Dati

Quante donne uccise dalla violenza di genere restano invisibili perché non rientrano nelle categorie usate nelle statistiche? Uno studio dell’Università di Padova mette a confronto due banche dati sui femminicidi in Italia, mostrando come ciò che non viene contato, difficilmente conta nelle politiche pubbliche

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Contare i femminicidi
Credits Unslash/Arturo Esparza

Tre vite. Solo tre. È questa la differenza tra i femminicidi contati da Istat e quelli registrati dall’archivio del movimento femminista Non una di meno nel 2023: 117 contro 120. Una discrepanza apparentemente minima, che però apre una serie di interrogativi. È una differenza trascurabile? Da cosa dipende?

È evidente che qui si apre una questione profonda. Il punto non è "far tornare i conti" ma capire come contiamo e cosa decidiamo di contare.

Fermarsi al totale rischia infatti di essere fuorviante. Le differenze emergono soprattutto quando si guarda alla distribuzione dei casi per relazione tra vittima e autore: partner, ex partner, familiari, conoscenti, sconosciuti, altro. Qui non siamo di fronte a semplici scarti numerici, ma a due modi diversi di osservare la violenza di genere.

Uno studio dell’Università di Padova ha reso confrontabili i dati delle due fonti.[1] Non certo per stabilire quale sia la migliore ma piuttosto per comprendere quali sono le differenze e quali i meccanismi che le determinano.

Due modi di produrre conoscenza

I due sistemi si basano su percorsi di conoscenza diversi. Nella statistica ufficiale italiana i femminicidi vengono stimati a partire dagli omicidi di donne rilevati dal Ministero dell’Interno, utilizzando i dati acquisiti dalla Banca dati delle forze di polizia. Vincolato da definizioni figlie di classificazioni giuridiche, nei report diffusi annualmente il ministero non nomina mai la parola “femminicidio”. Istat, dal canto suo, a partire da questi dati – che quindi rilevano genericamente omicidi di donne – stima – e attenzione, non rileva ma stima – il numero dei femminicidi basandosi sulla relazione tra la vittima e l’assassino. 

Il rapporto tra la donna uccisa e il suo assassino è infatti una delle dimensioni indicate nel quadro statistico per la misurazione degli omicidi di donne e ragazze a sfondo di genere (Statistical framework for measuring the gender-related killing of women and girls) dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc, 2022), documento in cui vengono definite le linee guida per l’individuazione degli omicidi di genere e su cui Istat si basa per la stima dei femminicidi. Ma nello stesso documento la relazione è solo uno degli aspetti che consente di individuare il femminicidio e di distinguerlo da un omicidio con motivazioni diverse da quelle di genere. Tra le altre dimensioni rilevanti, ad esempio, il quadro statistico dell'Onu individua storie di violenze pregresse, la presenza di violenza sessuale, l'impiego della vittima nella sex industry, ecc. Si tratta di elementi che consentono di tracciare le motivazioni di genere e che però nella statistica ufficiale italiana non compaiono. La statistica ufficiale restituisce i dati aggregati, il numero stimato di femminicidi per categoria come risultato di un processo giuridico.

I dati di Non una di meno si generano invece in tutt’altro contesto. Sono un eclatante esempio di controdati (counter-data), dati, cioè, che nascono dal basso, dai movimenti; questi si inseriscono in una tradizione che nasce in America Latina e che prende il nome di data-activism. I dati sono compilati dalle volontarie che setacciano le rassegne stampa nazionali e locali e appuntano ogni femminicidio che riescono a intercettare. Sono dati lacunosi, perché quei femminicidi che non diventano notizia stampata su un giornale non possono essere intercettati. Ma di ognuno di questi femminicidi le volontarie appuntano anche tutte quelle caratteristiche che sono dichiarate nello Statistical framework di Unodc, restituendo non una stima aggregata, ma il dettaglio di ogni episodio.

Il ruolo delle definizioni

A questo punto la definizione di femminicidio diventa centrale. Confrontando i dati ufficiali e i dati di Non una di meno emergono convergenze e divergenze. Le fonti convergono sul fatto che circa il 60% dei femminicidi avviene all’interno di relazioni di coppia. Questo dato è stabile e coerente.

Le divergenze invece emergono nelle categorie residuali. Qui l’archivio femminista include casi che le statistiche ufficiali tendono a escludere. Nel 2022 e nel 2023 le differenze percentuali superano rispettivamente il 300% e il 200%.

Tra il 2020 e il 2024, ad esempio, l’archivio femminista ha registrato 36 suicidi attribuiti a violenza di genere: donne che avevano subito stalking, violenze, coercizione o matrimoni forzati.

Questi casi non compaiono nei dati ufficiali non perché irrilevanti, ma perché difficili da classificare: la causalità è indiretta, cumulativa, non riconducibile a un singolo atto penalmente definito.

Qui emerge una differenza fondamentale: la statistica ufficiale si ferma dove il nesso causale diventa ambiguo mentre l’approccio femminista considera la violenza come un continuum.

Complementarità, non contrapposizione

Chiedersi quale sistema sia “più preciso” o “migliore” è una falsa alternativa. Istat produce dati giuridicamente robusti e comparabili; gli archivi femministi rendono visibile ciò che le istituzioni non intercettano.

Le due prospettive sono complementari.

La differenza tra 117 e 120 non è irrilevante: indica che alcune morti rischiano di non essere riconosciute come esiti di violenza di genere. E ciò che non viene contato difficilmente diventa oggetto di politiche pubbliche.

Una questione aperta

Per lungo tempo, in Italia il femminicidio non è stato una categoria giuridica autonoma. Solo con l’introduzione dell’articolo 577-bis del codice penale nel dicembre 2025 il femminicidio viene giuridicamente definito come l’uccisione di una donna legata a discriminazione, dominio o controllo.

La nuova definizione giuridica di femminicidio rappresenta un passo importante: renderà possibile un conteggio ufficiale diretto piuttosto che una stima. Tuttavia, ogni definizione legale implica dei limiti. La definizione è fondamentale per l’azione giudiziaria, ma stabilisce confini precisi che hanno ripercussioni statistiche: ciò che rientra è visibile, ciò che resta fuori no.

Il rischio è che ciò che resta fuori diventi doppiamente invisibile: suicidi, morti indirette, violenze non riconducibili a una fattispecie penale chiara ma che rientrano in un continuum di violenza.

Per questo il lavoro degli archivi femministi resta essenziale: non come alternativa, ma come controcampo critico.

La questione, allora, non è solo “quanti femminicidi ci sono”, ma piuttosto quante morti continuiamo a non vedere perché non abbiamo categorie per riconoscerle. Perché ciò che non rientra nelle definizioni resta fuori anche dalle politiche: non viene nominato, non viene affrontato e non si può prevenire.

Note

[1] Lo studio è stato condotto da Anna Caterina Leucci, ricercatrice del Dipartimento di Scienze statistiche dell'ateneo e tra le autrici di questo articolo.