Articolopioniere - politica

Pioniere. Eleanor Roosevelt,
il mondo visto da una first lady

Foto: Unsplash/ CHAN Y

Se oggi quello della first lady è un ruolo politico dotato di una sua propria autonomia e specificità, lo si deve anche e soprattutto a Eleanor Roosevelt, che prima di rappresentare il presidente, imparò a rappresentare se stessa

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Nel 2017 ricorre il 55esimo anno dalla morte di Eleanor Roosevelt (1884-1962), una delle figure più amate dall’opinione pubblica statunitense e fra le pochissime donne incluse nel Pantheon nazionale.

Sembrano pochissimi i punti di contatto fra Eleanor Roosevelt, una delle voci più autorevoli del liberalismo progressista statunitense del Novecento, e l'amministrazione inaugurata quest'anno, espressione della destra populista e del risentimento di un elettorato per lo più bianco e maschile. Tuttavia, se Melania Trump o la stessa Ivanka possono essere considerate interessanti anche dal punto di vista politico, e non solo oggetto di un’analisi di costume, lo si deve anche (seppure non soltanto) ad Eleanor Roosevelt che, per la prima volta, rese il ruolo di first lady visibile e politicamente significativo. 

Con Eleanor, infatti, il ruolo di first lady muta radicalmente di significato, sebbene, fin dall’inizio della storia presidenziale, esso fosse qualcosa di più che un appellativo per la moglie del presidente; peraltro il termine first lady entra nel linguaggio politico relativamente tardi, a partire dagli inizi del Novecento. L’espressione rimandava all’espletazione di compiti e funzioni diverse e diversamente articolate a seconda dei contesti storici e della personalità delle varie consorti presidenziali – social hostess, consigliere, confidenti speciali, ma anche compiti di rappresentanza in caso di delega del presidente nelle sue funzioni di capo dello stato. Era stato George Washington a introdurre una prassi seguita successivamente, delegando la moglie, Martha, a svolgere una funzione cerimoniale in sua vece e a permettere un processo di istituzionalizzazione che non ha precedenti nel contesto europeo.

La first lady è considerata ormai, come negli anni ’90 del Novecento si espresse la corte d’appello distrettuale del District of Columbia, un “de facto officer”, il cui raggio d’azione è in parte, al pari di quello dei consiglieri più stretti del White House Office, determinato dalle strategie, specie comunicative, del presidente e in parte conseguenza del delicato equilibrio interno a una coppia, come i coniugi Underwood di House of Cards hanno ormai ben illustrato. Prima di tutto è comunque una partner politica. Prima di diventare first lady, è stata una “political wife”, le cui azioni e comportamenti erano state declinate - con un ruolo più o meno attivo a seconda delle personalità - in funzione delle strategie della campagna elettorale. 

Foto: Flickr/Kheel CenterCon Eleanor la funzione di first lady assume un rilievo pubblico e politico, non solo come espressione e voce del presidente, ma come un “pulpito” parallelo, portatore di istanze e obiettivi propri. Eleanor portò avanti obiettivi che rispondevano alla sua visione politica, anche se in alcuni casi essi non necessariamente collimavano con quelli dell’amministrazione. L’uso sapiente dei media, poi, favorì l’emergere di Eleanor come figura pubblica, pur dovendo esercitarsi in un non sempre facile lavoro di equilibrismo per conciliare il suo attivismo politico con la necessità di non proporsi come soggetto politico vero e proprio (“nessuno l’ha eletta” era una delle obiezioni più comuni provenienti dall’opposizione conservatrice). Questo è stato possibile perché Eleanor Roosevelt non “nacque” politicamente quando divenne first lady, nel 1933, a seguito dell’elezione di Franklin Delano Roosevelt alla presidenza.

La sua formazione politica risale quanto meno agli anni della prima guerra mondiale, quando si distaccò progressivamente dal ruolo di “political wife” che aveva rivestito fino ad allora, collaborando alla carriera politica di Franklin prima senatore statale di New York, poi viceministro della Marina nel governo di Woodrow Wilson. Il percorso formativo e l’attivismo di Eleanor – molteplice, ricchissimo e complesso, difficile da sintetizzare in poche righe  si strutturò lungo le linee dell’associazionismo progressista femminile e in particolare dei women’s club newyorkesi, e poi dei gruppi pacifisti, tradizionalmente nonpartisan. Tuttavia, – e questo rappresenta un suo tratto peculiare – fu attiva anche all’interno del partito democratico, a favore di una maggiore rappresentanza e visibilità delle donne, fino a raggiungere ruoli significativi, come quando, nel 1928, fu tra coloro che diresse la campagna nazionale del primo candidato cattolico, il democratico Al Smith.

