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Quattro generazioni per
raccontare l’Italia e l’Istat

foto: Flickr/Chris Fifield-Smith

Il presidente dell'Istat, Giorgio Alleva, risponde alle preoccupazioni circolate negli scorsi mesi sul destino dei dati di genere dopo le notizie sulla riorganizzazione dell'istituto

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Nota della redazione: tempo fa, preoccupate per la possibilità che le profonde modifiche organizzative dell’Istat avrebbero inciso sulla disponibilità di dati di genere che riteniamo indispensabili, abbiamo interpellato direttamente il presidente dell’istituto, Giorgio Alleva. Alleva, riallacciandosi al suo intervento di presentazione del rapporto Istat 2016, ha risposto con l’articolo che vi proponiamo.

Il rapporto annuale dell’Istat sviluppa, ormai da quasi 25 anni, una riflessione accurata sulle “grandi questioni” che hanno animato il dibattito nel corso dell’anno e che si prestano a essere documentate con i dati di cui il nostro istituto dispone e con le analisi dei nostri ricercatori. 

In occasione del rapporto 2016 abbiamo spostato l’attenzione sulle generazioni perché durante l’estate scorsa sono stati pubblicati, in Italia e all’estero, diversi articoli che riproponevano il tema da una pluralità di punti di vista: quello della “staffetta”, quello del patto generazionale, quello delle diverse prospettive e aspirazioni delle generazioni che si sono succedute, anche quello della “concorrenza” tra giovani e più anziani in materia di risorse e di politiche, e dunque della potenziale conflittualità... Tutti argomenti per i quali avevamo a disposizione una ricchissima documentazione statistica. La sensibilità a questi temi ci ha portato a una scelta azzeccata.

A questo si è aggiunta una coincidenza: nel 2016 ricorre il novantesimo anniversario dalla fondazione dell’Istat, all’epoca Istituto centrale di statistica. Questo ci ha portato – accanto alle molte iniziative celebrative e di ricerca che abbiamo organizzato – a introdurre anche nel rapporto annuale una dimensione di lungo periodo.

Non si tratta però di un’impostazione storica. Le generazioni di cui parliamo nel rapporto sono generazioni tutte compresenti nell’Italia di oggi e hanno contribuito, per la durata della loro vita, e contribuiscono oggi a fare dell’Italia quella che è, nel bene e nel male, nelle tante conquiste e nei problemi tuttora irrisolti, nelle contraddizioni e nelle diseguaglianze, ma anche nelle tante diversità che costituiscono la vera ricchezza del paese.

Nella sintesi del rapporto, che ho presentato a Montecitorio alla presenza del Presidente della Repubblica, abbiamo scelto di riassumere molte delle analisi riportate nel volume – che naturalmente è molto più ricco di informazioni e di dettagli – nel vissuto di quattro donne in rappresentanza di altrettante generazioni: Maria, la più anziana, nata nel 1926 in un’Italia povera e arretrata, che si è sposata a 24 anni e ha fatto la casalinga per tutta la sua vita dedicandosi ai tre figli e che ora, vedova da diversi anni, vive con sua figlia Anna. Quest’ultima è nata nel 1952, sposata da più di 40 anni è una neo pensionata, dopo aver lavorato per molti anni. Anna non avrebbe potuto continuare a lavorare occupandosi della casa, della seconda figlia che vive ancora con lei e di sua mamma Maria se non fosse stata aiutata negli ultimi quindici anni da Oxana, una cittadina ucraina. Anna adesso che è più libera va sempre più spesso dalla nipotina. Giulia è nata l’anno scorso da Francesca, la prima delle due figlie di Anna, che ha appena compiuto quarant’anni, si sta separando dal marito e fa la ricercatrice con un contratto a termine. 

Questo “racconto” della vita di quattro donne è un espediente narrativo che ci ha consentito di fare una carrellata sulle vicende del nostro paese, fondandosi su molte evidenze statistiche, e senza dimenticare i milioni di storie individuali e di percorsi di vita che si sono succeduti e intrecciati in questi novant’anni non possono essere ridotti al racconto di poche esistenze “medie”. D’altro canto, la statistica ufficiale ha i mezzi e gli strumenti per rappresentare l’eterogeneità e la molteplicità dei soggetti, e i punti di forza e di debolezza del nostro sistema economico, sociale, istituzionale, aspetti cruciali per leggere adeguatamente l’attuale realtà del paese e valutarne le prospettive. 

