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Lo sfruttamento delle
donne cinesi in Italia

foto: Flickr/Riccardo Romano

La cooperativa Be Free racconta l’immigrazione irregolare delle donne cinesi in Italia, un fenomeno dimenticato dai media, di cui sappiamo ancora troppo poco

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Quella cinese è un’immigrazione con caratteristiche tutte particolari, spesso poco conosciute[1]. Anche le donne cinesi irregolari come le donne nigeriane sono spesso vittime di sfruttamento lavorativo e sessuale. Il contrasto e la prevenzione dello sfruttamento può avvenire non solo attraverso lo studio delle rotte (la maggior parte delle donne vittime di sfruttamento lavorativo o della prostituzione arriva in Italia in aereo contattando degli “strozzini” che pagano il biglietto e si occupano dei visti di ingresso) ma anche attraverso l’analisi degli annunci online e delle modalità di sfruttamento direttamente in Italia.

È stato facile trovare una persona per i documenti. Tu non puoi fare domande, devi dargli i soldi e basta. L’ho chiamato per telefono, e ci siamo dati un appuntamento, a TianJin. All’incontro c’erano un uomo e una donna: non c’è distinzione di genere in questa cosa. Ormai sono tantissimi i cinesi che lasciano la Cina. (H.H., intervistata nel marzo 2015).

I migranti cinesi in Italia provengono per la maggior parte dalla provincia del Zhejiang e del Fujian nel sud est della Cina. Grazie all’emigrazione e alle rimesse di coloro che sono partiti, il Zhejiang è cambiato molto e oggi si presenta come una delle province più ricche della Cina. Per questo motivo negli ultimi anni i cinesi che partono e decidono di intraprendere il viaggio provengono anche da altre regioni del nord come il Liaoning e lo Shangdong. I cinesi che partono per andare a lavorare nelle fabbriche sono in prevalenza donne ma in generale gli uomini rappresentano la maggioranza dei migranti cinesi in Italia. Le donne cinesi provengono dalle campagne, quelle che decidono di lasciare la Cina hanno di solito più di trent’anni e spesso hanno dei figli che lasciano ai nonni.

Lasciare le campagne per andare a lavorare altrove è una pratica molto comune in Cina dove si contano circa centocinquanta milioni di lavoratori migranti. Nelle grandi metropoli come Pechino e Shanghai un quarto della popolazione è composta da lavoratori migranti. Nelle città industriali della Cina meridionale sono la struttura di quelle catene di montaggio che mandano avanti l’economia d’esportazione del paese. Rappresentano nel loro complesso la più grande migrazione della storia dell’umanità, tre volte il numero degli emigranti partiti dall’Europa verso l’America in un secolo.[2]

L’offerta è diretta soprattutto a donne molto giovani, spesso sono ragazze minorenni che si trovavano nelle catene di montaggio delle fabbriche cinesi, dove però c’è una grande mobilità e con gli anni ci sono possibilità di “fare carriera”. In questo caso lasciare il proprio villaggio rappresenta l’unico modo per cercare fortuna e sperare in un futuro diverso da quello dei propri genitori, contadini. Per questa richiesta di manodopera giovane e con la crisi che ha portato alla chiusura di molte fabbriche in Cina, donne cinesi dai trent’anni in su sono partite dalla metà degli anni novanta a cercare fortuna all’estero.

I motivi che spingono una donna cinese a lasciare il proprio paese possono essere numerosi. Un familiare malato per esempio può mandare sul lastrico una intera famiglia, o crescere un figlio da sola può essere un motivo che spinge una donna a partire o semplicemente perché nel proprio villaggio o cittadina hanno sentito parlare di persone che hanno fatto fortuna in Italia.

Siamo cinque figli, di cui io la più piccola. I miei genitori hanno divorziato quando avevo tre mesi, mia madre ha trovato un altro marito e mio padre non si occupava di noi. A otto anni mia madre è morta. Mio padre si è risposato. Ho studiato per tre anni, poi a 17 sono andata in fabbrica a lavorare. A 19 anni mi sono sposata. Mio marito faceva il meccanico. Abbiamo avuto una figlia, ma dopo alcuni anni c’erano continui litigi, quindi me ne sono andata a Pechino a lavorare; dopo tre anni ci siamo separati e io ho mantenuto mia figlia da sola. Mia figlia era rimasta in campagna coi nonni paterni. Ha studiato economia all’Università, e ora lavora in banca. Mia figlia ha 24 anni. Lei mi dice sempre di tornare, io le rispondo che in Italia si sta bene, ma in realtà non sto affatto bene. L’ho fatto per mia figlia, e anche per me. I cinesi sono molto tradizionalisti, per i matrimoni, il corredo, e io volevo dare queste cose a mia figlia. (H.H., intervistata nel marzo 2015).

