Opinioni

Il tentativo, durante la 70esima sessione della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne a New York, di ripensare il modo in cui si fa riferimento alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne e al genere è un chiaro segnale di come, a livello internazionale, la partita della parità si gioca sul terreno dei diritti e del linguaggio

La parità passa 
dalle parole

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Csw70
Credits Unsplash/step washi

Ogni marzo si svolge a New York la Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (Commission on the status of women, Csw), il vertice delle Nazioni Unite dedicato ai diritti delle donne e alla giustizia di genere. Per due settimane, stati membri, missioni diplomatiche e società civile provenienti da tutto il mondo convergono per seguirne i lavori. Ogni sessione annuale si concentra su un tema prioritario e su questo vengono negoziate le cosiddette Agreed Conclusions, il documento finale che stabilisce e conferma standard internazionali e raccomandazioni politiche per promuovere globalmente l'uguaglianza di genere. 

Dal 9 al 19 marzo 2026 si è svolta la 70esima sessione, il cui tema era garantire e rafforzare l'accesso alla giustizia per tutte le donne e le ragazze, anche promuovendo sistemi giuridici inclusivi ed equi, eliminando leggi, politiche e pratiche discriminatorie e affrontando gli ostacoli strutturali (Ensuring and strengthening access to justice for all women and girls, including by promoting inclusive and equitable legal systems, eliminating discriminatory laws, policies, and practices, and addressing structural barriers). 

Nonostante l’uguaglianza di genere sia un obiettivo riconosciuto e trasversale al raggiungimento dello sviluppo sostenibile, secondo l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, i risultati sono ben lontani dall’essere raggiunti e possiamo osservare gravi forme di discriminazione, subalternità e violenze in tutti i paesi, nessuno escluso. Inoltre, le cosiddette questioni di genere rappresentano ormai da qualche anno un ambito altamente controverso per molti governi, che tendono a ricondurre definizioni e politiche alla sovranità nazionale. Le priorità dei vari stati differiscono quindi ampiamente e i negoziati, che quest’anno hanno preceduto l’apertura della Csw, sono stati particolarmente tesi e complessi. Le delegazioni governative hanno discusso intensamente l’interpretazione e l’approvazione di un linguaggio Onu già consolidato nel corso degli anni, evidenziando non solo differenti visioni politiche, ma anche come e dove si giochino oggi le battaglie per la democrazia e la garanzia dei diritti umani.

Le tensioni erano pertanto evidenti già prima dell’apertura ufficiale della sessione. I negoziati sono infatti una vera e propria battaglia sul linguaggio, in cui ogni formulazione rinvia a equilibri politici e concezioni contrastanti dell’ordine internazionale. Non si tratta semplicemente di lessico, ma di definizioni che delineano i diritti, quali soggetti vengono riconosciuti, quali pratiche vengono legittimate, quali obblighi e impegni hanno gli stati, quindi anche dove si annidano le violazioni. In tale contesto è fondamentale ricordare che, solitamente, le negoziazioni si svolgono durante le due settimane di lavori, consentendo alla società civile di seguire in tempo reale il processo e contribuire con le proprie istanze. La loro anticipazione e il tentativo di adottare un documento finale sin dal primo giorno della Csw è stato un esplicito tentativo di limitare la possibilità delle organizzazioni di donne e femministe di intervenire, relazionarsi in presenza con delegazioni e funzionarie, e incidere quindi sul processo negoziale. Si tratta di un restringimento concreto degli spazi di partecipazione quando, nel corso dei decenni, l’attivismo femminista transnazionale ha contribuito a trasformare le arene Onu – dalle Conferenze mondiali alla Commission on the Status of Women – in spazi di democrazia e costruzione di nuove prospettive politiche.

A ciò si aggiunge un elemento senza precedenti: per la prima volta nella storia della Commissione, le Agreed Conclusions sono state adottate tramite voto e non per consenso. Il testo era già fragile sin dalla prima bozza ed è stato progressivamente indebolito da diversi stati membri. In prima linea ci sono stati Russia, Stati Uniti, Egitto e Argentina, che hanno cercato di ridimensionare linguaggi e diritti consolidati negli ultimi trent’anni. Alla fine, il documento è stato adottato con 37 voti favorevoli e 6 astensioni, mentre gli Stati Uniti sono rimasti gli unici a votare contro. 

Questo passaggio segna una rottura significativa rispetto alla prassi della Csw e rende visibile una frattura politica che negli anni precedenti era rimasta in parte contenuta all’interno del processo consensuale. L’isolamento degli Stati Uniti nel momento decisivo è comunque significativo poiché, dopo aver tentato di rinviare, ritirare o modificare sostanzialmente il testo attraverso una serie di emendamenti, le loro posizioni non hanno trovato largo appoggio. Le obiezioni si sono concentrate su quelli definiti “temi sociali controversi”, includendo il rifiuto di formulazioni relative alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi, la critica a impegni considerati “ambigui” e la contestazione del linguaggio sul genere. 

Non si è trattato solo di divergenze su singoli passaggi, ma di una messa in discussione più ampia dell’architettura normativa costruita negli ultimi decenni. In questo quadro si inserisce anche il tentativo di ridefinire il termine “genere” attraverso il richiamo alla Dichiarazione di Pechino. Una proposta avanzata nella fase finale del processo che ha mirato a introdurre un’interpretazione restrittiva del concetto, fondata su una lettura selettiva dell’allegato IV del rapporto della Conferenza del 1995. Tale interpretazione è stata ampiamente contestata, poiché l’allegato citato non costituisce linguaggio negoziato né concordato formalmente dagli stati, ma riflette discussioni informali prive di valore normativo vincolante. Attribuirgli una funzione definitoria equivale quindi a una reinterpretazione retroattiva del significato degli accordi internazionali e, più in generale, a un tentativo di riscrivere retrospettivamente standard condivisi. 

