Opinioni

Il "caso Mari" al Premio Strega 2026 è un invito a riflettere sui meccanismi di difesa e autodifesa di molti giornalisti, autori e scrittori, e su noi stesse: perché possiamo iniziare a non scappare e non star zitte quando sentiamo frasi misere, misogine e stereotipate, pronunciate da uomini stimati e stimabili

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Caso Mari Strega
Credits Unsplash/Europeana

È vero, ci sono cose più drammatiche e importanti, nella vita e nel mondo, di un diverbio tra uno scrittore e alcune scrittrici e dei problemi del più famoso premio letterario italiano. Eppure, il “caso Mari” colpisce e fa discutere, e non solo nella bolla chiusa di persone che scrivono di altre persone che scrivono. Quello che mi colpisce è che, sia nella mia personale rete virtuale e fisica che sui giornali italiani, ho visto sfilare a favore di Michele Mari solo persone molto simili a lui: maschi, affermati, e non giovanissimi. Le donne, scrittrici o solo scriventi, sono prevalentemente arrabbiate, e deluse, e battagliere, per la triste conferma, ai vertici più alti, di basse esperienze vissute nella quotidianità. C’è poi un terzo gruppo, gender balanced, che non si pronuncia perché non c’è certezza che Mari abbia detto le frasi contestate, e smentite.

Premessa

Per “caso Mari” intendo il caso apertosi dopo che è stato riferito alla stampa che lo scrittore avesse detto delle frasi, viaggiando a bordo di un pulmino con colleghi e colleghe, che hanno dato luogo a una lite pubblica tra i sedili. Ne è nato un piccolo scandalo, temporaneamente chiuso domenica da una nota della Fondazione Bellonci, che organizza il Premio Strega: il regolamento non prevede espulsioni, e comunque vanno giudicati i libri, non gli autori e le autrici.

Premessa minore

Invece io non parlerò molto dei libri. Sono una lettrice ma non una critica letteraria, di Mari ho letto e riletto Cento poesie d’amore a Ladyhawke (forse perché ero un po’ innamorata all’epoca), ho amato Accabadora ma poco altro di Murgia (e sì, Murgia può anche non piacere a tutte, non è una santina), non mi è vicino lo stile di Teresa Ciabatti (la principale accusatrice di Mari). Ma questo non c’entra niente, era solo per dire che le preferenze letterarie possono non coincidere con le nostre battaglie ideali.

Vengo al dunque. La fallacia dei principali argomenti usati nello schieramento “pro-Mari” e anche nel comunicato del Premio Strega.

Primo argomento

La separazione concettuale e pratica dell’opera dal suo autore. E chi la nega? Ci sono montagne di letteratura su questo, e casi ben più nobili. Ma molto spesso riguardano autori morti, appartenenti a epoche lontane, giudicate con il criterio morale e politico di oggi. Se l’autore, benché padre di capolavoro, fa o dice qualcosa di criticabile, nel presente, la cosa è un po’ diversa: prima di tutto lo possiamo giudicare “tra pari” (viventi), e in secondo luogo risponde di quel che ha detto o fatto. L’opera, se è un capolavoro, resterà tale, o sarà interpretata alla luce degli eventi, non so. Ma l’autore, o l’autrice, sono qui, al centro della scena pubblica in cui il sistema contemporaneo dell'industria editoriale lo/la pone: il famigerato pulmino dello Strega gira l’Italia perché il pubblico vuole incontrare chi scrive, riconoscerlo/a come persona, sentirsi parte dell’evento. Non sto criticando: le piazze culturali sono inflazionate, ma in controtendenza nella penuria di luoghi collettivi e sociali. Lo scrittore e la scrittrice, come corpi e voce, sono in simbiosi fisica delle loro opere. Se, da persone, fanno uno scivolone, è difficile rompere il circuito.

Fuori dall’ambito letterario, e su un tema più grave, ricordo il caso di Dominique Strauss-Kahn. Nel 2011, quanto era direttore generale del Fondo monetario internazionale, fu accusato di violenza sessuale dalla cameriera dell’albergo in cui alloggiava. Si dimise, e la vicenda bloccò chi supportava la sua candidatura ai vertici della Commissione europea. La sua linea, in caso, sarebbe stata più progressista di quelle dei suoi rivali, e forse avrebbe evitato all’Europa un’austerity drammatica. Caso vecchio, e finito con una archiviazione per Dominique Strauss-Kahn (che poi ha avuto altri guai simili). Ma, all’epoca: si poteva e doveva distinguere tra Dominique Strauss-Kahn uomo e Dominique Strauss-Kahn economista-politico? Non credo.

Secondo argomento

“Era una conversazione privata” (variante subordinata: “non si può più dire niente”). Stupisce, fa quasi tenerezza, che nell’era dell’invasività digitale nella nostra vita privata, si reputi una quasi-piazza fisica (un luogo di trasporto collettivo di un gruppo di persone) come una sfera privata. Soprattutto se poi dall'affermazione è nata una discussione che è diventata una lite. Poteva restare chiusa lì, se una delle protagoniste non avesse deciso di renderla pubblica; se ha deciso di farlo, avrà avuto i suoi motivi. Ma non ci sono smentite, tranne quelle del diretto interessato, sul senso delle parole offensive e sessiste dette su Michela Murgia. Quanto alla subordinata del secondo argomento: certo che si può dire tutto, tutti dicono tutto (soprattutto nelle piazze digitali). Ma poi si accettino le critiche, anche pesanti, per quel che si è detto.

Tutto questo non porta a dare un voto alla macchina del Premio Strega, né tantomeno a dare consigli a giurate e giurati – ci penseranno loro, a come separare la persona dall’opera nell’epoca dello scrittore in autopromozione ambulante. Porta a riflettere sui meccanismi di difesa e autodifesa di molti giornalisti, autori e scrittori: forse è un effetto del disorientamento e della crisi di chi sente smottarsi il terreno sotto i piedi (ben descritti, per fare solo due esempi, dalla crisi di Igor rispetto alla carriera della sua compagna Marta, nel romanzo L’idiota di famiglia di Dario Ferrari; o dal personaggio di Jacopo Novelli, fisico che si ritiene vittima di un sopruso accademico femminista e si lancia in pubbliche filippiche misogine, rovinandosi definitivamente la carriera, in Tasmania di Paolo Giordano). 

E porta a riflettere anche su noi stesse: quante volte sentiamo frasi misere, misogine, stereotipate, dette da uomini stimati e stimabili, ma stiamo zitte o usciamo dalla stanza deluse e arrabbiate? Ecco, non scappiamo più.