Spesso il livello culturale di chi lascia la Cina è molto basso, oggi le giovani hanno un livello di istruzione maggiore e preferiscono tentare fortuna nel paese che attualmente offre maggiori opportunità della “vecchia Europa”. Il sentito dire più comune è che in Italia per lavorare in fabbrica si guadagna circa 1.000 Euro al mese, non si immaginano le condizioni delle fabbriche stesse, né sono al corrente del problema del permesso di soggiorno. Molte donne credono che pagando la somma iniziale avranno tutti i documenti per vivere in Italia.

Avevo sentito dire da alcuni parenti che in Italia si guadagnava bene e io avevo bisogno di più soldi per curare mia madre. Una conoscente di mia zia mi ha chiesto un po’ più di 12.000 Euro per aiutarmi a prendere il visto per l’Italia. A febbraio del 2012 ho preso il treno e sono andata da sola all’ambasciata italiana di Pechino per fare il visto. Il 17 marzo 2012 ho preso l’aereo per l’Italia. Il passaporto lo avevo fatto da sola e quei soldi dovevano servire a farmi avere il visto e il biglietto. (L.D., intervistata nel marzo 2015)

Il viaggio

Una donna che vuole lasciare la Cina lo fa attraverso persone conoscenti o amici, si mettono in contatto con degli “intermediari”. Questi a loro volta sono in contatto con altre persone in grandi metropoli come Pechino o Shanghai, dove c’è l’ambasciata italiana o il consolato per richiedere il visto. Il costo del viaggio varia dai 4.000 ai 15.000 Euro a seconda del tipo di viaggio e della sua durata. Si paga prima una piccola parte intorno ai 150-200 Euro e poi un’altra parte prima di partire dalla grande città, Pechino o Shanghai e il resto al momento dell’arrivo in Italia. La donna chiama i familiari i quali consegnano la somma all’intermediario.

Il debito, a differenza per esempio delle donne nigeriane, viene generalmente estinto prima della partenza, i soldi sono chiesti in prestito a parenti ed amici del villaggio che sperano di essere debitamente ricompensati quando lei avrà fatto fortuna, o direttamente alle banche.

Il viaggio più comune viene organizzato in aereo e le donne inserite all’interno di tour operator. Se la donna è riuscita a ottenere il visto pur viaggiando da sola è possibile che anche l’agenzia abbia preso una piccola percentuale, altrimenti c’è spesso un altra persona, generalmente uomo, che viaggia con lei.

A giugno del 2014 sono partita. Ho chiesto tutti i documenti tre mesi prima. Ho chiesto un prestito alla banca, ma non ho detto per cosa mi servivano, perché se no non te li danno. 90.000 Renminbi (circa 12.600 Euro, ndr.). Ho contattato un uomo cinese tramite il passaparola. Quando sono partita, c’è chi andava in Francia, chi in Italia, e il prezzo era simile. Ho dato il passaporto, la carta di identità e il permesso di residenza cinese a quest’uomo, che mi ha fatto il visto. Ho dato una parte dei soldi prima che mi facesse i documenti (un terzo), poi quando ho riavuto il passaporto un’altra parte di soldi (un altro terzo), e poi il resto glieli ho dati quando sono arrivata in Italia (ultimo terzo). Il visto era per sport, per la Polonia. Siamo partiti in 22, il mio visto durava 12 giorni. Solo in tre sono tornati in Cina, il resto è rimasto in Europa, in Francia e Italia. Abbiamo fatto Pechino-Dubai e poi da Dubai alla Polonia. Lì abbiamo preso un autobus. Io avevo un visto polacco e ancora ho un visto polacco. Tutti quanti avevamo il visto per sport: ogni anno in quel periodo in Polonia fanno un grande evento sportivo, ma nessuno di noi era sportivo! Le tre persone che sono tornate in Cina erano i nostri accompagnatori. (H.H., intervistata del marzo 2015).

Lo sfruttamento lavorativo e sessuale

Nelle campagne cinesi o nelle fabbriche cinesi uno stipendio medio può variare dai 40 ai 250 euro al mese e immaginare di guadagnare 700-1000 euro rappresenta una possibilità di cambiare la propria vita. Una volta arrivata in Italia c’è il contatto italiano che va a prendere la donna, in teoria la promessa di un lavoro fa parte dell’accordo iniziale ma spesso viene realizzato solamente pagando una somma ulteriore. Un altro tipo di viaggio - meno comune più caro e più lungo e più rischioso - può essere quello via terra, passando per la Russia e l’Europa dell’est dove vi sono intermediari lungo tutto il percorso e il viaggio può durare anche alcuni mesi.

