Articolopari opportunità

Sesso e potere,
le quote necessarie

L'esiguità della presenza delle donne nello spazio pubblico è sconcertante. Ma la questione viene periodicamente posta e poi dimenticata. Per cambiare le cose, le quote di genere sono un primo passo. Non il solo. Le istituzioni europee si limitano a interventi deboli, devono muoversi stati e regioni

Articoli correlati

Con la nomina di Daria De Pretis alla Consulta, il presidente Napolitano rompe la vecchia regola non scritta per cui tra i supremi giudici c'era posto solo per una donna alla volta. Una lezione per il Parlamento, mentre continua lo stallo per i membri di nomina parlamentare. Forse perché lì non si vuole guardare oltre criteri come i legami (e il sesso) giusti

La presenza femminile nei cda di aziende quotate è aumentata grazie alla legge. Ma gli effetti positivi non si fermano ai numeri: i vertici risultano ringiovaniti (anche per la componente maschile), è aumentato il livello di istruzione, sono diminuiti i membri legati da rapporti di parentela e sono calate le posizioni multiple. Smentendo molte critiche preventive. Una ricerca fornisce tutti i dati

Private di fondi e risorse, senza uno stipendio, impossibilitate a fare il loro lavoro ma sovraccariche di responsabilità formali: questa è oggi la situazione delle consigliere di parità. Il forte disinvestimento rende esplicito che la politica istituzionale le considera superflue e non crede nel loro operato. La domanda dunque è: sono davvero necessarie?

Un nuovo portale raccoglierà informazioni su genere e scienza. Il racconto di chi lo sta pensando e di come sta cercando risposta a due domande cruciali: serve davvero? E a chi? Esempi pratici, validi per tutti e tutte quelle che lavorano su un "progetto"

Cerchiamo di fare il punto, evitando di chiamarle “quote rosa” (1): solo in Italia si chiamano così, in tutta Europa vengono chiamate “quote di genere”.

Di fronte al paradosso di una preparazione e di competenze femminili decisamente superiori a quelle maschili (2) e di una presenza delle donne nello spazio pubblico - soprattutto nei posti apicali - esigua, specialmente se rapportata a livello europeo, sembrerebbe doveroso per un qualsiasi politico porsi il problema di come modificare questa situazione sconcertante. Alcuni interventi sono stati fatti in Europa con maggiore o minore successo a seconda del frame culturale e legislativo di riferimento. Per esempio, il tipo di sistema elettorale in vigore può essere più o meno utile, come del resto una ipotetica ostilità culturale degli elettori di fronte a candidature femminili, come rileva Maria Laura Di Tommaso (3).

La questione viene periodicamente posta, particolarmente prima di competizioni elettorali, o al cambiamento delle leggi elettorali, dalle donne attente alla partecipazione politica e dalle femministe legate a tematiche di giustizia sociale. E cade nel silenzio opaco (se non nel voto segreto e contrario) delle direzioni dei partiti e del parlamento. Qualche promessa sul welfare, una mimosa a marzo, due forum per non dimenticare e se ne parla la prossima tornata elettorale.

Eppure, chi è contrario alle quote, potrebbe proporre delle soluzioni diverse per modificare lo stato delle cose (da tutti ormai riconosciuto come imbarazzante). Il fatto è che la sola soluzione alternativa è quella di lasciare le cose come stanno e, se si è ottimisti, pensare che il riequilibrio si realizzerà naturalmente mentre, se si è pessimisti, si può colpevolizzare le donne tacciandole di scarsa determinazione. Ma questa soluzione è sconfessata dalla ricerca Sex & Power: who runs Britain?, presentata dalla Equal Opportunities Commission di Londra nel 2007 che prevede in questo caso tempi biblici di realizzazione (per esempio circa 200 anni - più o meno 40 tornate elettorali - per raggiungere la parità di genere nel Parlamento inglese) (4).

Pur essendo aperta a qualsiasi soluzione efficace, mi pare di capire che la forzatura delle quote di genere sia la sola soluzione possibile, o comunque la condizione necessaria, anche se non sempre sufficiente, per superare quello che è senza alcun dubbio un impasse democratico. Una recente ricerca di Chiara Toniato (5) che ha analizzato la complessità e la varietà delle situazioni presenti nella UE a ventisette, ci conferma che non esiste, in assoluto un sistema, un correttivo, una “quota” che dia la certezza del risultato. Esistono piuttosto un insieme di fattori che, presenti contemporaneamente, possono permettere lo sviluppo di una società paritaria. Essi vanno da un sistema elettorale favorevole alle donne (tendenzialmente proporzionale), alle norme che regolano l’applicazione delle quote (coattive o facoltative), alla diffusione di una politica paritaria capillarmente implementata. Quest’ultima è necessariamente frutto di una cultura diffusa delle pari opportunità, che non ammette cecità di fronte alle disparità di genere in tutti i campi dell’organizzazione sociale. Le quote di genere in politica possono avere la funzione di spill over, innescando il cambiamento in altri domini pubblici (economia, ricerca ecc.). Una cosa è chiara: le quote rappresentano uno spostamento da un concetto di uguaglianza ad un altro. La nozione liberale classica di uguaglianza si configurava come una nozione di medesime opportunità o di uguaglianza competitiva, rimuovendo le barriere formali (6). I movimenti delle donne (da Pechino in poi) hanno fatto emergere un secondo concetto di uguaglianza, mettendo in evidenza la nozione di pari risultati. In questo caso si parte dal fatto che tra i sessi non esistono pari opportunità di partenza, neanche eliminando gli ostacoli formali. Le quote quindi assieme ad altre forme di azioni antidiscriminatorie sarebbero un mezzo verso la parità di risultato. Sempre che si consideri necessario un risultato di questo “genere”.

