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Una pistola non rende
una casa più sicura

Foto: Unsplash/ Annie Spratt

In un paese dove il 90% dei femminicidi avviene in famiglia, pensiamo davvero che le armi in casa ci renderanno più sicure?

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Negli ultimi dieci anni in Italia ci sono state 5162 vittime di omicidio. Di queste, 1590, il 31%, sono donne. Significa 150 donne morte ogni anno. Significa una donna morta ogni due giorni. Quasi un quarto di loro è stato ucciso con un’arma da fuoco.

La maggior diffusione delle armi è da alcuni vista come un modo per aumentare la sicurezza personale. Che questo sia vero, soprattutto per le donne, è ancora tutto da dimostrare. 

Degli omicidi di donne nel nostro paese sappiamo molto, e questo ci può aiutare a capirne le dinamiche e ciò che serve o non serve per potenziare la sicurezza personale. 

Sappiamo che le donne in Italia vengono uccise prevalentemente in famiglia. 127 donne negli ultimi dieci anni sono state uccise da uno sconosciuto, la quasi totalità degli omicidi di cui si conosce l’autore, il 90%, avviene, invece, per mano di un familiare, che sia il partner, o l’ex, o un parente. Ad uccidere più degli altri sono proprio i compagni: mariti, fidanzati, conviventi, amanti, sono loro ad ammazzare quasi la metà delle vittime sia italiane, sia straniere.[1]  

I media ci dicono di più. Di questi omicidi sappiamo nomi e cognomi, vediamo immagini del luogo in cui sono avvenuti, conosciamo particolari intimi della relazione tra vittima e autore, dettagli cruenti del modo in cui gli uomini hanno ammazzate le donne. Il marito di Angela, 30 anni, l’ha uccisa vicino alla scuola elementare del figlio. Ha sparato più colpi di pistola alla macchina in cui Angela si trovava con sua madre. Il fidanzato di Noemi, 16 anni, l’ha picchiata, accoltellata alla testa e poi ha nascosto il corpo sotto un cumulo di pietre. Si tratta di uomini che nell’atto di uccidere, a volte premeditano, molto spesso prendono quello che hanno sottomano, un coltello, una pietra, una pistola o stringono forte le mani al collo della compagna, fino a toglierle la vita. 

Anche il Ministero della Giustizia ci dà qualche informazione in più. Da un’analisi dettagliata delle 400 sentenze di omicidio di donne tra il 2012 e il 2016,[2] impariamo che non vengono quasi mai uccise da altre donne, che l’assassino agisce nella quasi totalità dei casi da solo e che il 75% degli omicidi avviene in casa, della vittima, o di entrambi, raramente a casa dell’autore. L’8% degli omicidi avviene per strada. Sono omicidi, quelli in cui la donna è la vittima e l’uomo l’autore, che hanno un profilo “primitivo”, dice il report del Ministero: non si tratta solo di esecuzioni rapide, ma di colluttazioni corpo a corpo, in cui l’autore fa emergere una rabbia inaudita. L’arma più usata è il coltello, anche questo fa parte dell’ambiente domestico, si trova a portata di mano. E con il coltello gli uomini colpiscono ripetutamente, non solo uno o due colpi, ma tanti, reiterati, violenti, per poi soffocare con mani e braccia. Capita altrimenti, che in assenza di coltelli, bastino i pugni, i calci, le testate. O che si usino altri oggetti, quel che c’è a disposizione (martelli, accette, picconi…) spesso fracassando il cranio delle vittime.

Ed è così, che, tornando ai dati del Ministero dell’Interno, vediamo che negli ultimi dieci anni le donne sono state uccise prevalentemente, quasi nella metà dei casi, per armi da taglio o armi improprie, ovvero oggetti, anche di uso comune, usati all’occorrenza per uccidere. E nel 22% dei casi, invece, uccise con armi da fuoco. Non ci si stupisce a pensare che le armi da fuoco siano usate più dagli ex-, ex-partner, ex-marito, ex-convivente, ex-amante che dagli attuali compagni o dagli altri autori. Si tratta di omicidi più meditati, meno improvvisi. Ma anche un quarto dei partner attuali usa le armi da fuoco per uccidere. Si tratta chiaramente o di omicidi premeditati o di omicidi non premeditati commessi da chi aveva a disposizione una pistola o un fucile.

Avere tutte queste informazioni può diventare utile nell’ottica di ridurre il fenomeno e aumentare la sicurezza. Puntare il focus su come Lucio Marzo ha ucciso Noemi, o come Vincenzo Valicenti ha ucciso Angela, è un primo passo e va nella direzione di diffondere una diversa cultura, capace di attribuire correttamente la responsabilità all’autore, senza puntare il faro su ciò che ha fatto o avrebbe potuto fare la vittima. 

Oltre che sul piano culturale è importante agire anche sul piano della prevenzione. Gli uomini uccidono le donne a mani nude, con oggetti di uso comune, ma anche con armi da fuoco. Se per prevenire i primi due casi è necessario lavorare sui modelli culturali, nel caso delle armi, invece, è possibile anche un intervento più diretto per ridurne la diffusione. Cosa succederebbe se “a portata di mano” ci fosse una pistola? 

Da inizio settembre sono diventati meno restrittivi i criteri per detenere armi - con il decreto 104/2018, pubblicato in Gazzetta ufficiale. Non è ancora possibile sapere gli effetti che questo avrà sugli omicidi di donne, ma anche in questo caso abbiamo alcune informazioni. Per quanto sia difficile consultare dati ufficiali sul porto d’armi, è noto che a detenerle sono quasi esclusivamente gli uomini. Le armi da fuoco sono più letali delle altre armi. Uno studio americano, citato dall’Associazione Antigone, che dagli anni ’80 si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale, dimostra che nelle case in cui sono presenti armi da fuoco, il rischio di omicidio aumenta del 41%.[3] La letteratura scientifica conferma, inoltre, che nei paesi in cui le armi da fuoco sono più diffuse, i tassi di omicidio sono maggiori

La strategia di rendere le armi più accessibili, dunque, non gioca né a favore di un modello culturale più paritario, né a favore dell’aumento della sicurezza delle donne. Sostenere le donne che subiscono forme di violenza non letali, sia fisiche, sia psicologiche, anche attraverso la diffusione e il supporto ai centri antiviolenza, incentivare le denunce, garantire la certezza della pena, sono invece alcune delle dimensioni che aumentano il senso di sicurezza. Sul piano culturale, infine, individuare, isolare, modificare i comportamenti violenti, iniziando con il diffondere un’attenzione maggiore alla parità di genere, a gestire in maniera paritaria il rapporto uomo-donna, focalizzando l’attenzione su chi ha un ruolo realmente attivo, l’assassino, o passivo, la vittima, dovrebbero essere obiettivi della comunità, ma anche delle istituzioni. 

Note

[1] Barbagli, Dalla Zuanna, Minello, Indagine su dati del Ministero dell’Interno

[2] Bartolomeo F., Inchiesta con analisi statistica sul femminicidio in Italia, Istat, 2017

[3] Wiebe, D. J., Homicide and suicide risks associated with firearms in the home: A national case-control study, Annals of Emergency Medicine, Volume 41, Issue 6, 2003, pp. 771–782. Nella stessa direzione: Anglemyer A., Horvath T., Rutherford G., The Accessibility of Firearms and Risk for Suicide and Homicide Victimization Among Household Members: A Systematic Review and Meta-analysis, Annals of Internal Medicine 160, 2014, pp. 101–110.