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Sempre più laureate,
sempre meno sposate

Il sorpasso comincia alle superiori, e il gap aumenta alla laurea: in questo caso, tutto a vantaggio delle ragazze italiane, che studiano di più e meglio dei loro coetanei. Crollano i matrimoni. E le famiglie tradizionali sono solo un terzo del totale

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Uno degli aspetti più sottovalutati della crisi è il cambiamento nella cura di anziani e disabili. Soprattutto nei paesi mediterranei - con welfare più fragile e politiche di austerità severe – si è assistito a un progressivo impoverimento non solo degli over 65, ma anche dei loro figli. Con conseguenze generazionali e di genere allarmanti

Sono poche le ragazze che, una volta finita la scuola, scelgono facoltà scientifiche. Questione di gusti, di predisposizione o semplicemente di stereotipi duri a morire? I risultati di uno studio condotto negli Stati Uniti offrono scenari sorprendenti. E potenzialmente rivoluzionari

Rincorsa, accelerazione, sorpasso. I dati sull'istruzione femminile sono i più dinamici in tutta la fotografia Istat del ventennio appena trascorso. Dopo aver contribuito a far crescere il tasso di scolarità, dopo aver colmato lo storico squilibrio e aver raggiunto i maschi, negli ultimi anni le donne li hanno sorpassati: la partecipazione scolastica femminile è del 93% rispetto al 91,5 degli uomini, e sono loro, le donne, a concludere più frequentemente il percorso di studi, tanto che le diplomate sono 78 su 100 e i diplomati 69 su 100. Il sorpasso è avvenuto anche all’università, dove si laureano, con un titolo triennale, il 37,8% delle donne e il 25,5% degli uomini, mentre alla specialistica le percentuali sono rispettivamente del 22,6% contro il 15,1%. Restano però abbastanza “classiche” le differenze nella scelta del percorso di studi, con gli uomini che preferiscono una formazione più orientata al mercato del lavoro (nell’anno scolastico ’10-’11 l'istruzione tecnico-professionale era preferita dal 67,9% dei maschi), mentre tra le donne c’è una distribuzione più equilibrata tra i vari indirizzi di studio (53,2% delle ragazze scelgono i licei e quasi il 47% percorsi tecnico-professionali).

Fonte: Istat, Rapporto annuale 2012

Salta agli occhi il contrasto tra l'evidente dinamismo della condizione femminile nell'istruzione e quel che succede sul mercato del lavoro, dove i successi scolastici e universitari non si trasformano in successi di carriera per le donne. Il capitale via via accumulato in termini di istruzione, hanno notato i ricercatori Istat nel presentare il Rapporto, assume così l'aspetto di un enorme serbatoio di risorse umane non sfruttate.

Addio alle nozze

Dalle rilevazioni dell’Istat risultano confermati anche i numerosi cambiamenti che investono la famiglia e la sua struttura. La formula tradizionale, “coppia sposata con figli”, appartiene solo a un terzo del totale delle famiglie (nel ’93-’94 erano il 45,2% mentre nel 2010-’11 sono il 33,7%), e questo avviene anche nel meridione dove, se venti anni fa i nuclei tradizionali erano ancora la maggior parte (52,8 coppie coniugate su 100 famiglie), oggi sono invece poco più del 40 per centro. Famiglie che “dimagriscono” per numero di componenti, ma nel complesso crescono quantitativamente, tanto che all’inizio degli anni Novanta erano 20 milioni, con in media 2,7 componenti, nel 2010-2011 sono arrivate a 24 milioni, ma composte mediamente da 2,4 persone. Le famiglie cambiano anche perché composte da persone sempre più vecchie, la sopravvivenza si è allungata e il tasso di fecondità delle italiane, dopo un periodo di ripresa, è tornato a scendere: si fanno in media 1,42 figli per donna, con valori che arrivano a 2,07 per le residenti straniere, mentre per le italiane si fermano a 1,33. Si conferma inoltre l’altra importante novità emersa da qualche anno del rovesciamento della geografia della fecondità: i bambini nascono soprattutto al nord (1,48 figli per donna) e al centro (1,38), le zone dove sono più presenti gli immigrati, che al sud (1,38 figli per donna).

Alla parcellizzazione dei nuclei familiari concorre anche l’aumento di quelli composti da una sola persona, che risultano essere spesso anziani soli, in genere donne, ma anche giovani e adulti, in particolare i single non vedovi sono quasi raddoppiati nell’arco di tempo osservato, dato che combacia con l’aumento delle separazioni e dei divorzi. E salta all’occhio il fatto che le famiglie monogenitoriali siano quasi tutte al femminile: su un totale di 1.393.000 famiglie con un solo genitore non vedovo, si tratta di madri in 1.185.000 casi (il 4,8% nel ’10-’11, ed erano il 2,4% nel ’93-94), mentre i padri soli sono 208.000 (lo 0,8%, mentre nel ventennio precedente erano lo 0,4%).

