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Quando c'è la salute...
Chi vive di più, e come

79,4 anni gli uomini, 84,5 le donne. L'Istat conferma la longevità degli italiani, e delle italiane in particolare. Novità: migliora la salute maschile, il gap si riduce. Notizie sul fronte sicurezza: diminuiscono gli omicidi, ma aumenta la violenza sulle donne

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Solitudine e depressione non rappresentano la naturale evoluzione dell'invecchiamento. Lo mostrano bene le differenze tra i paesi dove il welfare funziona meglio e quelli dove le persone sono lasciate sole, e sono soprattutto le donne a soffrire di più

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Gli italiani vivono in media 79,4 anni se uomini e 84,5 se donne, e in Europa li superano soltanto – fra gli uomini – gli svedesi, e fra le donne le francesi e le spagnole. Miracoli dello stile di vita mediterraneo, oppure successo della sanità pubblica che, nonostante le conclamate disfunzioni, è meno inefficace di quanto pensiamo? Ma soprattutto, cosa cambia?

Dal 1992 ad oggi gli uomini hanno guadagnato 5,4 anni di vita media e le donne 3,9. Quindi si riduce il vantaggio femminile, ma si riduce perché tutti stanno un po’ meglio. Il guadagno di sopravvivenza, per il 70-80%, si è realizzato nelle età mature, oltre i 45 anni. Fra le principali cause di morte, i successi contro le malattie del sistema circolatorio hanno portato per tutti un guadagno di 2,1 anni di vita, mentre sul fronte dei tumori maligni gli uomini sono riusciti a guadagnare 1,2 anni di vita e le donne solo 0,6. Dunque minori successi nella lotta ai tumori delle donne.

Il vantaggio delle donne si va progressivamente riducendo, anche perché la maggiore longevità non è accompagnata da un miglioramento di pari entità della qualità della sopravvivenza. Le donne, infatti, più frequentemente e più precocemente rispetto agli uomini sono affette da malattie meno letali - come per esempio artrite, artrosi e osteoporosi - ma più invalidanti. Infatti, a 65 anni un uomo può ancora contare su 5,3 anni di vita in buona salute, mentre per una donna gli anni di vita in buona salute attesi sono solo 4,8.

Non bisogna dimenticare che le disuguaglianze riguardano non solo i soldi, ma prima ancora la vita. I rischi di mortalità sono più elevati per le persone delle classi sociali più basse, soprattutto per le donne. Le 25-64enni con livello di istruzione più basso presentano un rischio di mortalità doppio, rispetto alle coetanee con titolo di studio più elevato (e quindi più ricche, di risorse materiali e culturali). Il vantaggio degli uomini più istruiti è meno rilevante: l’istruzione fa la differenza, per le donne ancor più che per gli uomini.

Gli stranieri sono oltre 3 milioni e mezzo. Non sono più “ospiti temporanei” del nostro Paese, ma si moltiplicano i segni del loro radicamento: metà ha un permesso di soggiorno a tempo indeterminato, ogni anno i matrimoni in cui almeno uno dei due è straniero sono 25 mila (oltre l’11% del totale), quasi uno su cinque dei bambini nati in Italia ha almeno un genitore straniero (dieci volte di più rispetto al 1992). Nel 2010 sono divenuti cittadini italiani, per naturalizzazione o matrimonio, 65.938 stranieri. All’interno di questi casi, è rilevante il numero di acquisizioni di cittadinanza per trasmissione da parte dei genitori ai figli e quelle che interessano i nati in Italia al compimento della maggiore età. Molto significativo che dal 2008 le naturalizzazioni superino le acquisizioni di cittadinanza per matrimonio.

Infine, il Rapporto ridimensiona un po’ l’”allarme sicurezza”, perché gli omicidi diminuiscono in vent’anni dal 2,6 allo 0,9 per 100 mila abitanti. Se le uccisioni nel loro insieme diminuiscono, aumentano i casi in cui la vittima è donna, proprio mentre le donne sempre più vogliono essere padrone delle loro vite.