Nel 1933, quindi, l’opinione pubblica si interrogava sul modo in cui Eleanor Roosevelt avrebbe interpretato il nuovo ruolo di first lady proprio in virtù della sua complessa figura di attivista, militante e lavoratrice (insegnava in un istituto femminile di New York). Il raggio della sua azione come first lady fu amplissimo e toccava le questioni per cui da anni si stava impegnando: diritti sociali e politici delle donne, diritti sindacali, lotta alla povertà, attenzione ai giovani e sempre di più, seppure in modo contraddittorio, diritti degli afro-americani e delle minoranze in genere.

"Franklin il politico, Eleanor l’agitatrice" è stata la definizione che uno studioso e amico di Eleanor, Joseph Lash, introdusse per mettere in luce il ruolo di "coscienza" del New Deal che la first lady ricoprì all’interno del più grande esperimento politico della storia statunitense. Con l’approssimarsi della guerra e con il dispiegarsi della persecuzione nazista nei confronti degli ebrei, Eleanor si battè, anche contro le resistenze presenti nel Dipartimento di Stato, a favore dei rifugiati e della modifica delle norme di accesso per gli immigrati, in modo da permettere l’ingresso dei perseguitati, ebrei e politici, negli Stati Uniti.

Nel contesto di uno scenario internazionale carico di tensioni e di minacce per il pericolo nazi-fascista, maturò, però, un mutamento delle sue posizioni rispetto a quelle più rigidamente pacifiste del passato e che l’avevano vista protagonista, per fare un esempio, della battaglia, persa, a favore dell’ingresso degli Stati Uniti nella Corte internazionale di Giustizia (la cosiddetta World Court).

Sarebbe sbagliato, tuttavia, valutare l’azione di Eleanor solo come impegno morale e coscienza etica. Eleanor Roosevelt, nipote del presidente Theodore Roosevelt, aveva respirato l’aria della politica fin dalla nascita. Agiva tenendo ben presente gli obblighi istituzionali e le costrizioni della lotta politica. Pur essendo bersaglio preferito dell’opposizione conservatrice per la sua visibilità e per le sue battaglie, specie sul tema delle discriminazioni razziali, fu ben consapevole della necessità di non superare quei limiti che avrebbero finito per mettere in pericolo lo sforzo riformatore del New Deal. Questo implicava anche una certa dose di ambiguità e contraddizione nelle sue posizioni per la necessità di conciliare la sua visione progressista e ideale con la realtà di una lotta politica estremamente aspra che necessitava di compromessi e negoziazioni. 

Questa sua caratteristica di riuscire a tenere insieme idealismo e realpolitik si ritrova anche in un altro ambito che la vide come una vera e propria pioniera, vale a dire l’azione diplomatica. Non solo per il suo impegno nel movimento pacifista, ma anche e soprattutto per la condivisione della visione rooseveltiana della necessità di ripensare l’ordine internazionale come terreno necessario per salvaguardare le riforme democratiche interne, Eleanor Roosevelt maturò sempre più, a partire dalla metà degli anni Trenta, una convinzione internazionalista come parte integrante della sua visione di democrazia progressista. Anche in questo caso, fu molto più “degli occhi e delle orecchie del presidente”. Franklin Delano, utilizzò come strumento di soft-power, sia sul piano interno, sia su quello internazionale, la crescente fama della moglie per obiettivi di diplomazia pubblica e di creazione del consenso. Negli anni di guerra, Eleanor intraprese una serie di viaggi, i più importanti dei quali furono quelli in Gran Bretagna, nel 1942 – fu la prima volta che una first lady attraversava da sola l’Atlantico- , nel 1943 nel Pacifico e poi ancora, nel 1944, nei Caraibi. Zona, quest’ultima, lontana dal fronte principale della guerra, ma proprio per questo significativa per la volontà del presidente di dimostrare che aveva a cuore tutti i soldati, perché tutti erano necessari per l’ottenimento del risultato finale. 

