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L'occupazione femminile
dopo il Covid19

Foto: Unsplash/ Kelly Sikkema

L'Italia è penultima in Europa per tasso di occupazione femminile, cosa ne sarà del lavoro delle donne dopo l'emergenza? Un commento a partire dagli ultimi dati

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Intervistata da Giovanni Floris nel corso della puntata del programma Dimartedì del 24 marzo su La7, la virologa Ilaria Capua ha proposto che “tra le strategie di migrazione dal contagio, si potrebbe pensare, quando si ripopolerà gradualmente la forza lavoro, di usare le donne un po’ come se fossero dei semafori rossi, perché a oggi sembra si infettino meno”.

In effetti, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, tra i casi complessivi di Covid19 diagnosticati prevalgono gli uomini ed è tra gli stessi che la letalità è più elevata. Secondo l’ultimo aggiornamento disponibile dell'Istituto, su 159.107 casi, 79.370 sono di genere maschile, e i maschi rappresentano più dei due terzi dei decessi. Da evidenze come questa è stata presa in considerazione l’ipotesi che esistono dei fattori protettivi ascrivibili al genere, che, allo stato attuale delle conoscenze sul virus, sono stati ricondotti a componenti biologiche e comportamentali (come le differenze funzionali del sistema immunitario, il diverso equilibrio ormonale, la differente incidenza tra fumo e co-morbilità, oltre all’atteggiamento mediamente più attento nei confronti della prevenzione sanitari: tutti aspetti approfonditi su inGenere in un precedente articolo).  

Il dettaglio della distribuzione per genere e per fasce di età decennali dei contagiati (pagine 5 e 6 del documento pubblicato dall’Iss citato) mostra che la minor incidenza vale tra i 0-9, i 10-19, i 60-69 e i 70-79 anni, mentre nelle fasce di età 20-29 anni, 30-39 anni, 40-49 anni; 50-59 e 90+ anni il numero di casi di genere femminile è superiore all’equivalente maschile. 

Se nella fascia di età superiore a 90 anni, la presenza di un numero di donne più che doppio rispetto al numero degli uomini viene spiegata con la struttura demografica della popolazione, le cause di maggior contagio tra chi ha un’età compresa tra i 20 e i 59 anni potrebbero essere ascrivibili al profilo occupazionale. 

Infatti, le fasce di età in cui sono le donne a essere a maggior rischio sono anche le fasce di età in cui il tasso di occupazione femminile e maschile sostanzialmente coincidono e, in effetti, i dati Istat mostrano che, a fronte di una prevalenza nel mondo del lavoro degli uomini per ogni età, il gap occupazionale di genere segue un andamento crescente per numero di anni nel corso dell’età lavorativa (è minimo tra i 25 e i 34 anni, contenuto fino ai 54 anni e crescente oltre i 55 anni). 

Come mostrano Alessandra Casarico e Salvatore Lattanzio in un articolo su Lavoce.info, nelle fasce d’età con i più alti contagi, inoltre, le donne svolgono per lo più attività definite essenziali a seguito del lockdown. Utilizzando come campione le comunicazioni obbligatorie che riportano i codici Ateco, si vede come nelle attività essenziali sono molto presenti le donne – la presenza femminile prevale ad esempio in attività come il lavoro domestico e sanitario. 

Distribuzione per classi di età in attività non essenziali (BLU) e essenziali (ROSSO)

Distribuzione per genere in attività non essenziali (BLU) e essenziali (ROSSO)

Fonte: grafico realizzato dalle elaborazioni di Casarico e Lattanzio (op. cit.)

Ora, il numero dei contagiati dipende dalla quantità e soprattutto dalla distribuzione dei tamponi (che possono essere effettuati anche su una stessa persona) ed è noto che gli ultimi dati sono il risultato di tamponi prioritariamente effettuati al personale sanitario, quindi è molto plausibile che la sovra-rappresentazione delle donne  positive nella fascia di età 20-59  sia una conseguenza della distribuzione occupazionale.

L’intervento di Ilaria Capua citato nell’incipit si concludeva con un commento ironico – “così voi uomini trovereste l’ufficio pulito o non trovereste la sedia” – un tentativo di rappresentare le donne come un simbolo di 'sesso forte' e va interpretato con favore nella misura in cui ribalta gli stereotipi e richiama i noti livelli, e i problemi correlati, della segregazione occupazionale femminile.

Un fenomeno, questo, che si dimostrerebbe penalizzante anche durante la pandemia in corso. La distribuzione congiunta per genere e per età elaborata da Casarico e Lattanzio (op. cit.) nei gruppi di attività lavorative mostra infatti che i due terzi delle donne sono coinvolti in attività definite essenziali, tuttora all’opera e sottoposte a un maggior rischio di contagio.

Distribuzione congiunta per classi di età e per genere in attività non essenziali (BLU) e essenziali (ROSSO)

Fonte: grafico realizzato dalle elaborazioni di Casarico e Lattanzio (op. cit.)

Nella cosiddetta fase due e, ancora prima dell'emergenza conclusa, certamente si renderà necessario un grande lavoro globale di ricostruzione economica e l’auspicio è che coincida con un nuovo inizio, in cui si possa cogliere l’opportunità di intervenire fattivamente per realizzare la parità di genere nel mondo del lavoro. 

Secondo il Word Economic Forum, la competitività economica può essere accresciuta conseguendo un migliore equilibrio tra generi nei posti di responsabilità e solo le economie che riusciranno a impiegare tutti i loro talenti riusciranno poi a prosperare. In Italia, ci sarà molto da lavorare in proposito, i dati Eurostat diffusi per il Women’s Day sulla disuguaglianza di genere ci mostrano penultimi in Europa già solo per il tasso di occupazione femminile: 53,1 per cento e -13,8 punti percentuali rispetto alla media europea.