Le istituzioni europee si limitano ad interventi “deboli”, come la recente Risoluzione sulla parità di donne e uomini nella UE del Parlamento europeo (10 febbraio 2010). Il Parlamento chiede agli Stati membri e alle parti sociali di promuovere una presenza più equilibrata tra donne e uomini nei posti di responsabilità delle imprese, dell'amministrazione e degli organi politici e sottolinea gli effetti positivi dell'uso delle quote elettorali sulla rappresentanza delle donne. In proposito, si compiace della decisione del governo norvegese di aumentare ad almeno il 40% dei membri il numero di donne nei consigli di amministrazione delle società private e di imprese pubbliche, e invita la Commissione e gli Stati membri "a considerare l'iniziativa norvegese come un esempio positivo e a progredire nella stessa direzione". Tutto per il meglio dunque, in Europa? Non credo, visto che da un lato una risoluzione dal punto di vista dell’immediata effettività lascia il tempo che trova e che le istituzioni europee, nel momento in cui avrebbero potuto creare delle regole di genere almeno per i partiti politici, come per esempio nello statuto dei partiti europei (Regolamento entrato in vigore nel 2004), in cui sono state poste condizioni strette per la qualifica di partito europeo (e in conseguenza per l’accesso ai finanziamenti europei), in realtà hanno dimenticato di richiedere delle quote di genere per le candidature o, meglio ancora, l’obbligo della parità. Dovremo quindi far riferimento ancora agli stati nazionali, e, in fase di elezioni regionali, agli statuti e alle leggi elettorali regionali: dove ci sono delle quote, o altre forme di imposizione di candidature femminili (v. legge elettorale della Campania) (7), non spaventiamoci se vengono nominate e elette donne “scelte dagli uomini”. Sarebbe già un risultato se nell’immaginario collettivo fosse legittimata la presenza in posti di potere di donne, presentabili o meno, esattamente come gli uomini che siamo abituate a vedere al potere. Credo che solo in seguito potremo fare, tra noi, alcuni conti.

 

1.   Note

  1. cfr. Francesca Izzo, Forum 15/2/2010.

  2. cfr. per le percentuali di laureate, voti di laurea, durata degli studi ecc. Istat, Annuario statistico italiano 2009, www.universita.it/istat-indagine-diplomati-2009, Almalaurea, Eurostat 2008.

  3. Cfr. Maria Laura Di Tommaso, “Le quote all’italiana e il modello norvegese”. Per quanto riguarda l’ostilità culturale, alla ricerca della Di Tommaso possiamo aggiungere i risultati del sondaggio "Eurobarometer" sulle intenzioni di voto al parlamento europeo. È parere condiviso che una maggiore presenza di donne tra gli scranni della politica potrebbe portare a dei miglioramenti, almeno secondo l'83 % delle donne e il 76 % degli uomini.
  4. Cfr. http://www.cherieblair.org/women/2008/09/sex-and-power-who-runs-britain.html
  5. Toniato C. (2008) “Le istituzioni europee e il problema della rappresentanza di genere” in Inchiesta n. 160, aprile giugno 2008, numero monografico su “Donne tra politica e istituzioni”, pp. 78-95.
  6. Drude Dalherup, “Using Quotas to Increase Women’s Participation”, http://www.idea.int/women/parl/ch4a.htm, 2002.
  7. La legge elettorale della Campania, passata al vaglio costituzionale il 12 dicembre 2009, attuando gli articoli 51 e 117 della Costituzione che promuovono la partecipazione delle donne alla vita pubblica, prevede l’introduzione di un regime di doppia preferenza, per un uomo e una donna (pena l’annullamento della seconda preferenza), abolendo qualunque forma di lista bloccata. Analogo tentativo di introdurre la doppia preferenza è stato fatto in Puglia, ma l’emendamento presentato il 4 febbraio 2010 non è nemmeno stato discusso.

Commenti

Inviato da Chiara Saraceno il

"Quote di genere "va già meglio di "quote rosa". Ma di fatto sempre alle quote femminili fanno pensare distogliendo l'attenzione dalla - monopolistica - quota maschile. Meglio sarebbe nominare questa e chiamare (e pensare) le cose con il loro nome: siamo di fronte ad una situazione di quasi monopolio e in alcuni casi di monopolio totale. Quindi ciò che occorre sono norme e strumenti antimonopolistici. Non si tratta solo di usare termini diversi, ma proprio di definire diversamente il problema.

Inviato da Doro Doriana il

Da un punto di vista sociologico si potrebbe considerare la relazione tra genere ed empowerment, inteso come possibilità di esprimere le proprie capacità e potenzialità, promozione e riconoscimento di valore sociale.
Ritengo che l'arena politica sia un ambito notevole dove tutto questo si può concretizzare.
Sarebbe opportuno riflettere sul significato del termine POTERE.
Come sostantivo, "Il potere" sembra avere un'appartenenza quasi esclusiva, al maschile.
Al femminile si esprime come verbo ausiliare, "Poter fare qualcosa" che, per gran parte delle donne, è già una conquista.
Il potere potrà mai diventare davvero espressione di entrambi i generi?
Sono concorde sul fatto che sia una soluzione di comodo in Italia cercare di lasciare le cose come stanno.
Le quote di genere sono senz'altro un mezzo, ma sembra che non sia così "prioritario" raggiungere l'obiettivo di un equilibrio della rappresentanza di genere, grazie, soprattutt ad opportuni interventi legislativi. Solo una presenza effettiva, di qualità e di quantità di donne d'eccellenza in politica, potrebbe ottenere.Con meccanismi di potere, le donne continuano ad essere respinte, affinché si possano mantenere i monopoli maschili dei partiti.

Commenta