Articolodisuguaglianze

Quello che la Banca mondiale
manda a dire alle donne

Il World Development Report 2012 è dedicato alla relazione tra eguaglianza di genere e sviluppo economico sociale. Ricchissimo di numeri e informazioni, segna anche una novità nell'approccio World Bank: lo sviluppo di mercato non è tutto

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E’ in corso di presentazione, in giro per il mondo, il nuovo World Development Report 2012 su “Gender equality and development”. Si tratta dell'annuale rapporto della Banca mondiale dedicato ai temi dello sviluppo, che ogni anno viene declinato analizzando un aspetto diverso: l'anno scorso il focus era su sicurezza e conflitti, l'anno precedente sul clima, quest'anno invece il rapporto è appunto dedicato ad approfondire la relazione tra pari opportunità e sviluppo economico- sociale.

Il sito dedicato alla diffusione del rapporto è ricco di grafici e brevi commenti a video che ripercorrono in maniera ordinata e facilmente comprensibile i punti salienti e critici che emergono dal lavoro. Ma non solo: grafici e tabelle seguono la moda del momento e nel titolo già riassumono l'informazione saliente che forse solo un occhio esperto potrebbe ricavare con sicurezza dalla loro lettura (ad esempio, non si trova più un titolo come "tasso di fertilità" ma bensì "in tutto il mondo le donne hanno sempre meno figli").

E' compito estremamente arduo riassumere il lavoro di un nutrito team di esperti raccolto in un volume così corposo, ci affidiamo quindi alla sintesi proposta dagli autori stessi. Innanzitutto il rapporto ci accompagna attraverso i successi registrati in moltissimi paesi in via di sviluppo che hanno visto sensibilmente migliorare le condizioni soprattutto di salute e istruzione delle donne. Le donne hanno una speranza di vita più alta degli uomini in tutto il mondo, e nel campo dell'istruzione in molti paesi il gap uomo/donna sembra si sia addirittura invertito per i livelli di istruzione superiori.

 

Le brutte notizie però non mancano mai. Se per molti paesi i progressi sono evidenti, a livello globale le disuguaglianze aumentano e le condizioni di vita si polarizzano. Ed è soprattutto l'africa sub sahariana a preoccupare, dato che per molti aspetti la situazione sociale, economica e sanitaria di milioni di donne sta peggiorando. Anche nei paesi ricchi la situazione non è tutta rosa e fiori. Del resto se ne sono accorti già da tempo molti scienziati sociali che osservano, anche e soprattutto nei paesi cosiddetti sviluppati, il persistere di forti disuguaglianze di genere all'interno del mercato del lavoro, non solo per quanto riguarda i salari ma anche in relazione all'inquadramento lavorativo. Si tratta di una doppia segregazione sia di tipo orizzontale, ovvero le donne sono più presenti in settori a bassa qualifica, che di tipo verticale, ovvero all'interno dello stesso settore alle donne vengono affidate le mansioni meno remunerate e meno qualificate. E questo, sempre facendo riferimento ai paesi sviluppati, succede nonostante le donne abbiano già da tempo superato gli uomini nell'istruzione superiore e universitaria. E non è solo il mercato del lavoro a preoccupare, ma anche il mondo delle istituzioni e della politica dove le donne sono notevolmente sottorappresentate e dove l’empowerment è ancora un miraggio lontano.

Ci sono due aspetti che, soprattutto dal punto di vista politico, colpiscono di questo rapporto. Innanzitutto, così come l'Oecd ad inizio millennio ha finalmente riconosciuto che il welfare può essere un propulsore per la crescita economica e non solo un deterrente, anche la Banca mondiale mette in discussione natura e direzione della relazione causale tra crescita economica e miglioramento della condizione femminile, che poi non è altro che un’altra faccia della stessa medaglia visto il ruolo cruciale svolto dalle politiche sociali nel perseguire obiettivi di empowerment. Se da un lato, le condizioni socio-economiche delle donne possono liberare energie positive sia per il mercato del lavoro che per il mondo dell'impresa privata, dall'altro il mercato non è di per sé una garanzia per il miglioramento della condizione femminile. Si mette in discussione quindi il potere salvifico della crescita economica, di cui le due Istituzioni insieme al Fondo Monetario Internazionale erano tra le più agguerrite fan.

