Opinioni

La crisi climatica è anche una crisi della riproduzione sociale, e non finirà se prima non saranno le narrazioni a riconoscere alle donne un potere politico. Alcune note sulla trentesima edizione della Conferenza delle parti delle Nazioni Unite sul clima che si è tenuta in Amazzonia a novembre, per ricordare che le parole, i dati e le risorse sono al cuore di una giustizia di genere nella transizione

Riprendiamoci
il clima

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Riprendiamoci il clima
Credits Unsplash/USGS

“Più che aver fatto dei passi avanti, il vero risultato è che non abbiamo perso terreno: i riferimenti al genere non sono stati cancellati. Sembra poco, ma non lo è”. Martina Rogato, presidente dell'associazione Human Rights International Corner (HRIC) e co-presidente di W7 Italy, ha inquadrato così il risultato politico principale della trentesima edizione della Conferenza delle parti delle Nazioni Unite sulla crisi climatica (Cop30), che quest'anno si è svolta a Belém, città del Brasile nel cuore dell'Amazzonia, a novembre

Per settimane la società civile ha dovuto difendere l’esistenza stessa del Gender action plan (Gap) – il documento strategico elaborato dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) che mette le donne e le ragazze al centro delle azioni per contrastare il cambiamento climatico – mentre alcuni stati cercavano di eliminare la parola gender dai testi o di introdurre note a piè di pagina che avrebbero riportato indietro di vent’anni il lavoro fatto in termini di parità di genere.

Il fatto che quelle proposte siano cadute rappresenta una vittoria politica che va riconosciuta. Nel nuovo Belém Gap 2026-2034 entra – anche se in forma attenuata – il principio per cui la crisi climatica non colpisce tutte allo stesso modo. “È una versione soft dell’intersezionalità, certo. Ma è lì, nero su bianco” ha sottolineato Rogato. “E in questo contesto storico non è affatto banale”.

Restano inoltre in piedi una serie di strumenti fondamentali: la raccolta di dati disaggregati, il ruolo del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) delle Nazioni Unite, il riconoscimento delle discendenti africane come attrici centrali nelle politiche climatiche. 

“Diciamolo senza mezzi termini: se non fosse stato per la mobilitazione della società civile, in particolare della Women and Gender Constituency, oggi il Gender Action Plan sarebbe stato smontato. Abbiamo costretto gli stati a non arretrare” ha aggiunto Rogato. “La verità è che la tenacia della società civile e dei movimenti sociali è il risultato politico più importante di questa Cop”.

Eppure, la Cop30 non ha consegnato il piano che serviva: un Gender action plan forte, operativo, finanziato. Invece abbiamo un testo spesso annacquato, con parti rimandate e troppe concessioni a chi vuole svuotare di significato la parola “genere”. Molti governi hanno preferito riaprire battaglie ideologiche su concetti che nel diritto internazionale sono già chiari, invece di lavorare su quello che davvero serve: proteggere le donne che difendono l’ambiente, garantire partecipazione vera e non simbolica, stanziare fondi adeguati, costruire basi dati solide. “Per il rispetto dei nostri diritti, non siamo solo vittime ma detentrici di diritti umani”, precisa Rogato.

Tre sfide per il clima

Sulle donne che difendono l'ambiente il testo fa un passo avanti, in quanto per la prima volta vengono menzionate direttamente in un documento della Cop – anche se in modo timido, senza collegare la loro protezione agli obblighi degli stati in materia di diritti umani. Questo indebolisce lo standard proprio mentre la repressione cresce.

Dal testo sono scomparse questioni cruciali: la salute sessuale e riproduttiva, la violenza domestica, un riconoscimento pieno del lavoro di cura. E, soprattutto, manca qualsiasi riferimento ai diritti umani. Nemmeno il richiamo minimo al preambolo 11 dell’Accordo di Parigi. “È un segnale chiarissimo dei tempi: c’è chi vuole togliere dal tavolo tutto ciò che crea obblighi e responsabilità” commenta Martina Rogato.

Da qui alla Cop31, la prima sfida è impedire lo smantellamento silenzioso dei diritti legati al genere. “Perché ora il rischio è che il Belém Gap venga svuotato lontano dai riflettori, nei gruppi tecnici, dove il linguaggio si riduce a una riga di emendamento. Dobbiamo proteggere ogni parola, in ogni capitolo: adattamento, finanza, mitigazione, transizione equa”. 

La seconda sfida è tecnica ma politica allo stesso tempo: mettere finalmente ordine nella raccolta dei dati disaggregati. Senza dati seri non c’è politica climatica efficace, non c’è monitoraggio, non c’è verità.

La terza è operativa: servono risorse vere. Budget, indicatori misurabili, monitoraggi annuali, strumenti per proteggere le donne che difendono l’ambiente, lotta alla disinformazione. Senza soldi, il Gap resta una dichiarazione d’intenti. Infine, c’è la sfida narrativa. “Dobbiamo smascherare la corrente regressiva che vuole espellere la parola gender dal sistema multilaterale. Non è una battaglia semantica. È una battaglia per i diritti, per le vite reali, per la possibilità stessa di costruire politiche climatiche che funzionano”. E il messaggio finale è chiaro: “Non esiste azione climatica efficace senza giustizia di genere”.

