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Oro rosso, braccianti
del Mediterraneo

Foto: Stefania Prandi

Un reportage svela le condizioni di sfruttamento e molestie subite dalle braccianti del Mediterraneo. L'estratto dal libro Oro rosso di Stefania Prandi, appena uscito per Settenove

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Il flamenco inghiotte la voce di Kalima che si sforza di parlare forte, senza riuscirci. Nel ristorante è cominciato il tempo della frittura, dei piatti sbattuti, delle birre gelate. Le grida si alzano, le pance si riempiono. Kalima fissa il bicchiere con il ghiaccio quasi sciolto e la lattina accanto, ancora da aprire. Tiene le mani in grembo, aggrappate alla borsa. Ha le dita consumate dalla terra. Poi mi osserva, con gli occhi scuri e seri, aggiustando il velo bianco a pois neri irregolari. Io continuo a farle domande. Kalima si appiattisce contro l’angolo, cercando di nascondersi dalla porta. Ha paura di essere vista da qualcuno che conosca il suo padrone.

Il sole batte sopra Palos de la Frontera, un susseguirsi di case bianche, con le sbarre in ferro battuto alle finestre, i balconi vuoti, le piante appena tagliate, i cortili interni. La ricchezza di questo borgo di circa undicimila abitanti – braccianti escluse – è frutto dell’oro rosso. Così vengono chiamate le fragole, i mirtilli, i lamponi, i ribes, e le more, redditizi per chi è proprietario delle serre. Negli anni il loro valore è aumentato, portando sempre maggior benessere in questa zona dell’Andalusia, dove si incontrano, per strada, uomini in sella al cavallo. Qui il rito della corrida è un evento mondano. Con gli altri comuni della provincia di Huelva, Palos de la Frontera fa parte del più grande giacimento di fragole e frutti rossi d’Europa: circa trecentomila tonnellate prodotte all’anno, con oltre diecimila ettari che si estendono a perdita d’occhio[1] sotto l’oceano di plastica delle serre. Alle fragole, esportate e vendute – fresche oppure trasformate in marmellate, yogurt, gelati, dolciumi – nei supermercati e mercati di Italia, Germania, Inghilterra, Svizzera e altri paesi, è dedicata una scultura, un monumento ricoperto di tessere di mosaico luccicanti, sistemata nel bel mezzo di una rotonda. La fragola totem, dal gusto kitsch, dà il benvenuto all’entrata dell'area manifatturiera del paese Palos de la Frontera.

L’oro rosso, però, non è un argomento di conversazione. O almeno, non lo sono le lavoratrici che lo raccolgono e lo impacchettano. Gli scandali che hanno coinvolto la zona, anni fa, quando il canale della televisione pubblica France 5 ha trasmesso il documentario La rançon de la fraise[2] sullo sfruttamento della manodopera e le molestie sessuali, ripreso anche dai giornali spagnoli, non sono piaciuti. Per qualcuno, addirittura, si sarebbe trattato di un modo per screditare la produzione agricola spagnola, a favore di quella francese, diretta concorrente. Nemmeno le associazioni di categoria forniscono informazioni, inutili i tentativi, con telefonate ed email. Ci sono solo le dichiarazioni ufficiali. Come quella di Alberto Garrocho, presidente di Freshuelva: durante l’ultimo Congresso internazionale dei frutti rossi, ha fatto sapere che nel 2017 c’è stata la migliore raccolta degli ultimi quaranta anni.[3] Pastora Cordero Zorrilla, del sindacato Comisiones Obreras (CCOO), ha scritto in un articolo[4] che ogni anno si fatturano oltre trecentoventi milioni di euro, nella regione. Un giro di denaro tale che benché tutti sappiano degli abusi, nessuno voglia parlarne. In genere, sul territorio, si ascoltano affermazioni come questa: qui non ci sono problemi, non esiste discriminazione contro le donne. [...]

Ogni giorno ci sono donne "in castigo", racconta Kalima. Vengono sospese – e quindi restano senza paga – anche se durante le ore di lavoro cercano di dare il massimo. Stanno chinate per tutto il giorno, tra grida di incitamento a essere più produttive e insulti, senza bere né mangiare. Non vanno nemmeno in bagno. Spesso, però, non è abbastanza per evitare le ritorsioni.

Kalima ha trentasette anni, è arrivata dal Marocco a febbraio. È partita da un piccolo paese di case dai mattoni grezzi e strade sterrate, a un’ora e mezza di auto da Agadir. Da otto anni, ogni febbraio, sale su un autobus che la porta fino a Tangeri dove dorme in un albergo economico e il mattino dopo si imbarca su una nave per Tarifa. Lì prende un altro autobus per Siviglia, aspetta la coincidenza per Huelva e raggiunge Palos de la Frontera condividendo il taxi con qualche collega. Per sette anni ha lavorato in un’azienda di fragole in cui il proprietario la trattava bene. I ritmi erano intensi, ma non succedeva niente di brutto. Quest’anno, però, quell’azienda non l’ha più voluta. Non sa il perché e ha dovuto accettare una nuova chiamata. Così prevede il Contratto in origine (Contratación en origen), un programma per importare la manovalanza stagionale dal Marocco alla Spagna. Per il lavoro nei campi vengono reclutate donne sposate e con figli che restano il tempo della raccolta. Il fatto che le braccianti abbiano una famiglia garantisce che non cerchino di restare a vivere in Spagna, illegalmente, una volta finita la stagione e scaduto il permesso di soggiorno. Il Contratto in origine è un sistema di controllo della forza lavoro cominciato quasi vent’anni fa. Inizialmente era rivolto alle polacche e alle rumene, quando ancora non facevano parte della Comunità europea. In seguito è stato esteso alle marocchine. Alcune donne sono chiamate dallo stesso capo anche per dieci anni di fila, altre no, non esiste una regola. Di certo la Spagna è una meta ambita per il cambio favorevole e per la differenza di stipendi: tra i venticinque e i trenta euro netti al giorno (quaranta lordi, secondo il tariffario ufficiale, che non include le spese a carico e le "punizioni"), in media, mentre in Marocco, per le stesse ore e mansioni, si prendono tra i sei e i sette euro. Basta però una lamentela o una rivendicazione di troppo per rovinarsi la reputazione e il capo, l’anno seguente, sceglierà una nuova persona. Magari giovane e avvenente, come si legge in una ricerca realizzata nel 20125 dall’associazione Mujer en Zona de Conflicto, finanziata dall’Agenzia andalusa di cooperazione internazionale con la collaborazione dell’Università di Huelva. Secondo questa indagine, le lavoratrici vengono selezionate anche sulla base dell’aspetto fisico.