Per quanto i viaggi fossero classificati “unofficial” o, come in Pacifico, in rappresentanza di organizzazioni umanitarie come la Croce Rossa – per evitare l’accusa dei conservatori che obiettavano circa l’uso di soldi pubblici per interessi personali , appariva evidente all’opinione pubblica che Eleanor rappresentasse sì il presidente, ma soprattutto se stessa. In Gran Bretagna fu lo stesso ministro degli esteri inglese, Anthony Eden, a esprimerlo in modo chiaro: dava il benvenuto alla first lady degli Stati Uniti, ma soprattutto a Eleanor “for herself”. Eleanor divenne quindi espressione di una soft-diplomacy, intesa come riconoscimento dell’importanza del soft-power all’interno della delineazione di una public diplomacy percepita come capacità di proiezione di modelli, stili di vita e valori politici e culturali. Per Franklin Delano, Eleanor costituiva l’immagine migliore per veicolare i valori per i quali si stava combattendo la guerra, e in ultima analisi della democrazia americana, in virtù della sua storia di attivismo e di battaglie sociali e ideali. 

Nella politica interna, così come in quella internazionale, Eleanor, tuttavia, dovette sperimentare come il suo ruolo di first lady e diplomatica la ponesse di fronte a costrizioni e obblighi. Questo fu evidente rispetto alla questione scottante delle tensioni razziali che riguardavano sia i rapporti all’interno dell’esercito americano sia nei riguardi delle popolazioni indigene, come nel caso del Pacifico o dei Caraibi. Non casualmente il ministro della guerra Stimson chiese a Roosevelt di fare pressioni sulla moglie perché non si esprimesse in pubblico sulla segregazione razziale. Stessa cautela doveva essere applicata nei riguardi delle lotte anticoloniali che avrebbero incrinato il rapporto con Churchill. Eleanor dovette accettare di non pronunciare parola pubblica su temi così laceranti, così come evitò, a Londra, di ricevere i leader dei movimenti anticoloniali. Tuttavia, la sua azione, per quanto sottotraccia, non mancò di esprimersi attraverso il sostegno alle diverse associazioni civiche e internazionaliste e la pressione esercitata sia sul presidente sia sul Congresso, per suggerire proposte di legge, introdurre nuove modalità di gestione dei rapporti razziali e promuovere leggi a favore dei veterani di guerra alla fine del conflitto.

Fu solo dopo il 1945 che Eleanor Roosevelt, non più first lady, entrò in modo ufficiale nella politica internazionale, nominata da Harry Truman membro della delegazione ufficiale che doveva partecipare ai lavori della prima sessione dell’assemblea delle Nazioni Unite nel gennaio 1946.

Con la sua azione a favore dei diritti umani, dei rifugiati e del dialogo internazionale, Eleanor Roosevelt divenne “the conscience of the world” o la “First Lady of the World”. E tuttavia, le difficoltà di conciliare public diplomacy e realpolitik continuarono e costellarono la sua azione all’interno delle Nazioni Unite, pur dentro una battaglia per il dialogo internazionale, la pace e il riconoscimento del pluralismo che costituirono i pilastri della sua azione e del suo intervento politico e pubblico.

Questo articolo nasce dall'intervento tenuto da Raffaella Baritono al VII Congresso della Società italiana delle Storiche. 

Riferimenti

Baritono R., "We must have eagle eyes: Eleanor Roosevelt, the United Nations and the World Trips of the 1950s", in Fasce F., Vaudagna M., and Baritono R., eds., Beyond the Nation: Pushing the Boundaries of U.S. History from a Transatlantic Perspective, Turin, Otto editore, 2013, pp.61-89

Baritono R., Eleanor Roosevelt at the United Nations: 'Diplomacy from below' and the search for a new transatlantic dialogue, in "European Journal of American Studies", vol. 12, n. 1, 2017

Caroli B., First ladies, Expanded and updated edition, New York, Oxford University Press, 2003 

Cook B.W., Eleanor Roosevelt, 3 voll. 1992-2017

Fazzi D. e A. Luscombe, eds., Eleanor Roosevelt and Diplomacy in the Public Interest, special issue di "European Journal of American Studies", vol. 12, n. 1, 2017, document 6

Goodwin D.K., No Ordinary Time. Franklin and Eleanor Roosevelt: The Home Front in World War II, New York, Simon & Schuster, 1994

Consigli di lettura

A World Made New: Eleanor Roosevelt and the Universal Declaration of Human Rights di Mary Ann Glendon, Penguin Random House, 2001

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