Gender responsiveness o gender perspective?

Uno dei segnali più significativi dell’arretramento è incarnato nel passaggio da un approccio gender responsive a una gender perspective. Erika Moranduzzo, giurista, ricercatrice presso l’Università di Leeds e coordinatrice della sezione Clima e diritti dell'Italian Climate Network, spiega infatti che “parlare di gender perspective e di gender responsive non è affatto equivalente, perché il primo approccio riguarda soprattutto il modo in cui si guarda alla realtà e il secondo il modo in cui si interviene su di essa”.

Gender perspective significa analizzare norme, politiche e pratiche sociali chiedendosi come producano o riproducano gerarchie di genere, usando categorie quali ruoli di genere, divisione sessuale del lavoro, accesso alle risorse, violenza, cura, potere decisionale, eventualmente in chiave intersezionale. “È quindi un approccio interpretativo e teorico, prezioso per smascherare la neutralità apparente del diritto e delle politiche, ma che di per sé non implica ancora un impegno definito su quali misure concrete adottare, con quali obiettivi misurabili e quali meccanismi di responsabilità”.

Gender responsive è un'espressione che rimanda invece alla capacità di una norma, una policy o un certo meccanismo di rispondere in modo specifico e adeguato a bisogni, impatti e disuguaglianze di genere, traducendo l’analisi in obiettivi operativi, azioni dedicate, allocazioni di risorse e indicatori di risultato. Nella pratica, una legge climatica che integra una gender perspective potrà limitarsi a riconoscere che donne e uomini sono colpiti in modo diverso, mentre una legge gender responsive dovrà prevedere specifiche garanzie di accesso, partecipazione, protezione e redistribuzione, con risorse e meccanismi di monitoraggio. “In termini di giustizia sociale femminista, la gender perspective è il prerequisito cognitivo e critico, ma è la gender responsiveness che apre lo spazio alla trasformazione materiale dei rapporti di potere” spiega Moranduzzo.

La crisi della cura

Nel nuovo Belem Gender action plan, il lavoro di cura viene menzionato solo due volte: in relazione al rafforzamento delle evidenze sugli impatti differenziati del cambiamento climatico e alla facilitazione della partecipazione considerando le esigenze di cura. Tuttavia, il resto delle priorità non menziona il lavoro di cura né tra gli obiettivi né tra gli output.

“Una menzione più robusta del lavoro di cura avrebbe rappresentato un avanzamento sostanziale sul piano della giustizia di genere perché avrebbe esplicitato che la crisi climatica è anche una crisi della riproduzione sociale”, spiega Moranduzzo. Il lavoro di cura – in larga parte non retribuito o sottopagato e svolto principalmente dalle donne, spesso razzializzate, indigene, migranti o povere – è la condizione materiale che rende possibile la sopravvivenza quotidiana e la resilienza collettiva di fronte a impatti climatici e disastri. “Mantenerlo ai margini significa accettare che la transizione verde continui a poggiare su una risorsa femminile gratuita e inesauribile” continua Moranduzzo.

Un riferimento forte avrebbe permesso di collegare in modo vincolante i fondi climatici, i piani di adattamento e le strategie di transizione giusta a investimenti in servizi pubblici di cura, protezione sociale, congedi, infrastrutture sociali e lavoro dignitoso nel settore della cura. In più avrebbe spostato il focus da una narrazione delle donne come soggetti vulnerabili a una lettura che riconosce il loro potere politico e il ruolo centrale del lavoro di cura nella produzione e riproduzione della vita.

Ripartire dalla disinformazione

Prima di COP30 la lotta alla disinformazione e misinformazione non era menzionata esplicitamente nei Gender action plan dell’Unfccc. L’emersione del tema a Belém è una novità sostanziale: “Riconosce che l’ostilità alle politiche climatiche e l’ostilità ai diritti di genere condividono lo stesso ecosistema di narrazioni false, discorsi d’odio e campagne coordinate che attaccano la scienza, i diritti umani e in particolare le donne, le persone Lgbtiq+ e le comunità razzializzate”.

Se lo spazio informativo è saturato da contenuti distorti o manipolati, i gruppi già marginalizzati hanno meno possibilità di accedere a informazioni affidabili, di partecipare ai processi decisionali e di far valere i propri diritti. Il riconoscimento della disinformazione come problema di genere permette di vedere come questi contenuti colpiscano in modo specifico le soggettività che si collocano all’intersezione di più assi di oppressione – donne indigene, nere, migranti, giovani, persone trans.

“L’inclusione di dis/misinformation nel nuovo Gap ha una portata politica che va oltre la tecnica comunicativa: riconosce che il terreno su cui si gioca la possibilità stessa di una transizione giusta è anche il terreno delle narrazioni, dei significati e del potere di definire cosa è ‘vero’, ‘necessario’ e ‘giusto’ in materia di clima e di genere” conclude Moranduzzo.

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