Le braccianti arrivano da Marocco, Romania, Polonia, Bulgaria, e ci sono anche donne spagnole, impiegate generalmente nel settore dell’impacchettamento. A detta dei padroni delle serre, la manodopera è in larga parte femminile perché le donne si adattano meglio a questo tipo di mansione. Nello specifico, sono considerate "più delicate nel raccogliere la frutta", "predisposte geneticamente", e "pazienti". La ricercatrice Alicia Reigada[6] cita la testimonianza di un agricoltore, Francisco López, secondo il quale le donne sono scelte perché hanno maggiore resistenza, sopportano la sofferenza meglio degli uomini e sono sottomesse.

Kalima ha il viso contratto in una smorfia. Quest’anno le è andata male, le sembra assurdo stare qui, come oggi, perdendo la giornata, mentre il marito, malato di cuore, è a casa, senza potersi muovere dal letto e i bambini devono restare soli. Le dispiace tanto essere lontana. E poi ad angustiarla c’è un supervisore marocchino che dorme all’interno della proprietà, in un piccolo appartamento. Si chiama Abed. Ogni sera, mentre lei è con le altre nel dormitorio, squilla un telefono. Una lavoratrice risponde, si alza, si mette la vestaglia pesante e se ne va. Le altre fanno finta di nulla, si rigirano nel letto. Ogni sera una donna diversa va nella stanza di Abed. Circondata dal buio pesto dei campi e dal freddo della notte, è costretta ad avere rapporti sessuali con lui che pretende di fare qualsiasi cosa gli passi per la mente e quando ha finito la rimanda indietro. Kalima non avrebbe mai pensato di trovarsi in una situazione del genere, sapeva che in Spagna i padroni hanno un’etica, che esistono dei diritti. Le sue compagne restano in silenzio, hanno paura.

Raccontare cosa accade davvero nel mezzo delle serre è tabù. Le braccianti si sentono sole. Un’associazione è andata da loro alcune settimane fa e ha fatto qualche domanda, ma nessuna ha aperto bocca, se non per dire il proprio nome. Il padrone era lì, le osservava: come avrebbero potuto parlare di fronte a lui? Kalima non ricorda come si chiamasse l’associazione, c’era una donna marocchina, una mediatrice culturale, che non è mai più tornata. "Vorrei solo potermene andare. Sono venuta qui per guadagnare i soldi per i miei figli". Gli occhi diventano umidi, ad Abed piacciono le donne in carne. Ha chiesto anche a lei di andare nella sua stanza. Ha detto di no. Il rifiuto le è costato una punizione. Lavorare in quel posto è una disgrazia. [...]

Mi domando come sia possibile che Kalima sia scampata alla sorte che ha toccato tutte le altre. Lei nega che sia successo, ma forse ha solo paura di esporsi. Faten deve avere avuto il mio stesso pensiero perché le prende la mano e le dice qualcosa. Kalima scuote la testa. Restiamo zitte. Sembra il momento di andarcene. Manca solo la mia domanda. Non è semplice ripeterla. Ho iniziato a farla due anni fa, quando ho cominciato l’inchiesta.

Ogni volta che la formulo ad alta voce, vedo le donne farsi scure in volto, spostare lo sguardo, stringere le spalle. Anche a te è successo? Chiedo a Kalima. Faten traduce, mentre lei mi fissa. Lo sguardo è vuoto.

Note

[1] Luis Perez, La facturación del sector de la fresa crece un 15% hasta los 454 millones, Huelva Información, 15 luglio 2017.

[2] Di Béatrice Limare, France 5, 2009.

[3] La mejor campaña de la fresa en 40 años, Diario de Huelva, 19 giugno 2017.

[4] Las trabajadoras del «oro rojo», Trabajadora, numero 60, marzo 2017.

[5] Soledad Palacios Gálvez, Violeta Luque Ribelles, Elena Morales Marente, Las mujeres migrantes, la trata de seres humanos y campos de fresa de Huelva, dicembre 2012, progetto  nanziato dall’Agencia andaluza de cooperación internacional (Aacid) per la ong Mujeres en zona de con icto (Mzc), con la collaborazione dell’Università di Huelva. 

[6] Autrice di uno dei saggi del libro Migration and Agriculture: Mobility and Change in the Mediterranean Area, a cura di Alessandra Corrado, Carlos de Castro, Domenico Perrotta, collana "Routledge", ISS Studies in Rural Livelihoods, Taylor and Francis LTd, 2016, Uk.

Estratto da Stefania Prandi, Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo, Settenove, 2018 per gentile concessione dell'autrice e dell'editrice.