Raramente si pensa agli anni della ricostruzione e del boom economico dal punto di vista femminile: eppure furono le donne italiane le protagoniste delle trasformazioni demografiche, delle grandi migrazioni interne (a volte vedove bianche, più spesso insieme al marito nel “cammino della speranza” verso le città industriali del Nord-ovest), del passaggio alla “nuova” famiglia nucleare caratterizzata da una grande asimmetria dei ruoli (nel 1963 il tasso di attività maschile sfiora l’80%, quello femminile è fermo al 31). Come emerge dalle analisi del rapporto, le reti di solidarietà femminile sono state e sono fondamentali nel definire l’Italia di oggi. Sono una sorta di infrastruttura sociale che ha accompagnato e reso possibile le trasformazioni che l’Istat documenta da molto tempo, addirittura dalle indagini commissionate dalla camera dei deputati nei primissimi anni cinquanta.

Dopo il 1970 le donne diventano protagoniste di grandi cambiamenti, che le riforme “inseguono” (divorzio, nuovo diritto di famiglia, interruzione volontaria di gravidanza): si diffonde la scelta del rito civile per i matrimoni, cresciuto dal 2,4% nel 1952 al 9,4 nel 1976; aumentano considerevolmente anche le separazioni legali che nel 1976 sono 38 per 100 mila abitanti; si affermano anche i piccoli nuclei e si affacciano sulla scena nuove forme di famiglia, come le convivenze e le famiglie ricostituite. Alla radice dei cambiamenti c’è lo straordinario incremento dell’istruzione femminile osservato a partire dagli anni Sessanta. Più lento invece il cambiamento all’interno delle famiglie: nonostante la crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro, il carico domestico continua a essere quasi interamente sulle loro spalle. Peraltro, la maggiore durata degli studi contribuisce a procrastinare la decisione di formare una famiglia e di avere figli. 

Le trasformazioni sociali ed economiche degli anni settanta e ottanta innescano profondi cambiamenti sul piano del costume e dei modi di vivere, dell’investimento in capitale umano e della partecipazione al mercato del lavoro delle generazioni che via via entrano nella vita adulta. Si tratta di generazioni destinate a vivere in un mondo globale, a differenziarsi nettamente rispetto ai propri genitori. Il cambiamento è più evidente nel corso di vita femminile: se le donne nate negli anni quaranta e cinquanta nel 75% dei casi avevano vissuto un evento familiare (erano cioè andate a vivere da sole o si erano sposate o avevano avuto un figlio) prima del venticinquesimo compleanno, per le nate negli anni sessanta la percentuale scende al 56,5 e per quelle degli anni settanta al 46,6% e il tasso di fecondità totale scende sotto la soglia di due figli per donna. È l’avvio della fase in cui le generazioni dei figli sono sempre meno numerose di quelle dei genitori. 

Negli anni novanta si assiste al sorpasso delle donne nella partecipazione all’istruzione universitaria: nell’anno accademico 1990/91 il tasso di iscrizione femminile supera quello maschile, una tendenza che si è accentuata nel corso degli anni e che perdura anche oggi (nel 2013/14 il divario è pari al 12% circa). Anche la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è in crescita: il tasso di attività femminile passa dal 31,0% del 1976 al 45,9% del 1996. Il lavoro diventa una componente via via più importante nella vita delle donne, che influisce sulle scelte e sui percorsi di vita. La posticipazione delle tappe diventa più netta considerando i livelli di istruzione alti: una donna laureata su due diventa madre entro i 35 anni, contro il 70% delle donne con istruzione dell’obbligo.

Arrivando ai nostri giorni, il rapporto offre molte analisi per leggere quali siano le condizioni di vita delle donne. Soltanto per citarne alcuni, nel 2015 il tasso di occupazione femminile si attesta al 47,2%. È cresciuto, ma non abbastanza da ridurre il gap con quello maschile: il divario nei tassi di occupazione è pari a 18,3 punti percentuali, contro i 10,4 dell’Ue. Le donne sono più spesso precarie rispetto agli uomini e risentono maggiormente del fenomeno della sovraistruzione: le occupate con contratti atipici sono il 13,9% del totale (per i maschi tale quota è al 10,9%) e nel 41,7% dei casi si tratta di madri; il 25,1% delle donne svolge una professione per la quale è richiesto un titolo di studio inferiore a quello posseduto, a fronte di un dato complessivo (donne e uomini) pari al 23,5%. Lo svantaggio delle donne rispetto all’inserimento nel mercato del lavoro permane anche fra i livelli di istruzione più elevati: l’analisi delle caratteristiche individuali e familiari dei laureati mostra che gli uomini hanno una probabilità di essere occupati pari a circa 1,5 volte in più rispetto alle donne laureate e che questo vantaggio relativo nel tempo non si è modificato.