La portata di questo tentativo segnala come ci sia in atto uno sforzo coordinato di riscrivere concetti e visioni consolidate attraverso un uso selettivo e strumentale dei testi esistenti. In questo senso, il conflitto non riguarda soltanto il contenuto delle norme, ma anche le modalità attraverso cui vengono definite, interpretate e, potenzialmente, trasformate nel tempo. Non è un caso che tali iniziative siano state avanzate anche al di fuori del processo negoziale principale, sollevando interrogativi sulla tenuta delle pratiche multilaterali basate sul negoziato e sul consenso e sul rischio di una loro progressiva erosione. L’introduzione di proposte in fasi avanzate del processo, dopo il rigetto nel negoziato formale, segnala un attacco e segna una direzione verso modalità unilaterali e conflittuali.

Se, da un lato, è rilevante che una larga maggioranza di stati abbia respinto questi tentativi, dall’altro il passaggio dal consenso al voto evidenzia quanto gli impegni sull’uguaglianza di genere siano oggi profondamente contestati e quanto il terreno internazionale sia attraversato da ostilità sempre più esplicite.

Allo stesso tempo, l’ampio sostegno ottenuto dal testo finale indica che, pur in un contesto di forte polarizzazione, esiste ancora una maggioranza di stati disposta a difendere – almeno quest’anno – quanto costruito negli ultimi decenni.

Alcuni elementi del testo finale sono da accogliere con favore. I riferimenti alla salute sessuale e ai diritti riproduttivi che restano diluiti ma presenti, così come il riconoscimento delle molteplici e intersezionali forme di discriminazione. Il documento mantiene inoltre un linguaggio significativo sulla prevenzione e risposta alla violenza di genere e sull’importanza di servizi centrati sulle persone sopravvissute, oltre a includere riferimenti al rafforzamento dell’accesso alla giustizia, anche in ambiti come il lavoro, i sistemi di cura e i servizi pubblici. 

Allo stesso tempo, ci sono lacune rilevanti: la definizione completa di “salute e diritti sessuali e riproduttivi” non è presente nel testo e non vi sono riferimenti a concetti concordati relativi all’autonomia corporea. Inoltre, tali diritti sono sganciati dal tema prioritario, eliminando il riferimento alla responsabilità dei sistemi di giustizia nel prevenire e affrontare le relative violazioni. È altrettanto grave l’omissione della violenza sessuale legata ai conflitti, nonostante le donne e le ragazze in contesti di emergenza affrontino rischi elevati e barriere sostanziali nell’accesso alla giustizia.

Non bisogna poi dimenticare che la Csw70 si è svolta in un contesto di crescente tensione geopolitica ma anche di rafforzamento dei movimenti anti-diritti, sempre più organizzati, professionalizzati e presenti negli spazi istituzionali, in alleanza con governi conservatori e di destra. Queste dinamiche hanno inciso direttamente sul processo negoziale, riflettendo trasformazioni più ampie che attraversano il sistema multilaterale nel suo complesso. La presenza di eventi, attori e organizzazioni anti-gender, contro l’aborto e contro i relativi diritti cresce di anno in anno trovando spazio nei contesti ufficiali e nei linguaggi proposti in sede negoziale dai paesi sopracitati.

La Csw70 non è un episodio, ma un indicatore delle trasformazioni in corso. Il passaggio dal consenso al voto, il tentativo di ridefinire concetti chiave e l’indebolimento selettivo del linguaggio mostrano come la giustizia di genere si giochi sempre più nelle pratiche della negoziazione, piuttosto che in un terreno normativo stabilizzato. In questo senso rappresenta un punto di osservazione privilegiato per leggere anche quanto sta avvenendo nel processo di riforma denominato UN80. Le tensioni emerse durante i negoziati – insieme alla crescente marginalizzazione della società civile – mostrano chiaramente che le trasformazioni istituzionali non sono mai neutrali. Al contrario, ridefiniscono concretamente chi può partecipare, quali istanze trovano spazio e quali standard normativi vengono mantenuti, indeboliti o progressivamente svuotati.

È proprio in questo spazio che l’azione delle reti femministe transnazionali assume una funzione democratica, contribuendo a mantenere aperto il confronto multilaterale e a contrastare processi di progressiva chiusura. In un contesto segnato da una crescente asimmetria tra attori anti-diritti altamente organizzati e reti progressiste spesso più frammentate, la presenza costante, il lavoro sul linguaggio e la costruzione di alleanze diventano elementi cruciali per la difesa degli standard esistenti. Alla luce di ciò, la riforma dell’Onu non può essere letta come mero aggiustamento tecnico, poiché pone questioni fondamentali su chi definisce le regole del sistema multilaterale, quali diritti vengono considerati negoziabili e quali invece restano vincolanti.

La questione non riguarda soltanto quali strutture verranno riformate, ma quali voci continueranno a essere ascoltate e quali standard normativi verranno mantenuti o progressivamente svuotati. In ultima analisi, ciò che è in gioco non è soltanto il contenuto delle politiche di genere, ma la stessa tenuta democratica sul piano nazionale e internazionale.