord (Islanda, Danimarca e Finlandia). I dati suggeriscono come un elevato livello di benessere economico non sia necessariamente associato ad un soddisfacente livello di uguaglianza tra uomini e donne. Come altri indicatori di questo genere, per esempio il Gender Gap Index realizzato dal World Economic Forum, il GEI concentra l’attenzione sulle differenze tra generi nell’accesso ad opportunità e risorse indipendentemente dal livello disponibile per quelle risorse (si potrebbe altrimenti dire dal livello di sviluppo del paese). I risultati ottenuti con questo approccio mettono in crisi la comune idea che vi sia un nesso causale tra livello di reddito e parità di genere. E’ tuttavia interessante notare che miglioramenti in termini di parità di genere sembrano favorire la crescita economica, soprattutto tra i paesi in via di sviluppo. Su questo punto si è andata sviluppando una vasta letteratura scientifica che mette in evidenza i potenziali vantaggi in termini di crescita del PIL derivanti da una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro e di una maggiore equità dal punto di vista retributivo (si veda per esempio IMF Working Paper: Gender and its relevance to macroeconomic policy, scaricabile qui).

Cosa ci dice il GEI sull’Italia? La troviamo al 70° posto, con un valore di 65, subito dopo paesi come Bolivia, Botswana, Bielorussia, Repubblica dominicana e Singapore (66). Il confronto con la con la media europea (72), fa emergere tutto il ritardo del nostro paese nel raggiungere un’effettiva uguaglianza di genere. Sono particolarmente interessanti i dati relativi all’empowerment dove osserviamo dei buoni miglioramenti a partire però da dei livelli preoccupanti (meglio detto: peggio di così era davvero difficile). Mentre nel 2004 c’erano solo 23 donne ogni 100 uomini in posizioni manageriali e legislative nel 2008 ne troviamo 47 (valore appena sopra la media di tutti i paesi considerati). Probabilmente grazie ai maggiori tassi di scolarizzazione femminile ed ai migliori rendimenti ottenuti dalle ragazze, le cose vanno meglio sul versante delle professioni, specializzate e tecniche, dove siamo passati da un valore di 79 donne su 100 uomini ad uno di 85, raggiungendo e superando in questo modo la media. In ambito governativo la situazione rimane molto lontana dall’idea di parità: anche se siamo passati da 14 parlamentari donne su 100 parlamentari maschi a 27, il numero di donne che occupano posizioni decisionali a livello governativo è sceso da un misero 15 (che era comunque sopra la media) ad un drammatico 9 quando il resto dei paesi ha raggiunto quota 20.

Più in generale, osservando l'andamento del valore del GEI tra il 2004 e il 2008 per tutti i paesi scopriamo che i progressi verso la parità sono stati più rari dei peggioramenti. L’istruzione, che è la dimensione più vicina all’effettiva parità, con una media mondiale di 90, vede il peggioramento di oltre 100 paesi, in particolare i paesi del centr’africa e del corno d’africa, mentre solo 35 mostrano dei miglioramenti. L’empowerment è la dimensione che nella maggior parte dei paesi sta registrando progressi, ma si tratta anche della voce con la media globale più bassa: solo 35 punti su 100. In particolare vale la pena notare che le donne in politica costituiscono solo il 17.5% dei parlamentari. Anche la dimensione economica ha registrato incoraggianti progressi soprattutto grazie all’incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Mentre alla base della maggior parte delle storie di successo troviamo le politiche attive, come le quote rosa e i regolamenti per l’uguaglianza nel mercato del lavoro, la causa più comune del deterioramento dei rapporti di genere è l'arretramento nella partecipazione delle donne all’economia. E’ il caso dell’Europa dell’Est, regione che presenta il peggioramento più consistente. Lettonia, Bielorussia, Slovacchia e Macedonia, paesi che hanno goduto di elevati livelli di partecipazione femminile all’economia, si trovano ora nel gruppo dei paesi che hanno fatto marcia indietro. Si potrebbe pensare che la liberalizzazione degli scambi del mercato abbia fatto delle donne uno dei partecipanti più flessibili al mercato del lavoro, soggetto a deregolamentazione, informalizzazione e abbassamento degli standard sociali e del lavoro.