Una volta arrivate in Italia, se non si ha ancora una sistemazione esistono dei veri e propri dormitori a poco prezzo gestiti da cinesi dove si può alloggiare e nel frattempo cercare lavoro attraverso il passaparola o gli annunci. Le fabbriche gestite da cinesi sono oggi dislocate su tutto il territrio italiano, soprattutto nel centro sud e lungo le coste. Fino a qualche anno fa una donna poteva rimanere nella stessa fabbrica anche per diversi anni, senza uscire mai e pur lavorando 16-18 ore al giorno, sette giorni su sette, riusciva guadagnare 1.000-1.200 Euro al mese.

In questi ultimi anni di crisi economica, la situazione è molto cambiata provocando un drastico peggioramento delle condizioni lavorative. Le fabbriche chiudono spesso, cambiano i prodotti o le lavorazioni, chiudono alcuni mesi nel passaggio tra una collezione e l’altra. Le donne oltre che precarizzate e costrette a cambiare continuamente fabbrica sono anche soggette a rischi. Non tutte le fabbriche hanno le stesse condizioni lavorative: le fabbriche che hanno come committenti gli italiani possono essere strutturalmente più pulite, ma è minore la possibilità di movimento: per paura dei controlli i lavoratori senza permesso di soggiorno non possono uscire dalla fabbrica. Qualche anno fa le operaie venivano ridotte in una condizione di semi-schiavitù, venivano sequestrati i passaporti e non potevano andare via liberamente. Oggi le donne sanno che è meglio non consegnare il passaporto e, per paura di essere denunciati, i datori di lavoro cinesi non si oppongono come prima quando una donna decide di andarsene.

Un altro problema riguarda le competenze. In passato le donne che partivano avevano già accumulato esperienza presso altre fabbriche in Cina ed erano in grado di svolgere qualsiasi mansione, oggi vengono direttamente dal loro villaggio e sono costrette a lavorare gratuitamente diversi mesi, in una sorta di apprendistato che di fatto diventa lavoro non retribuito. Generalmente si lavora dalle 12 alle 18 ore al giorno a seconda della fabbrica, a volte si lavora di notte e si dorme di giorno quando i controlli della polizia possono essere maggiori. Si guadagna in proporzione a quanto si lavora, generalmente ogni capo terminato ha un costo, non esistono permessi per malattie o giorni di ferie. Anche quando ci si ammala gravemente se si ha bisogno di cure si deve lasciare la fabbrica per non mettere a rischio il datore di lavoro. Come disse una donna che abbiamo seguito e che è entrata in un programma di protezione sociale: “Nelle fabbriche ci si ammala di stanchezza”. A ciò si aggiunge la totale mancanza di misure di sicurezza. Salvo rare eccezioni le operaie dormono e mangiano all’interno della fabbrica. Le stanze sono fatte di pareti di compensato e teli e il cibo è portato dal datore di lavoro. Ci sono donne che passano anche uno o due anni senza uscire dalla fabbrica. La minaccia è quella di perdere il lavoro, di non sapere dove andare perché non si conosce la strada o di essere fermate dalla polizia perché sprovviste di documenti.

Le migranti cinesi una volta trafficate in Italia iniziano subito a lavorare e non hanno mai contatto con la società italiana. Sanno che devono evitare la polizia e i luoghi affollati e non conoscono la lingua né la legge italiana; queste generalmente sono le donne che incontriamo al Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria.[3]

Nelle grandi città dove la presenza cinese è molto alta come Roma e Milano o a Prato i canali per trovare lavoro sono gestiti e controllati esclusivamente da cinesi. In particolare da cinesi del sud e dello Zhejiang. Esistono degli appartamenti-dormitorio dove i cinesi dormono in camerate a prezzi economici in attesa di trovare un lavoro in fabbrica. A Milano per esempio esiste un bar dove si trovano gli annunci o c’è un giornale in cinese. Tutto passa attraverso la comunità, le donne cambiano fabbrica o città senza conoscerne le strade perché la comunicazione con i datori è telefonica e una volta arrivate a destinazione non si spostano più fino al lavoro successivo.