E ci domandiamo quindi se è anche per questo che le ragazze sono meno propense dei ragazzi a voler rimanere in Italia, come mostrano i dati analizzati nel rapporto. Leggermente migliore la prospettiva se si guarda all’occupazione ottimale: in questo caso lo svantaggio, sebbene ancora presente, sembra essersi ridotto nel corso del tempo. Da queste analisi deriva una condizione femminile ancora fortemente caratterizzata dalle disuguaglianze economiche che si formano in particolare nel mercato del lavoro: per gli uomini occupati è relativamente più facile che per le occupate raggiungere livelli più elevati di reddito da lavoro. Ciò è vero già a partire dai primi percentili della distribuzione, cioè da livelli più bassi di reddito, e a prescindere dalla presenza o meno di figli. Questo risultato è particolarmente rilevante se si considera che l’esposizione al rischio di povertà per i minori è più elevata per le famiglie monogenitoriali, che nella maggior parte dei casi sono le madri. 

Vorrei cogliere l’occasione, con questo intervento, per rassicurare le lettrici e i lettori di InGenere circa i timori espressi qualche tempo fa dalla redazione sul futuro delle statistiche sociali e di genere.

È sotto gli occhi di tutte e tutti che gli istituti di statistica si trovano ad operare in un contesto globale fortemente dinamico, caratterizzato da nuove domande di dati dettagliati e tempestivi da parte dei policy maker e degli utenti e da nuovi modi di produzione, diffusione e comunicazione di quei dati. In uno scenario che cambia così rapidamente, la capacità di risposta degli istituti di statistica è diventata un elemento fondante della loro utilità sociale. Ciò ha comportato in tutta Europa una serie di azioni straordinarie, con innovazioni nelle tematiche da misurare, nelle metodologie utilizzate, nei processi di produzione e diffusione dei dati.

Comprendo però che cambiamenti così strutturali e significativi possono, in alcuni casi, aver allarmato la comunità degli utenti professionali. Questo distinguo è voluto perché tra gli statistici erano e sono ben note le criticità in termini di efficacia/efficienza del vecchio modello di produzione per singole indagini/processi (stovepipe) come pure la sua inadeguatezza a rispondere a parte delle nuove domande degli utenti. 

Nell’agosto del 2014 sono arrivato in Istat convinto della necessità di un cambiamento del processo di produzione adottato e ho immediatamente avviato una serie di attività volte allo sviluppo di un progetto di modernizzazione della produzione statistica mirato ad arricchire l’offerta e la qualità dei dati e dei servizi per il paese. 

Tra le caratteristiche più significative del nuovo modello vi sono il passaggio da una modalità prevalente di raccolta diretta dei dati da cittadini e imprese attraverso le indagini a una basata sull’integrazione di dati individuali provenienti da una pluralità di fonti (indagini dirette, archivi amministrativi e nuovi fonti). Un ruolo rilevante lo avranno i big data su cui l’Istat sta svolgendo alcune sperimentazioni – in partnership con soggetti pubblici e privati – per il loro uso a fini statistici: il webscraping per la stima di indicatori sulla congiuntura, i social network per la stima di indicatori di fiducia, i dati di telefonia mobile per mobilità e turismo, e altri ancora.  

Le rilevazioni statistiche andranno integrate tra di loro e ricalibrate alla luce della disponibilità delle informazioni già presenti negli archivi di fonte amministrativa, in modo da ottimizzare i processi, arricchire l’informazione resa disponibile, contenere i costi per il bilancio pubblico e il fastidio statistico sui rispondenti senza perdere informazione. La vera sfida è tuttavia l’aumento del potere informativo complessivo mettendo a sistema le informazioni amministrative e quelle d’indagine. Non smetteremo insomma di esplorare comportamenti, atteggiamenti, esperienze e percezioni della popolazione, prospettiva peraltro prevalente anche a livello europeo. Potremo però approfondire di più con appropriati strumenti metodologici il valore di queste informazioni e studiare meglio le interazioni con altre condizioni degli individui perché documentabili con fonti in passato non esplorate.

Il programma di modernizzazione dell’Istat di certo non interrompe e/o cancella lo studio delle questioni di genere. In questa direzione, abbiamo ritenuto di avviare un rilevante progetto trasversale alle diverse linee di produzione e di ampio respiro, di progettazione e sviluppo, di un framework analitico e originale, ma anche definitorio e classificatorio, in grado di garantire un’elevata capacità di analisi di genere dei dati (tutti i dati prodotti dall’istituto e non solo quelli che riguardano direttamente le condizioni di vita delle donne) e delle vicende sociali ed economiche del nostro paese. 

L’attenzione alle questioni di genere rappresenta una chiave di lettura ormai consolidata delle statistiche ufficiali. Le statistiche di genere sono ormai incluse nella corrente programmazione e non rischiano arretramenti. L’Istat vuole continuare a investire su questo tema puntando anche al contributo progettuale, scientifico e di esperienza che può provenire dalle nuove generazioni di ricercatrici e ricercatori.

Per concludere se le trasformazioni in atto nella società e la nuova domanda d’informazione statistica hanno chiamato l’Istat a misurarsi con un forte cambiamento, sono convintissimo che la strada intrapresa accrescerà il ruolo della statistica ufficiale come strumento di democrazia per il paese.