Articolofinanza pubblica

Perché la Grecia
non è un caso a parte

Dopo due elezioni, la Grecia resta nell'incertezza. Gli schieramenti pro e contro le riforme ripetono il copione già visto: aggrappati all'amico/nemico esterno, non analizzano le responsabilità interne. Mentre recessione e austerity hanno già disossato il settore privato, mettendo in difficoltà le famiglie e in crisi il welfare informale

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Spesso le donne italiane, soprattutto quelle sposate, escono dal mercato del lavoro e non tornano più. Colpa anche di un sistema dei benefici sociali disincentivante. Ecco cosa succederebbe se al posto degli assegni familiari introducessimo un sistema di crediti d'imposta premiante per le famiglie a basso reddito con due percettori

L'Ue aveva un dilemma morale: aiutare l'isola in dissesto, dopo che è stata la porta d'ingresso dei capitali illegali in Europa? L'ha risolto nel peggiore dei modi, tradendo la fiducia. Che di un sistema monetario è la risorsa più importante; ma anche la più fragile. E adesso?

Un'altra manovra di tagli e tasse aggraverebbe la spirale recessiva. Invece di contendersi con tutti i mezzi il poco che c'è, bisogna lavorare per creare nuovo reddito e lavoro. Con vari strumenti, tra i quali anche uno che protegga e promuova il risparmio: dai titoli tossici ai bond per famiglie

La tassazione differenziata per genere, nonostante i suoi aspetti promettenti, potrebbe essere difficilmente accettabile soprattutto per il suo carattere “discriminatorio”. Esistono altre politiche di natura universalistica che possano ottenere effetti simili per le donne e benefici anche per l’intera popolazione? Proponiamo qui un esercizio di simulazione

Lo scenario post-elettorale

Due anni dopo il primo salvataggio della Grecia e il protocollo d’intesa che lo ha accompagnato, è stato necessario un secondo salvataggio, i prestiti privati sono stati tagliati del 75% e ci si prepara per un terzo possibile, più piccolo salvataggio. Tutto ciò si è tradotto in uno sconquasso del sistema politico. Con due tornate elettorali in rapida successione, quel che prima, nelle elezioni di maggio, è apparso il crollo del sistema bipolare, a giugno è diventato  un cambio della guardia, con un revival del sistema bipolare e un passaggio di mano a sinistra. Il Pasok (il movimento socialista panellenico, n.d.r.) è crollato dal 42% del 2009 al 12% nel 2012. Viceversa Syriza, una larga alleanza simile ai movimenti no-global, è stata catapultata dal 4% del voto nel 2009 al 28% di giugno 2012.  Syriza ha fatto opposizione contro tutto ciò che fosse collegato con il bailout e il programma di riforma. Cosa che è stata premiata alle urne, poiché ampi gruppi che si sentivano minacciati dalle riforme hanno trasferito il loro voto dal Pasok a Syriza (resta da vedere se il trasferimento è permanente o quei voti possono tornare indietro).

L’argomento politico principale, per come veniva presentato e capito dai media, erano le condizioni del salvataggio rispecchiate nel protocollo d'intesa (Mou: memorandum of understanding, ndt), dunque pro o contro di esso. E poiché il Mou è la condizione necessaria per continuare a ricevere i fondi europei, il centro-destra lo considerava un equivalente del pro o contro l’Europa. Tuttavia, date le caratteristiche della nuova mappa elettorale, probabilmente è più utile pensare che la linea di demarcazione è quella tra riforme e non riforme. Da questo punto di vista, la disintegrazione del Pasok può essere spiegata con il fatto che si è fatto carico del programma di riforma, ma lo ha giustificato semplicemente sostenendo che era dovuto a una pressione esterna. Si è rifiutato fermamente di fare proprio il programma di riforma, o di giustificare i suoi provvedimenti con argomentazioni interne al paese.