Quando una donna viene in Italia per lavorare in fabbrica ha in mente di fermarsi quattro o cinque anni. Un anno per ripagare il debito e gli altri per mandare i soldi a casa e metterli da parte. Il progetto migratorio si conclude con il ritorno a casa, ma la realtà che incontrano è molto diversa dalle aspettative. In fabbrica è diventato difficile arrivare a guadagnare 1000 Euro al mese, non è facile trovare lavoro come qualche anno fa e la vita in Italia senza permesso di soggiorno è molto complessa. Anche il costo della vita in Cina è aumentato molto e i soldi non bastano mai.[4] Senza contare le difficoltà di rientrare in Cina con la trafila per il rilascio dei documenti.

Lo sfruttamento della prostituzione delle donne cinesi avviene in appartamento o nei centri massaggio, per questo è difficile conoscerne le dinamiche. Generalmente sono coinvolti personaggi della malavita italiana legati ad esponenti della mafia cinese.[5] Ma la sfruttatrice, colei che raccoglie i soldi è sempre una donna. Le donne vivono e lavorano in questi appartamenti avendo pochissimi contatti con l’esterno. Sono costrette a dare una parte del loro guadagno alla sfruttatrice che generalmente è colei che parla l’italiano e gestisce il contatto con i clienti, attraverso annunci di massaggi. L’emersione di questo tipo di storie avviene quasi esclusivamente a seguito di controlli delle forze dell’ordine.

Per i primi tre giorni lei è stata con me per controllare come lavoravo poi se ne è andata. Come nella prima casa non avevo le chiavi e anche qui il 60% dovevo darlo a lei. Guadagnavo dai 200 ai 400 Euro al giorno. Sono rimasta lì per otto mesi ma sono uscita per la prima volta solo tre mesi dopo perché anche in quel caso non avevo le chiavi. Avevo comunque paura ad uscire perché non avevo incontrato nessun cinese e mi sentivo spaesata e poi sarei rimasta fuori. Lei veniva ogni settimana a portarmi i soldi e da mangiare. Non potevo uscire anche perché gli appuntamenti li prendeva lei, quando suonavano alla porta io dovevo aprire, i clienti potevano arrivare dalle otto del mattino a mezzanotte. (A.H., intervistata nel gennaio 2015).

Per molte delle donne cinesi che abbiamo incontrato il progetto migratorio non è andato come avevano preventivato e, quando in seguito ad una retata in fabbrica o in un appartamento, finiscono per essere portate al Cie di Ponte Galeria questa delusione diventa una certezza.

Il lavoro a Ponte Galeria con le donne cinesi è molto diverso rispetto a quello con le altre donne migranti. La scarsa presenza di interpreti o mediatori dal momento dell’arresto alla permanenza nel centro fa sì che non sappiano neanche in che posto si trovino né il motivo per cui vi siano state portate. Le donne cinesi vivono la reclusione come un’ingiustizia e un torto inflitto dallo Stato italiano. Il nostro compito, nel primo contatto è proprio quello di spiegare loro il motivo per il quale sono state portate al Cie e i loro diritti.

La prima richiesta che pongono quando incontrano una persona che parla cinese è quella si soddisfare le esigenze primarie all’interno del centro: traduzione, di documenti, visite dal medico, colloqui di sostegno. Le donne cinesi dopo un breve periodo all’interno del Cie soffrono di ansia e disturbi gastrici a causa della differente alimentazione.

Sono arrivata al Cie perché ho chiesto al mio ex di incontrarci di nuovo, perché erano mesi che non lo vedevo, io lavoravo tutto il giorno e non avevo tempo. Quindi a mezzanotte lui è venuto a prendermi dalla fabbrica, e siamo andati a cena con degli amici suoi. Abbiamo bevuto molto, e al ritorno la polizia ci ha fermati, e io ero l’unica senza documenti. A lui hanno sequestrato la patente e la macchina. È successo il 23 febbraio, il capodanno cinese. Era la prima volta che mi controllavano,non avevo mai avuto dei controlli, ero sempre chiusa in fabbrica, non uscivo mai. La polizia mi ha portato alla Questura di Prato, nessuno mi ha spiegato cosa stava succedendo, perché nessuno parlava cinese. Mi hanno tenuta un giorno intero, la notte dopo mi hanno portato a Ponte Galeria. Gli italiani sono tutti delle lumache, ci mettono tanto tempo a fare le cose. Anche qui al campo, in infermeria, chiacchierano tra di loro e ti tengono ad aspettare mentre parlano. In Questura, a pranzo mi hanno comprato da mangiare. Mi hanno trattato abbastanza bene, ma non mi hanno spiegato nulla. Qui non siamo abituati col cibo italiano, è acido per noi, quindi noi cinesi qui dentro abbiamo sempre mal di pancia e in infermeria ci prendono in giro. Poi ti fanno aspettare. Se tu sei un dottore, e mi stai visitando non puoi chiacchierare con gli altri! Tra di noi ci diciamo ‘Come starà il dottore oggi?’ Dipende da come sta, se ti tratta bene o no. (H.H., intervistata nel marzo 2015).