Invece chi decide di sposarsi lo fa sempre più in là con gli anni. Il rapporto nota su questo aspetto un cambiamento molto consistente proprio per le donne, per le quali la diversità fra le generazioni è notevole, se si pensa che le nate negli anni Quaranta si sposavano a un’età mediana di 22 anni, mentre le loro figlie (cioè le nate negli anni Settanta) arrivano all’altare ai 28 anni: «Se queste tendenze dovessero essere confermate nei prossimi tre decenni – si legge nel rapporto – la proporzione di donne che nel corso della loro vita sperimentano il matrimonio scenderà al 50% per le generazioni di nate a partire dagli anni Novanta». In generale continua la crisi del matrimonio come istituzione, con il calo numerico che si conferma costante (217.000 nel 2011: nel '92 erano circa 100mila in più). E chi si sposa sceglie sempre più il rito civile: nel 48% dei casi al Nord, nel 43% al Centro. Ogni 10 matrimoni quasi 3 finiscono in separazione, proporzione che è raddoppiata in quindici anni. Sono soprattutto gli uomini a tentare ancora dopo un primo fallimento, andando di nuovo a nozze (il 10,1% contro l’8,9% delle donne). Ma in sostanza, non è più il matrimonio a determinare l’uscita dalla famiglia d’origine, e l’andare via dalla casa dei genitori risulta un passo sempre più difficile e lo si fa sempre più tardi, e a rimandare sono soprattutto gli uomini. Tra questi ultimi, infatti, la percentuale di quelli che tra i 25 e i 34 anni vivono ancora con i genitori è del 49,6%, mentre le donne nella stessa condizione sono il 34%.

Conseguenza scontata della diminuzione dei matrimoni, più bambini nascono da genitori non sposati: erano l’8,1 per centro nel ’95 e si è arrivati al 19,6% del 2010, in termini assoluti sono oltre 102mila nati. Una situazione da collegare alla crescita consistente delle convivenze, quadruplicate in 20 anni (dall’1,1% al 4,4%). A proposito delle quali, il rapporto Istat sottolinea che si tratta di scelte associate spesso a un titolo di studio elevato, soprattutto per le donne; tra le generazioni nate tra il ’76 e l’85, optano per la convivenza il 36% circa delle donne contro il 31% degli uomini.

 

Commenti

Inviato da Rino DV (utente non registrato) il

"dopo aver colmato lo storico squilibrio e aver raggiunto i maschi, negli ultimi anni le donne li hanno sorpassati"
Noto, en passant, che, come si usa universalmente, a "maschi" non si contrappone "femmine", ma "donne".
Asimmetria senza significato?
Leggo poi che lo squilibrio è stato superato, nel senso che le DD ormai si laureano quasi nel rapporto 2/1 contro gli UU. Il traguardo è vicino (qui, da dove scrivo io, è stato raggiunto da tempo).
Oggi i giornali richiamano tale fatto positivo, come fate voi, scrivendo che le DD sono "più brillanti" "più capaci" "più brave" "più motivate".
.
C'è poco da chiosare: quando gli UU sono davanti è squilibrio, quando sono davanti le DD è equilibrio.
Se gli UU hanno risultati migliori (in qualche ambito) ciò è prova della discriminazione antifemminile, se invece primeggiano le DD ciò prova la loro superiorità.
Accadesse mai che le DD si laureino nel rapporto 10/1 ciò sarebbe ancora più paritario.
Del resto gli abbandoni scolastici riguardano i maschi quasi al 90% (non hanno voglia di studiare, bulli e somari).
.
C'è qualcosa che non va. Nei fatti e nella loro congruente - vostra e universale - interpretazione.
C'è una falla.
La vedete?
Rino DV

Inviato da la redazione (utente non registrato) il

La notizia che si riporta nell'articolo, riprendendo i dati Istat (che peraltro confermano una tendenza nota da anni), è la piena affermazione delle donne in un ambito da cui, per secoli, sono state escluse. Parallelamente si nota - e nota anche l'Istat - che tale sorpasso non si è riflesso in un'altrettanto forte riduzione del gap in campo lavorativo. Dati difficilmente contestabili. Quanto all'interpretazione, ogni gap può avere le sue cause: discriminazioni legali o di fatto, condizionamenti culturali, storici, o anche merito, competenze, capacità. Se Rino DV crede che l'attuale posizione sfavorevole degli uomini nell'istruzione derivi da un contesto discriminatorio, avrà i suoi motivi. In questo sito ci piace però cercare di portare sempre qualche prova o dato analitico, a sostegno di quel che si afferma. Altrimenti sono parole in libertà, di cui il web è pieno.

Inviato da Anonymous (utente non registrato) il

Sig. Rino strano che la redazione non abbia risposto alla sua prima osservazione (maschi-donne). Ormai è facile notare questa differenza di linguaggio nei media, sui giornali, ovunque. Chi sa perchè...., quello che noto con piacere però è che alcuni uomini cominciano a stufarsi di questo. In merito all'articolo dico solo che nelle scuole servirebbero le quote azzurre (parità in tutti i settori e per tutti non credete?), più insegnanti uomini (anzi maschi scusate) che possano essere anche un punto di riferimento per i maschietti!. Non lo dico a caso ma mi è capitato di sentire amici abilitati e con titolo all'insegnamento che venivano esclusi dalle scuole parificate (quelle che facevano ottenere punteggio e scalare le graduatorie) perchè "preferivano" solo docenti di sesso femminile. Le basta come discriminazione?.
Saluti.

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