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Perché le quote di genere
fanno bene all’economia

Foto: Unsplash/ CoWomen

Da qualche settimana si è riaperto il dibattito pubblico sulla legge relativa alle quote di genere nei Consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa. Cosa dicono i dati, al di là delle opinioni

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Nei giorni scorsi il professor Alessandro De Nicola ha affermato, in un articolo su Repubblica, che le quote di genere nei CdA delle società quotate in borsa, previste dalla legge 120 del 2011 (Legge “Golfo”, dal nome della prima firmataria della proposta di legge), non gli sembrano uno strumento convincente.

La legge dispone che per favorire un maggiore equilibrio di genere nei board delle società quotate in borsa almeno un terzo dei posti del consiglio di amministrazione sia riservato alle donne. Le misure di riserva di quote sono, in linea di principio, presenti nei sistemi sociali in cui meccanica del mercato del lavoro, limitato sviluppo dei sistemi di welfare a sostegno della famiglia e condizioni culturali non favorevoli riducano le opportunità di partecipazione delle donne alla vita pubblica, generando, nei fatti, una discriminazione di genere.

A seguito dell’articolo di De Nicola si è aperto un dibattito pubblico in cui la professoressa Chiara Saraceno, studiosa delle tematiche legate al genere, ha presentato il proprio contributo, sostenendo che la ratio della legge preveda l’obbligatorietà di una politica di quote per il genere meno rappresentato, e che essa risulterebbe utile anche laddove, in uno scenario ipotetico, fossero gli uomini a dover invocare le “quote blu”, come strumento di garanzia per il riequilibrio a favore di minoranze.

Come viene valutata la politica delle quote nell’ambito della letteratura scientifica? Quali analisi di impatto sono state avanzate dagli studiosi che nel mondo hanno dedicato le proprie analisi al tema?

Le ricerche internazionali condotte da McKinsey[1] evidenziano un rapporto positivo tra performance aziendali e diversità di genere. In termini econometrici sono state esaminate variabili quali i ricavi totali, gli utili al lordo degli interessi e delle imposte, e i rendimenti sul capitale. I dati esaminati provengono da 366 aziende pubbliche e industrie del Canada, dell’America Latina, de Regno Unito e degli Stati Uniti. In termini di equa rappresentanza di genere è emerso che:

nel panorama complessivo degli Stati esaminati, le aziende nel quartile superiore per la diversità di genere hanno presentato il 15 per cento in più probabilità di ottenere rendimenti finanziari superiori alle rispettive mediane nazionali dell'industria

nel Regno Unito, una maggiore diversità di genere nell'alta dirigenza corrispondeva al più alto miglioramento delle prestazioni nel set di dati di performance aziendale analizzati.

E se volgiamo lo sguardo alla situazione in Italia?

L’impatto della legge 120 del 2011 è stata oggetto di una prima, accurata analisi scientifica degli esiti prodotti, con una ricerca pubblicata nel 2018 sul Quaderno di Finanza della Commissione Nazionale per la Società e la borsa (Consob). L’analisi scientifica, a cura di Giovanni S.F. Bruno, Angela Ciavarella e Nadia Linciano ha posto in luce, in un raffronto tra la situazione precedente e successiva all’ingresso in vigore della legge 120/2011, i due ordini di effetti sulle società quotate in borsa.

Il primo è di tipo sociologico, con l’introduzione di una maggiore diversità nella composizione dei board: grazie all’ingresso delle donne è stato possibile registrare un’età media più bassa, un livello di istruzione superiore, una provenienza da ambienti formativi e professionali maggiormente diversificati. Nel discorso pubblico il tema ha ricevuto inoltre, una certa attenzione, stimolando pratiche di trasparenza e incrementando la meritocrazia nelle scelte dei componenti dei board.

Il secondo ordine di effetti rilevato dalla ricerca Consob riguarda il miglioramento della performance, valutata in termini econometrici; se le società quotate presentano una massa critica sufficiente di donne nei CdA, ottengono, dati alla mano, risultati economici migliori.

Questo secondo elemento, a nostro avviso, dovrebbe attirare l’attenzione dei detrattori delle “quote rosa” – che sarebbe meglio, secondo le indicazioni di Saraceno, chiamare una volta e per sempre “quote di genere”.

Può disturbare qualcuno l’approccio pedagogico di educazione alla differenza, presente nella politica di quote di genere nei board; disturbano sicuramente meno gli shareholders gli esiti economici favorevoli garantiti dalla presenza di un numero maggiore di donne negli snodi decisionali aziendali. Il miglioramento della performance delle aziende analizzate, grazie alla mole dei dati presentati nel report di Consob, dovrebbe risultare convincente per chi vuole il bene dell’economia, anche laddove non si curi della rappresentatività delle componenti sociali nelle organizzazioni economiche.

Concludendo, le quote di genere poste per legge costituiscono una risposta di stato – misurata in termini di migliore impatto sociale ed economico rispetto alla condizione precedente di assenza di azioni positive – a un funzionamento sub-ottimale di un mercato abituato a guardarsi attraverso la lente del capitalismo tradizionale, con una presenza maschile preponderante, ove non esclusiva nei centri decisionali. Un modello che non ha più né rappresentatività sociale, né efficacia economica e che ha, negli effetti della legge 120 del 2011, beneficiato dell’intervento statale a favore delle quote di genere.

Note

[1] McKinsey 2007, 2010-2013

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