È molto complesso spiegare ad una donna cinese la possibilità di accedere ai progetti di pronta accoglienza in centri ex art. 13 per vittime di tratta introdotti dalle legge 228 del 2003. La difficoltà iniziale è la differenza culturale e la difficoltà a far loro riconoscere la condizione di sfruttamento lavorativo o sessuale che hanno subito. Le donne cinesi rispetto alle donne di altre nazionalità hanno generalmente più di 35 anni e una forte esigenza di continuare a mandare soldi a casa per mantenere la famiglia rimasta in Cina. È difficile, quindi, far loro comprendere la possibilità di cambiare la propria condizione.[6]

Le donne costrette alla prostituzione si rivolgono a noi soprattutto per delle informazioni pratiche e in un primo colloquio difficilmente hanno voglia di raccontare la loro storia, questo avviene solo dopo molti incontri e quando si riesce ad instaurare un rapporto di fiducia.

I programmi di protezione sociale richiedono dei tempi molto lunghi, come lunghi sono i tempi necessari per imparare l’italiano e raggiungere un’autonomia lavorativa, per questo le donne cinesi pensano di non avere la possibilità di passare del tempo senza lavorare e quindi di interrompere l’estinzione del debito.

Alcune donne, invece, hanno aderito al progetto e sono riuscite a raggiungere una regolarizzazione e una indipendenza economica che ha permesso loro di uscire dalla condizione di sfruttamento lavorativo e, in alcuni casi, sessuale. Oggi sono riuscite a imparare l’italiano e a convertire il permesso di soggiorno per protezione sociale in permesso di soggiorno lavorativo. A conclusione della nostra indagine sulle donne cinesi vittime di tratta e/o sfruttamento abbiamo scelto di fare alcune domande ad una donna trattenuta nel Cie di Ponte Galeria per ben undici mesi nel 2013, che con grande determinazione, dopo circa due anni dalla deposizione della denuncia, è riuscita a convertire il suo permesso di soggiorno per protezione sociale in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro:

Ho aderito al programma art. 18 perchè ho creduto in questa possibilità che mi si stava offrendo, ho pensato che poteva proteggermi ed aiutare le donne... in quel momento mi sono fidata. Non ha cambiato la mia vita ma l’ha arricchita. Vorrei ringraziare tutti quelli che hanno partecipato, senza di voi non avrei potuto vivere in Italia. Se non avessi avuto il permesso di soggiorno sarebbe stato molto difficile vivere in Italia, sarei stata sola e sempre con la paura. Questo permesso di soggiorno mi ha permesso di lavorare in Italia. Non so come dirvelo ma senza di voi sarei stata costretta a tornare in Cina, non avrei potuto vivere senza documenti e nell’illegalità. Ho avuto la possibilità di essere felice. Oggi lavoro in una fabbrica, ma sono regolare, ho un contratto e il lavoro mi piace. Ho adesso un permesso di soggiorno per motivi di lavoro per due anni. (X.H., intervistata nel gennaio 2016).

NOTE

[1] Questo articolo è tratto dal rapporto Inter/rotte: storie di tratta, percorsi di resistenze (a cura di Lucia Beretta; Loretta Bondì; Francesca De Masi; Francesca Esposito; Federica Festagallo; Oria Gargano, Carla R. Quinto) dedicato dalla cooperativa sociale BeFree al traffico di esseri umani e realizzato con il sostegno dell’Open Society Foundations. I dati e le dichiarazioni raccolte in questo testo sono relativi alle interviste fatte dalla cooperativa alle donne cinesi ospitate dal Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, a Roma

[2] Avvicina, Indagine sulle donne cinesi all’Esquilino, pp. 21-41, Unar, 2011. Una porta aperta, la salute come occasione d’incontro con la comunità cinese, storie di cronache e immigrazione, a cura di Salvatore Geraci e Bianca Maisano, Lombar Key, 2010. 107

[3] Informazione rilevata principalmente dalle interviste con le donne cinesi incontrate prevalente- mente all’interno del Cie di Ponte Galeria.

[4] A. Ceccagno, R. Rastrelli (2008), Ombre cinesi? Dinamiche migratorie della diaspora cinese in Italia, Roma, Carrocci.

[5] http://unipd-centrodirittiumani.it/public/docs/overview_it.pdf, p. 22

[6] Informazione rilevata principalmente dalle interviste con le donne cinesi incontrate prevalente- mente all’interno del Cie di Ponte Galeria.