Così a partire da questa estate, la situazione politica risulterà estremamente polarizzata tra due attori: all’opposizione ci sarà un blocco profondamente ostile alle riforme, considerate una violazione dell’indipendenza nazionale. Una loro caratteristica fondamentale è che biasimano la grande recessione e tutti i problemi economici e sociali solo in quanto frutto di influenze esterne, mentre promettono  che si possa tornare alla situazione del 2009. Dall'altra parte, c'è la coalizione dei partiti di governo, il cui obiettivo principale è rimanere nell’euro, con la consapevolezza (riluttante) che il prezzo da pagare è il programma di riforme chiesto dai creditori. Il programma di governo è quello di tentare di negoziare con i creditori un pacchetto di riforme quanto più limitato possibile, per rimanere aggrappati alla moneta unica.

Di conseguenza, la linea di demarcazione politica passa tra le forze che vorrebbero respingere tutte le riforme e il gruppo di coloro che accettano di farle, ma solo per lo stretto necessario. Tutto ciò può essere interpretato come il risultato del fatto che, negli ultimi anni, la politica interna ha discusso molto poco delle cause sottostanti alla quasi bancarotta greca. La bancarotta viene presentata come l’equivalente della catastrofe nazionale, e c’è poca consapevolezza, al di là della retorica, del meccanismo che ha reso il bailout inevitabile.

Tutto ciò è in contrasto tagliente con l’analisi proposta dalla Troika (Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e Banca Centrale Europea, n.d.r.) e che caratterizzerà la discussione esterna sulla crisi greca. All’esterno, dal punto di vista dei creditori ufficiali, le riforme interne sono considerate l’unico antidoto ai continui e crescenti finanziamenti e pacchetti di salvataggio. Questa posizione (al di là dell’eventuale merito oggettivo) è dettata dalla necessità di differenziare la Grecia da altri paesi dell’eurozona in difficoltà finanziarie, specialmente i possibili candidati futuri di altri salvataggi (come la Spagna e l'Italia). Allo stesso modo, la mancanza di riforme è considerata, dal punto di vista dei creditori (Troika) come una giustificazione dei fallimenti dei precedenti salvataggi e una prova della necessità di ulteriori azioni correttive. Perciò la Troika propone il dogma dell’eccezionalità greca per esorcizzare la paura del contagio dei paesi del Mediterraneo. Ma il ritardo nell’attuare un programma di riforme costituisce una differenza di grado, e non di sostanza; per rafforzare la sua posizione, la Troika dovrebbe mettere in evidenza altre caratteristiche esclusivamente greche, come le difficoltà a implementare le misure concordate e altri errori da parte del governo. Caratteristiche che ulteriormente distinguerebbero la posizione greca in caso di una nuova iniziativa nell’area Euro. Ma qualunque cosa accada in Europa, la Troika molto difficilmente sarà d’accordo sul fatto che un'iniezione di domanda dall'esterno possa costituire un’alternativa alle riforme interne (come molti in Grecia sembrano credere).

La partita nei prossimi mesi verrà giocata tra i seguenti attori: da un lato, la Ue e la Troika, che fanno pressioni per riforme più ampie e una loro effettiva realizzazione; dall’altro lato il fronte interno, che tenterà di placare l’opinione pubblica con concessioni ai gruppi di pressione più rumorosi e arroccati nelle loro posizioni. Ad ogni modo, per poter negoziare qualcosa, il nuovo governo greco dovrà mostrare di essere capace di attuare gli accordi sulle misure previste e ripristinare le funzioni statali di base dopo quattro mesi di una sorta di ibernazione elettorale.

L’economia

Mentre la tensione si è concentrata sul tentativo, largamente fallimentare, di ridimensionare il settore pubblico (che incide per ben oltre il 50% del Pil), la recessione ha danneggiato in modo particolare il settore privato. Ciò è avvenuto non tanto per l’austerità e la finanza pubblica, ma per la drastica contrazione della liquidità. La revisione dei conti nazionali mostra che di fatto la recessione ha anticipato gli effetti dell'austerità di due anni  (cioè dal 2008). L’incertezza perenne ha poi esacerbato tutto ciò, con la fuga di capitali che ricorda gli assalti agli sportelli. L’insicurezza ha significato che il 50% delle banconote in circolazione sono state depositate in conti infruttiferi (della Banca Nazionale), poiché le famiglie tendevano a ritirare i loro risparmi per mettersi al riparo dall’uscita dall’euro.