Ma quello che colpisce di questo rapporto è il ruolo affidato all'intervento pubblico. Se il mercato da solo non è in grado di garantire uguaglianza ed emancipazione per le donne, la ricetta per la Banca mondiale è un ruolo attivo della politica e delle istituzioni. Sono loro infatti la chiave di volta che consente di coniugare capitalismo ed equità, eliminando le differenze di genere nell’accesso all’istruzione e alle opportunità economiche, combattendo l’esclusione derivante da condizioni geografiche o etniche o economiche sfavorevoli, sostenendo la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, sollevando la donna dal peso di almeno parte dei lavori di cura.

Nasce spontaneo allora un sorriso amaro, pensando alle condizioni poste dalla Banca mondiale stessa ai prestiti concessi ai paesi in via di sviluppo e non solo. Condizioni durissime che mirano principalmente a ridurre la presenza dello Stato e delle istituzioni nell'economia e che, a pensarci bene, spesso penalizzano molto di più le donne degli uomini. Si tagliano posti di lavoro in settori dove l'impiego di donne è relativamente più consistente, come istruzione e sanità, e si tagliano servizi che spesso sono proprio di supporto al lavoro di cura ed assistenza ad anziani, bambini e disabili generalmente a carico delle donne.

Certo è un ricettario “sviluppista” quello proposto dalla Banca mondiale, e del resto sarebbe stupefacente il contrario. L'emancipazione economica passa attraverso lo sviluppo economico, l'ingresso nel mercato del lavoro, il lavoro salariato, l'incentivo all'imprenditorialità femminile. E del resto è un indiscutibile dato di fatto che lo sviluppo economico come noi lo abbiamo conosciuto abbia effettivamente portato all'emancipazione quanto meno economica di milioni di donne, e che gli esempi più riusciti siano i paesi in cui è stato messo in piedi un sistema in grado di coniugare mercato e intervento pubblico di regolamentazione e governance , come per esempio nei Paesi Scandinavi più volte citati anche nel Rapporto.

Ma è altrettanto indiscutibile il fatto che il modello di sviluppo fin'ora percorso dalle economie moderne è un modello che ha portato con sé tutta una serie di conseguenze che fanno emergere, oggi più che mai, tutta la sua insostenibilità ambientale, sociale e persino economica. Non solo, ma l'inserimento delle persone nel ciclo produzione/lavoro salariato/consumo non è sempre sinonimo di progresso e benessere. Ne è testimone il sempre maggior interesse verso misure di benessere che si distinguono dalla visione economicista che ha eletto il Prodotto interno lordo (PIL) a proxy universale per il progresso. E non è solo di benessere che si deve parlare. Lo sradicamento dal territorio di milioni di uomini e donne è stato il principale e più potente meccanismo che ha permesso il cortocircuito tra attività umana e ambiente (si veda a tal proposito il libro di Giuseppe de Marzo Buen vivir e, in particolare in merito al ruolo della donna nel preservare gli equilibri naturali, molti dei saggi di Vandana Shiva).

La domanda che rimane aperta è tristemente sempre la stessa: esiste una via alternativa, almeno in quei paesi ancora alla prime fasi di sviluppo economico capitalista, una via virtuosa che sia in grado di coniugare emancipazione, progresso e sostenibilità? Su questo, a mio papere, il rapporto della Banca Mondiale ancora non fornisce una risposta.

* L’autrice ringrazia Enika Basu e Anna Villa per l’utile discussione