Questo si è tradotto in un maggiore e crescente deterioramento dell'occupazione, centrato esclusivamente nel settore privato. Nonostante alcune discussioni e l’obiettivo dichiarato di ridurre la quota che lo Stato spende in stipendi, le imprese statali e il settore pubblico sono  ancora immuni dalla disoccupazione, visto che finora i tagli si sono concentrati sugli sprechi (e sono stati accelerati da condizioni sulle pensioni che ricordano i baby pensionamenti). Di conseguenza nel privato si rischia un tasso di disoccupazione dell’ordine del 40% (calcolato sul numero di lavoratori che corrono un rischio reale di perdere il lavoro, dunque escludendo gli impiegati del settore pubblico). Se quest’estate il settore turistico dovesse ottenere risultati negativi, probabilmente la situazione ne risulterebbe ancor più esacerbata. L’incertezza politica e monetaria vanno a sommarsi alla cupezza del quadro generale.

Gli sviluppi della situazione dell'eurozona avranno probabilmente un effetto indiretto sulla Grecia, a livello macroecomico. Prendiamo gli eurobond: la Grecia al momento riceve nell’ambito del bailout crediti a tassi di interesse minori di qualsiasi tasso possibile per gli eurobond, motivo per cui la loro introduzione non produrrà nessun beneficio diretto per la Grecia. D’altra parte, la situazione del sistema creditizio sarebbe senza dubbio facilitata da un'inflazione crescente, e di sicuro sarebbero di aiuto esportazioni più vitali e una maggiore spesa da parte dei turisti.

 Implicazioni di genere

Le conseguenze da un punto di vista di genere, sono determinate da due fattori. Il primo è la liquidità, con i suoi effetti sulle piccole aziende (familiari). L’economia a carattere familiare ha mostrato di reggere abbastanza bene ai colpi, ma a costo di pesare sulle finanze delle famiglie stesse. Su di esse ha gravato la pressione per finanziare l'aumento di spesa pubblica. Data l’impossibilità da parte dello Stato di concedere prestiti, il mantenimento di un settore statale ampio e la riluttanza a riformarlo si traduce in un carico fiscale maggiore sulle imprese familiari.

Il secondo fattore è la disoccupazione. Con l’aumento della disoccupazione tra i maschi breadwinners, le donne e altri membri della famiglia hanno intensificato la ricerca di entrate familiari supplementari. Ma la loro ricerca è messa in difficoltà dalla diminuzione delle offerte di lavoro a causa dei problemi delle piccole aziende. Nel 2011 il turismo ha compensato, per una metà dell’anno, alimentato dall’instabilità nel Mediterraneo; le prospettive per il 2012 finora sono deludenti. L’epoca del settore pubblico che assorbe l’ingresso di nuovi lavoratori nel mercato del lavoro è più o meno chiusa. Perciò la disoccupazione si sta diffondendo nella classe media.

Questi due fattori stanno intaccando le economie della famiglia e il suo ruolo di fornitore di servizi e protezione sociale (il welfare informale). La famiglia e le sue finanze sono schiacciate direttamente dall’austerity, e indirettamente dal problema della liquidità. È improbabile che le famiglie possano beneficiare di una rinegoziazione del pacchetto di salvataggio, dato che questa sarà tutta concentrata sul rinviare le riforme del settore pubblico. Sul fronte della liquidità, il sollievo ci sarà solo una volta che verrà definitivamente risolta l’incertezza di fondo sul fatto che la Grecia continui a restare nell'euro. Una coalizione di governo debole, a confronto con un’opposizione montante, contribuiranno ad aumentare l’incertezza, invece che contenerla. Perciò nonostante la formazione di un governo credibile sia un passo nella giusta direzione, l’incertezza rimane ancora molto alta. Cosa che verrà risolta solo se le questioni sottostanti vengono portate in superficie e discusse per trovare poi risposte convincenti. Di conseguenza, la crisi greca continuerà a dipanarsi, anche perché sulla scena europea nuovi atti si sono aggiunti al dramma.

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